Creazione: libera o schiava?
La creazione è qualcosa che sta disciplinatamente agli ordini di Dio? Un semplice strumento nelle sue mani? Oppure è qualcosa che si muove in autonomia? La Bibbia non è chiarissima in merito, ma ci offre alcune indicazioni che approfondiamo in queste colonne, prima di parlare, nella prossima puntata, del fine al quale la creazione è orientata.
Lo sfondo culturale
Lo sappiamo bene, la Bibbia non è un catalogo di ordini e divieti, ma la raccolta di racconti sui modi con cui molte persone, in tempi e luoghi diversi, hanno compreso il proprio rapporto con Dio. Questo significa che ciascun racconto si porta dietro il modo di pensare dell’epoca e delle persone che lo hanno prodotto, e soprattutto molti sottintesi, elementi culturali non espressi, che «contaminano» la modalità con cui chi scrive il testo biblico guarda al mondo, alla propria vita e, quindi, a Dio.
Nella nostra vita quotidiana facciamo continuamente ricorso a sottintesi: ad esempio, quando facciamo allusioni o battute. Lì attingiamo al «non detto», e questo «non detto» può essere diverso quando sono diverse le radici culturali. È una distanza che riemerge nettissima quando leggiamo testi antichi come la Bibbia. Testi che magari sentiamo familiari, ma dove il significato sottinteso può essere diverso dal nostro.
Gli sfondi culturali con i quali fare i conti leggendo la Bibbia sono vari: ad esempio, oltre alla cultura ebraica del primo millennio avanti Cristo, bisogna prendere in considerazione anche la cultura greca. Questa incide su poche parti del Primo Testamento, ma rappresenta, invece, il grande termine di confronto nel Nuovo Testamento.
È vero, però, che la riflessione greca sulla natura è molto più superficiale di quella che era riuscita a produrre sull’umanità, e che il suo influsso sugli scritti del Nuovo Testamento è sostanzialmente secondario. In più, l’approccio ellenistico assomiglia al nostro, quindi ci pone quindi meno problemi.
A essere complesso, per noi, è soprattutto lo sfondo culturale semitico, che incide in modo determinante sulla gran parte della Bibbia e che ci può fuorviare.
È vero, infatti, che gli scritti biblici dimostrano, soprattutto nella riflessione sull’umanità, una buona autonomia dallo sfondo sul quale si muovono, ma è anche vero che quello sfondo resta importante e attivo, soprattutto quando sono maggiori i sottintesi. Succede anche a noi: ad esempio, nessuno pensa più, scientificamente, che il cuore sia la sede delle emozioni, ma tutti continuano a mandare l’emoticon del cuoricino per esprimere il nostro affetto, e chi si confrontasse con i testi delle nostre canzoni senza conoscerci potrebbe immaginare che ancora, per noi, tutta la razionalità sta nel cervello e tutto il sentimento nel muscolo cardiaco.
Ebbene, secondo il contesto culturale semitico antico, tutto ciò che si muove nel mondo visibile è condizionato da qualcosa che non si vede e che è altamente complesso, tra gerarchie di molti dèi ed esseri spirituali (demòni) che intervengono a complicare quello che vediamo nella natura. Di fronte a tutto ciò che accadeva, quindi, la domanda riguardava soprattutto quale ente lo avesse voluto, non quale fosse stata la causa mondana. Anche la natura, quindi, parlava di altro, esprimeva altro, magari qualcosa di completamente disinteressato alle sorti umane.
Quello del mondo semitico antico è un approccio che potrebbe ricordare quello dell’astrologia, che, non a caso, nasce più di tremila anni fa in un ambiente semitico, quello della Mesopotamia.
Quando gli autori del Primo Testamento, ma persino Gesù, parlano della creazione, sullo sfondo hanno questo modello, che, a volte, rimane anche con troppa rapidità tralasciato nelle loro parole.
La creazione in mano a Dio
Appare chiaro, secondo gli autori biblici, che la creazione possa essere piegata ai desideri divini: il sole e la luna si fermano per consentire a Giosuè di sconfiggere gli Amorrei (Gs 10,12-14), un fuoco scende dal cielo limpido per consumare l’offerta di Elia (1 Re 18,38-39), il mare si apre per far passare il popolo eletto all’asciutto nel Mar Rosso (Es 14) e, dalla roccia, sgorga acqua per dissetarlo (Es 17). Prima ancora, sono le piaghe che colpiscono l’Egitto a mostrare quanto la natura si pieghi ai desideri del Dio d’Israele (Es 7-12).
Anche i salmi e i libri sapienziali presentano spesso una natura che ubbidisce direttamente ai comandi divini.
Va, tuttavia, notato che nel mondo biblico queste sono eccezioni, perché normalmente la natura segue leggi sue, a meno che non sia costretta a violarle per ordine divino. A volte capita che la natura si mostri ossequiente verso Dio, ma in forma pienamente autonoma: succede, ad esempio con l’asina di Balaam (Nm 22) che vede l’angelo di Dio e decide di agire di conseguenza, rimproverando poi il veggente. Succede quando Isaia «vede» monti e colline che gridano di gioia davanti al loro Signore (Is 55,12). Anche quando parla dell’onnipotenza del Dio che crea e domina l’universo, e lo esprime soprattutto nelle sue forze più distruttrici, la Bibbia evita di presentare il Signore come autore del male portato dalla natura: all’inizio del libro di Gioele le cavallette distruttrici dei raccolti non sono mandate da Dio, ma diventano un simbolo di ciò che Dio potrà fare; e nel Salmo 29 la tempesta non è emanazione di Dio, che invece si siede sereno mentre quella infuria,
mostrando di esserle superiore, ma anche che essa si è scatenata da sola.
