Il continente delle sfide

Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Quattro Paesi emblematici. Papa Leone entra in contatto con le piaghe del continente. Come quella dei presidenti a vita. Ma incontra anche le sue risorse: i giovani. E fa risuonare forte un messaggio di pace.

«Fin dall’inizio del pontificato ho pensato ad un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale». Era mercoledì 29 aprile e il Papa raccontava il suo viaggio in Africa ai fedeli presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale. Undici giorni storici, dal 13 al 23 aprile, per riaccendere i fari su un continente molto spesso dimenticato. Una terra piena di problemi, dalla povertà ai conflitti, ma ricca di risorse, non equamente distribuite, e soprattutto di energie umane che andrebbero sostenute e valorizzate.

Migliaia di chilometri, diciotto voli, decine di eventi per visitare l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale.

Visita al centro anziani Annaba, in Algeria © Pool Aigav

L’Algeria, la terra di Agostino

Prima tappa, l’Algeria, il Paese più grande dell’Africa, il più musulmano, ma anche, in un certo senso, quello dal gusto più occidentale. Con l’architettura che rimanda al passato coloniale francese e quell’affaccio sul Mediterraneo che accomuna tante città bagnate dal Mare Nostrum. L’Algeria è la patria di Agostino ma soprattutto è quel cantiere di dialogo tra le fedi che, dopo gli anni della guerra civile, è un cammino consolidato. Non facile, non privo di ostacoli, ma comunque sempre in moto.

Il ricordo dei martiri di Tibhirine, uccisi nel 1996, dai jihadisti (secondo le fonti ufficiali), resta vivo; per questo è stato commovente vedere sincere esperienze di amicizia tra musulmani e cristiani, e quella scritta, «Nostra Signora d’Africa prega per noi e per i musulmani», nella basilica che è riferimento della piccolissima comunità cattolica di Algeri.

A guidarla è il cardinale Jean-Paul Vesco, francese di nascita ma con un passaporto algerino. «Monsignor Pierre Claverie ripeteva spesso che tutti noi dovremmo avere un amico musulmano», dice il cardinale, noto anche per essere un maratoneta, citando il vescovo martire di Orano. Francese, domenicano e pastore in Algeria, assassinato trent’anni fa e beato dal 2018. «A lui devo la mia presenza qui nel Maghreb», confida Vesco.

Il passato, sia il periodo del colonialismo che la lunga guerra civile, il «decennio nero» dal 1992 al 2002, ha lasciato ferite non ancora del tutto rimarginate. Ma oggi si affacciano nuovi pericoli come i «neocolonialismi» e l’indifferenza che lascia morire i migranti, non solo in mare, ma anche nelle traversate del deserto. «Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza!», le parole di Leone al palazzo dei Congressi di Algeri, dove il primo giorno del suo viaggio ha incontrato le autorità del Paese.

Il processo di pacificazione passa innanzitutto dal dialogo tra le fedi. E non a caso, nella prima giornata del suo viaggio apostolico in Africa, il 13 aprile, il Papa ha anche scelto di visitare la Grande moschea di Algeri perché «siamo tutti fratelli e sorelle, e figli dell’unico Dio».

L’Algeria per un agostiniano come papa Leone, e per qualsiasi cristiano, è però Ippona, oggi Annaba, la terra dove Agostino è stato vescovo dal 396 al 430. Qui c’è un sito archeologico: pietre, che vagamente ricordano quella città antica. Oggi questo luogo si è arricchito di un ulivo, piantato il 14 aprile dal Papa della pace «disarmata e disarmante».

Il Camerun, tra guerra e povertà

Manifesto di accoglienza per papa Leone a Bamenda, nel Camerun anglofono, zona di conflitto.
© Manuela Tulli

Da Algeri a Yaoundé, in Camerun, 3.800 chilometri per spostarsi nel cuore dell’Africa equatoriale. Il Camerun è soprannominato «Africa in miniatura» perché racchiude in un solo Paese le principali caratteristiche geografiche, climatiche e culturali dell’intero continente. Dai vulcani attivi alle foreste equatoriali, savane e deserto, e una biodiversità straordinaria, insieme a una popolazione di oltre 200 etnie e lingue.

Nella capitale alcune strade sono state realizzate quest’anno proprio in vista della visita del Papa. Bastava però uscire dal centro, anche di poco, per ritrovare lingue d’asfalto che attraversavano quartieri dove mancava tutto. Case di fango e lamiere sulla terra rossa che si infilava in ogni piega dei vestiti.

La gente vive per lo più in strada, spostandosi a piedi, o con i motorini, unico mezzo abbordabile dalla classe media.

