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Meno prestiti, più affari

Una nuova strategia finanziaria

L’interesse cinese  per il continente africano è sempre elevato. Sono cambiati, però, nel tempo, gli approcci. Diminuiscono i prestiti e aumentano gli investimenti. Sono privilegiati alcuni Paesi e settori. Al centro dell’attenzione i minerali strategici e l’energia.

Calano i prestiti ma non l’interesse della Cina per l’Africa. Pechino sta riducendo drasticamente il volume del credito concesso ai governi africani, passando all’incasso degli interessi sugli accordi siglati nei primi due decenni del millennio. Il rallentamento dei finanziamenti non indica però un disimpegno della Repubblica popolare dall’Africa. Tutt’altro. Semplicemente i capitali arrivano sotto nuove forme più sicure per la Cina e meno dispendiose.

Il trend non è del tutto nuovo. A partire dai primi anni Duemila, la Repubblica popolare ha cominciato a mettere gli occhi sul continente, ritenuto più accessibile rispetto ai mercati occidentali blindati da regolamentazioni stringenti. Nel «laboratorio africano» le aziende cinesi hanno avuto modo di impratichirsi con i primi investimenti esteri. Allora, il rapporto con il continente si preannunciava «win-win» (ovvero vincente-vincente, ndr): la Cina – ancora locomotiva dell’export globale – aveva ampia liquidità da investire ma necessità di risorse energetiche per sostenere la propria crescita economica. L’Africa, dal canto suo, era ricca di materie prime, ma affetta da un grave deficit infrastrutturale e industriale. L’incastro ha funzionato per quasi vent’anni. Primo partner commerciale del continente, la Cina ha costruito ferrovie e autostrade, porti, stadi e scuole. L’arrivo di capitali cinesi ha creato oltre 4,5 milioni di posti di lavoro per la popolazione locale. Complice la Belt and road initiative (Bri), la strategia geoeconomica lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 per connettere l’Asia con l’Europa, l’Africa e l’America, arrivando a lambire le regioni polari.

Cambio di marcia

Nell’ultima decade, però, l’euforia è gradualmente scemata: l’economia cinese ha cominciato a rallentare e il debito dei Paesi africani a salire. Dal 2016 Pechino ha ridotto drasticamente la liquidità destinata alle grandi opere infrastrutturali. È iniziata l’epoca dei progetti «piccoli e belli», ovvero meno costosi e più sostenibili, sia da un punto di vista finanziario che ambientale.

Secondo dati del Global development policy center della Boston University, i prestiti concessi all’Africa nel 2024 sono quasi dimezzati rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 2,1 miliardi di dollari, il primo calo annuale dal Covid-19.

Per avere un’idea dell’impatto, basti considerare che l’importo erogato tra il 2012 e il 2018 si era sempre mantenuto superiore ai 10 miliardi di dollari all’anno. Ora invece, come conferma un rapporto indipendente di One data, molti Paesi a basso e medio reddito, in particolare in Africa, stanno trasferendo alla Cina più fondi per il pagamento del debito di quanti ne ricevano in nuovi finanziamenti.

Chinese New Year celebrated in Cape Town in a boost to people-to-people exchanges (Xinhua/Wang Lei) (Photo by WANG LEI / Xinhua via AFP)

La valuta è importante

Non è questione solo di numeri. Variano anche le modalità dei prestiti. Il crollo, infatti, interessa i «mega progetti in dollari», che hanno caratterizzato la prima fase della Bri, mentre sono aumentati i finanziamenti di cifre più contenute e denominati in yuan (la moneta cinese). Tanto che, nel 2024, tutto il credito iniettato dalla Repubblica popolare nelle opere infrastrutturali del Kenya risultava in valuta cinese.

Si tratta di un trend che rispecchia la necessità cinese di contenere i rischi. Obiettivo perseguito anche attraverso il coinvolgimento delle banche regionali africane, diventate il canale privilegiato dei prestiti cinesi. Un trend che, al contempo, rivela gli sforzi profusi da Pechino per promuovere la propria moneta negli scambi internazionali.