Queste descrizioni sono ben diverse da quelle fatte nei testi della stessa epoca che venivano meditati a Babilonia. In essi si presentavano gli dèi più importanti che mandavano la carestia, le cavallette, il diluvio, la siccità perché «il chiasso dei viventi infastidiva il loro sonno».
Questi testi, scritti nella stessa area geografica e culturale della Bibbia, e negli stessi secoli, rimettevano nelle mani divine tutto quello che accadeva nel mondo. La cultura di partenza degli autori del Primo Testamento era fortemente segnata da questa visione. Allo stesso tempo, però, nella Bibbia viene presentata una natura libera, forse anche, a tratti, tollerata a fatica da Dio, che non è distruttore, ma rispettoso della sua libertà. È un po’ quello che abbozza Gesù quando parla della torre di Siloe, che era crollata uccidendo diciotto abitanti di Gerusalemme (Lc 13,4): certo, la torre non era un elemento naturale, ma non era stata abbattuta da nessuno e possiamo, quindi, vederci un episodio «naturale», non intenzionalmente voluto da altri esseri umani. Era il tipo di avvenimento che poteva facilmente far pensare a un Dio che interveniva direttamente nella storia, a castigare i malvagi. Gesù rifiuta questa logica («Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?»). Può accettare che si tratti di un segno, ma si rifiuta di attribuirlo semplicemente al Padre.

Un abbozzo di riflessione più teologica
Anche se le riflessioni bibliche sulla libertà della natura sono poche, qualcosa possiamo ricavare da alcuni brani.
Intanto, possiamo andare direttamente alla fine della Bibbia, al libro dell’Apocalisse, enigmatico e a volte difficile da leggere, ma profondo e meditato. Al capitolo quarto, in una posizione che per noi è ancora di introduzione ma per gli antichi era una delle più importanti, si presenta in cielo un trono (la sede del Padre) sul quale Uno è seduto. Allo stesso tempo, in mezzo al trono, e tutto intorno, ci sono quattro esseri viventi identificati in quattro animali, chiaramente simboli della vita.
Sarà bene toglierci presto la scomoda illusione che qui si presenti una sorta di quadro, perché tutto è simbolico: gli animali, ossia la vita sulla terra, sono nel cuore del Padre e del Figlio e intorno a loro: hanno il progetto divino al loro centro e sono al centro del progetto divino. Fin qui, potrebbe persino sembrarci un’osservazione banale. Ma, essere al centro del progetto divino, vuol dire, appunto, non essere qualcosa di marginale, di occasionale, di casuale. Dio ha voluto la creazione, e l’ha voluta così, e quanto più la creazione assomiglia al progetto divino, tanto più è se stessa.
È la medesima condizione dell’uomo, che non a caso già in Genesi non è presentato come diverso dalla creazione, ma semmai suo punto culminante, magari migliore del resto, ma coerente con il tutto. Ciò che si può dire dell’uomo, cioè, può essere detto anche, forse in grado minore, della creazione. Non a caso lo stesso «comandamento» di essere fecondi e moltiplicarsi viene dato sia agli animali che all’uomo (Gen 1,22.28).
Ma, se la creazione è al cuore dell’intenzione divina, e se possiamo vedere in piccolo in tutta la natura ciò che vediamo appieno nell’uomo, ciò che nella Bibbia caratterizza l’umanità, vale anche per la creazione, sia pure in modo meno consapevole. E quello che, nella Bibbia, caratterizza sempre l’umanità, è innanzitutto la sua libertà. Il Dio libero crea l’uomo a propria immagine, ed è vero che sogna una relazione con l’essere umano, ma non può imporla, si affida alla sua libera decisione. Anche la maledizione di Gen 3,17 («Maledetto il suolo per causa tua!») acquisisce un valore meno negativo: è l’allontanamento da Dio di una natura che non ha l’autonomia e l’intelligenza dell’essere umano, e solo se separata da Dio (questo è il senso della maledizione) può acquisire indipendenza. Certo, è una frattura che andrebbe risanata, ma su questo rifletteremo nella prossima puntata.
All’interno di un contesto culturale che, spontaneamente, direbbe che la natura ubbidisce ciecamente al divino, gli autori biblici arrivano a sostenere l’autonomia del creato. Certo, non lo dicono con decisione, non lo ripetono a ogni pagina, a tratti sembra quasi che abbiano paura di andare tanto in là, ma alla fine le pagine più meditate ci arrivano.
Ecco perché la natura, pienamente libera da Dio, può scatenarsi anche nei suoi fenomeni più terribili. Se davvero tutto il creato è direttamente nelle mani e nella volontà divina, se Dio è buono, come spiegare gli uragani, i terremoti, i maremoti e tsunami che anche oggi sconvolgono la terra?
Ecco, dunque, che gli autori biblici, magari a fatica e violentando le proprie premesse culturali, ammettono che persino la creazione è libera davanti a Dio. Se libera, però, potrebbe restare per sempre separata da Lui ed essere condannata alla distruzione?
Sarà questa domanda a portarci all’ultima tappa della nostra riflessione.
Angelo Fracchia
(Danza a tre, 4 – continua)