Ad accogliere papa Leone è stato Paul Biya, 93 anni, presidente del Paese, ininterrottamente da 43 anni. Era stato lui ad accogliere Giovanni Paolo II nelle sue visite in Camerun dell’agosto del 1985 e nel settembre del 1995. Sempre Biya aveva accolto a Yaoundé, a marzo del 2009, Benedetto XVI.  È uno dei problemi dell’Africa: la difficoltà di liberarsi da regimi autocratici mascherati da democrazie. è stato così anche in Guinea Equatoriale dove il Papa è stato accolto dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. In carica da 46 anni, è il presidente che detiene il potere da maggiore tempo non solo in Africa ma nel mondo. Lui aveva accolto papa Wojtyla nel 1982.

Il vicepresidente della Guinea Equatoriale è Teodorine, uno dei figli, salito agli onori delle cronache per la sua passione per le auto, dalle Lamborghini alle Maserati, ma anche per processi in mezzo mondo nei quali è accusato di corruzione.

Visita Orfanatrofio a Yaoundé © Pool Aigav

Legittimazione dei regimi?

Il segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, monsignor Fortunatus Nwachukwu, nigeriano, conosce bene questa piaga: «Abbiamo avuto esempi di governi africani che hanno preso la situazione in mano e hanno iniziato a cambiare le cose nei propri Paesi. Mentre ci sono purtroppo dei governanti che gestiscono il loro potere con arroganza, e quasi applicano in forma inculturata le stesse prassi del colonialismo, adattandole al nepotismo e al tribalismo. Favoriscono le proprie famiglie, le proprie etnie, puntando a cancellare le altre».

E allora che cosa deve fare la Chiesa? Papa Leone XIV lo ha spiegato in maniera illuminante, facendo capire perché i pontefici, che hanno viaggiato nella storia, hanno voluto immergersi anche in queste situazioni. «La presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi, a volte abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno regimi autoritari, non sempre facciamo grandi proclami, criticando, giudicando o condannando, ma c’è molto lavoro da fare dietro le quinte», ha spiegato Leone rispondendo ai giornalisti che chiedevano se non ci fosse un rischio di legittimazione per questi personaggi.

Per il Papa anche questo è un modo per «applicare il Vangelo a situazioni concrete in modo che la vita delle persone possa essere migliorata».

E, infatti, papa Leone, come i suoi predecessori che sono stati in Africa, non ha fatto sconti a questi signori. È stato proprio in Camerun, di fronte all’inossidabile Biya che ha lanciato un appello chiaro, senza giri di parole: «La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia. È tempo di osare un esame di coscienza e un coraggioso salto di qualità», ha aggiunto, spiegando che «l’autorità pubblica è chiamata a essere ponte, mai fattore di divisione».

I due Camerun

Il Camerun, oltre alle disuguaglianze e alla corruzione, vive ancora oggi, sulla propria pelle, la guerra civile nella regione anglofona del Nord. Dal 2016 le richieste di questa parte del Paese sono finite in una guerra di secessione che ha prodotto migliaia di morti. Il Papa ha scelto di toccare con mano questa piaga e si è recato nell’epicentro del conflitto: Bamenda.

«È il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese – ha affermato -. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

Padre Chin Godlove della congregazione degli Scolopi auspica che la visita del Papa possa avere lasciato in quella terra la pace perché «ne abbiamo davvero molto bisogno».

La gente è provata ma felice: è difficile descrivere l’entusiasmo e la gioia di questo popolo che ha sentito arrivare una carezza e che soprattutto sa vivere una fede che si fa carne, tra preghiere, canti e balli. 

L’Angola, diamanti, petrolio e bidonville

Ragazze in attesa del Papa, alla messa di Kiamba, in Angola. © Manuela Tulli

Terza tappa del viaggio papale è stata Luanda, capitale dell’Angola, una delle città più moderne e costose dell’Africa. Come già succede in Camerun, anche qui la fede si vive con gioia. Seminari e conventi straboccano di vocazioni, ma la Chiesa non ha un compito facile, perché le disuguaglianze sono stridenti (vedi MC maggio 2026).

In Angola, nei giorni della visita del Papa, ovunque c’era gente in festa, i canali tv locali non trasmettevano altro che la visita del pontefice, i fedeli lo attendevano per ore sotto il sole. Al santuario mariano di Muxima, i giovani hanno piantato ovunque le tende. Sono rimasti lì per giorni per essere sicuri di potere vedere il Papa di Roma. Ed è proprio ai giovani che si è rivolto Leone affidando loro «un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà».