Lo scorso ottobre, Nairobi ha convertito in yuan prestiti per un valore di 3,5 miliardi di dollari, con un risparmio sul cambio stimato di oltre un terzo rispetto all’importo iniziale in dollari.

Un primo successo occhieggiato con interesse anche da Etiopia e Zambia, tra i partner africani
più indebitati nei confronti della Cina.

Pochi ma buoni

Il nuovo corso dell’attivismo cinese in Africa è, inoltre, caratterizzato dall’enorme concentrazione dell’impegno economico in pochi Paesi: nel 2024 soltanto cinque degli oltre cinquanta Stati africani hanno ottenuto nuovi prestiti. Al primo posto figura l’Angola, dove sono stati finanziati due progetti, seguita da Kenya, Egitto, Repubblica democratica del Congo e Senegal, con appena un progetto ciascuno.

Non solo si riduce l’estensione geografica dei finanziamenti, anche il perimetro settoriale risulta piuttosto ridotto. Trasporti e trasmissione di energia dominano oggi il portafoglio cinese, mentre comparti come l’informatica, l’industria e il commercio – che negli anni passati avevano dominato la Bri – non hanno beneficiato di alcun nuovo prestito.

In particolare, va notato come dal 2020 Pechino non finanzia più (anche se continua a costruire) nuovi progetti collegati ai combustibili fossili. Un’interruzione che rispecchia gli impegni ambientali presi da Xi quello stesso anno all’Assemblea generale dell’Onu. Allo stesso tempo, il rallentamento del credito iniettato nelle energie rinnovabili (pari a zero nel 2024) è stato accompagnato da un’espansione dell’export di apparecchiature e investimenti diretti esteri, a evidenziare l’impiego di strumenti finanziari alternativi per arginare la crescita delle passività tra i paesi destinatari.

Chinese Foreign Minister Wang Yi (C) speaks during a press conference with Senegal’s Foreign Minister Yassine Fall (L) and Congo Foreign Minister Jean-Claude Gakosso (R) at the Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) in Beijing on September 5, 2024. (Photo by GREG BAKER / AFP)

Meno prestiti, più investimenti

Insomma, cambiati i tempi deve cambiare anche la strategia. Questo, però, non indica un ripiegamento di Pechino dai mercati esteri. Anzi. Secondo un andamento inversamente proporzionale, al crollo del credito ha corrisposto un incremento vertiginoso dell’attivismo cinese in termini di investimenti a livello internazionale. Basti pensare che, stando al Green finance & development center (Gfdc) e al Griffith Asia institute, nel 2025 i progetti Bri in tutto il mondo sono cresciuti a un livello record, con 128,4 miliardi di dollari impiegati in contratti di costruzione (quelli in cui le imprese cinesi non mantengono quote azionarie né diritti di gestione a lungo termine) e circa 85,2 miliardi di dollari in investimenti (in cui le entità cinesi ottengono quote di proprietà parziale o totale e spesso il controllo operativo per decenni). Non solo. Segnando un’inversione rispetto al principio «meglio piccolo e bello», lo scorso anno la dimensione media delle transazioni per investimenti con un valore superiore ai 100 milioni di dollari è cresciuta fino a raggiungere la cifra record di 939 milioni di dollari, circa tre volte superiore al valore registrato nel 2020, all’epoca del covid.

A siglare i nuovi accordi sono perlopiù aziende private, come il produttore di alluminio, East hope group e il colosso delle rinnovabili Longi green energy, mentre il comparto edile resta in prevalenza di competenza statale.

«Bri» entusiasta

Con 61,2 miliardi di dollari ricevuti, proprio l’Africa è stata la regione più coinvolta dal rinnovato entusiasmo della Cina per la Bri. L’aumento è verticale, pari a un più 283% su base annua contro i «soli» 12,7 miliardi registrati dal Sudest asiatico, comunque in ascesa dell’81%.