In un Paese, l’Angola, dalla bellezza struggente e dai grandi giacimenti di petrolio e diamanti, c’è chi si gode la «saint-tropez» africana, con i suoi lungomare pieni di locali alla moda, e chi non ha neanche l’acqua potabile. I grattacieli di Luanda a fatica riescono a nascondere le baracche di lamiera delle bidonville. Poi ci sono quelle nuove città «made in China», come Kilamba, a marcare la presenza di una potenza economica che vede nell’Africa una miniera senza fine dalla quale drenare risorse. In cambio, la potenza asiatica realizza qualche infrastruttura, una strada, un aeroporto, un quartiere residenziale, ma l’ombra di un nuovo modo di colonizzare è sempre più evidente.

E il Papa non poteva non lanciare un messaggio contro queste profonde disuguaglianze, tra le più ampie nell’Africa e nel mondo. «La storia del vostro Paese – ha detto in Angola -, le conseguenze [della guerra] ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli».

È possibile allora «costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione». E ha invitato tutti a «promettere» di adoperarsi «senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità». Parole, ma anche fatti, perché in ogni tappa papa Leone ha voluto avere almeno un incontro con gli emarginati: bambini orfani o abbandonati, anziani lasciati nelle case di cura perché considerati un peso per le famiglie o addirittura accusati di stregoneria, malati degli ospedali con problemi fisici o psichiatrici. E in ognuno di questi centri ha trovato suore, religiosi, volontari pronti a chinarsi sui dolori del mondo.

Fedeli durante la messa del Papa a Yaoundé, con la bandiera del Camerun. © Pool Aigav

La Guinea Equatoriale, diritti umani a rischio

Da Luanda il papa è volato a Malabo, in Guinea Equatoriale, tra foreste e villini coloniali. È uno dei Paesi più piccoli dell’Africa, sulla cartina appare squadrato, una forma frutto di confini tirati con il righello dai colonizzatori. La capitale, Malano, era sull’isola di Bioko, fino allo scorso gennaio, quando è stata trasferita alla nuova Ciudad de la paz, costruita da zero nella foresta della zona continentale. Nella «San Pietro» guineana, a Mongomo, una chiesa che con il suo porticato vuole ricordare proprio la basilica vaticana, papa Leone ha benedetto la prima pietra della cattedrale che verrà costruita nella nuova capitale.

Ma la benedizione è stata data soprattutto alla gente che vive ai margini. Uno dei momenti storici del viaggio resta la visita al carcere di Bata. «Non posso dimenticare ciò che è accaduto lì», ha detto in seguito papa Leone nell’udienza generale del 29 aprile.

Bata, sul litorale della Guinea Equatoriale, è un penitenziario noto alle associazioni umanitarie, a partire da Amnesty International, per le dure condizioni in cui versano i suoi detenuti. Questi, talvolta, vengono isolati dalle loro stesse famiglie e dagli avvocati.

Per l’arrivo del Papa tutto era lindo, le divise dei carcerati nuove, le pareti intonacate da poco. L’istituto penitenziario ha voluto mostrare il meglio di sé. Ma questo non ha sollevato Leone dal chiedere «rispetto per la dignità di tutti», «umanità» e una giustizia che non abbia come unico obiettivo quello di «punire» ma anche di offrire una nuova chance a chi ha sbagliato. Sono stato commoventi i giovani detenuti tutti schierati nel cortile: quasi tutti uomini, le donne sono una trentina sugli oltre seicento prigionieri totali. Capelli rasati, divise color arancio o verde oliva, a seconda della sezione di appartenenza. Hanno ballato davanti a Leone e cantato in spagnolo, lingua parlata solo in questo Paese in tutto il continente africano. Ma appena il Papa ha lasciato il carcere, scortato dalla sicurezza sotto un diluvio torrenziale, hanno sciolto le righe gridando a gran voce «libertà, libertà».

Papa Prevost sapeva di arrivare in una terra dove i diritti umani non sono pienamente rispettati. Ci sono le carceri, buchi neri, soprusi, ma c’è ancora una volta quella ricchezza distribuita troppo ingiustamente. «Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti», ha detto il pontefice nell’omelia della messa a Mongomo.

Ora, dopo il viaggio di papa Leone, restano tante sfide da affrontare. È ancora l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu a sintetizzare il quadro: «L’Africa è vista a livello internazionale o come un bambino in culla, al quale dare del latte per non farlo piangere, o come una miniera da depredare, o come una discarica in cui riversare ogni tipo di rifiuti. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare, anche all’interno della Chiesa», sottolinea. «L’Africa si trova in una situazione che non ha voluto, ma sta lavorando per reagire e risollevarsi. Il Signore è con l’Africa, il continente che Gesù ha di legato a sé fin da bambino e dove ha cercato rifugio quando era in pericolo».

Manuela Tulli

Guinea Equatoriale. Il campus universitario dedicato a papa Leone. © Pool Aigav