I prestiti diminuiscono, mentre gli investimenti e i progetti Bri aumentano.

Un interesse trainato dagli investimenti nei materiali critici e l’energia verde che riportano il continente africano al centro della Bri per la prima volta dal 2013.

Il potere attrattivo dei minerali strategici non stupisce. Solo nella Rdc, molte delle principali miniere di cobalto e rame sono da anni controllate da imprese con capitale cinese o joint venture dove gruppi cinesi sono azionisti di maggioranza.

Ma le cause del crescente interesse della Repubblica popolare per il mining africano potrebbero avere origini anche esogene. Lo studio del Gfdc lo dice chiaramente: a rilanciare l’interesse per l’Africa hanno contribuito i dazi statunitensi, che in alcune parti della regione, sono più bassi rispetto al Sudest asiatico. Così è stato per Boway alloys: il colosso dei materiali in lega ha chiuso uno stabilimento in Vietnam per investire invece in Marocco, dove le tariffe americane sono appena del 10%.

Va detto però che, data la scarsa affidabilità delle statistiche ufficiali, monitorare gli investimenti cinesi all’estero continua a essere un’operazione estremamente difficile.

Alcuni progetti citati nel rapporto di Gfdc sono vincolati a semplici memorandum d’intesa. Quindi, un certo numero di essi potrebbe non concretizzarsi mai.

Ciononostante, la spinta verso l’alto ormai è assodata. Guardando al futuro, il rapporto prevede per l’anno in corso un impegno costante della Cina (anche se inferiore al 2025) nella Bri, specialmente nei settori dell’energia, dell’estrazione mineraria e delle nuove tecnologie. Valutazione che riflette la volatilità del commercio globale, le pressioni sulla catena di approvvigionamento e la ricerca di nuovi mercati in grado di assorbire le massicce esportazioni che ancora rappresentano il volano dell’economia cinese.

Alessandra Colarizi

Buses exported to Africa are loaded onto ships at Yantai Port in Yantai City, Shandong Province, China on January 12, 2026. (Photo by Tang Ke / CFOTO via AFP)

Il caso della bauxite – In una «botte di ferro»

Il 21 gennaio, la nave da carico Winning youth ha attraccato al porto di Rizhao, nella provincia cinese dello Shandong, consegnando il primo carico di 200mila tonnellate di minerale di ferro proveniente dalla miniera di Simandou, nella Repubblica di Guinea. Un viaggio di undicimila miglia nautiche che promette di dare alla Cina indipendenza strategica e potere contrattuale in un settore vitale per la sua economia. Con riserve in grado di produrre fino a 120 milioni di tonnellate di minerale di ferro all’anno, il giacimento potrebbe soddisfare il 7% del commercio mondiale via mare e quasi il 9,5% delle importazioni cinesi fin dal primo anno di sfruttamento.

Per decenni, le difficoltà nella costruzione delle infrastrutture necessarie in Guinea – per un valore stimato di oltre 20 miliardi di dollari tra ferrovie e porti – hanno scoraggiato la fattibilità del progetto. Poi è arrivato Sun Xiushun, il cofondatore del consorzio marittimo Smb-Winning che, nel 2013, si è rivolto alla Guinea per compensare la stretta dell’Indonesia sulle forniture di bauxite. Egli è riuscito dove altri avevano fallito, assumendo ingenti rischi economici, adottando una logistica innovativa e destreggiandosi nella politica locale.

Il risultato è la fine del monopolio in Guinea del colosso anglo-australiano Rio Tinto, che resta presente nei blocchi di estrazione 3 e 4, insieme ad Aluminum corporation of China (Chalco) e al governo di Conakry. Il controllo operativo del progetto di sfruttamento è, invece, passato a China baowu steel, il più grande produttore mondiale di acciaio.

La Repubblica popolare ottiene così un vantaggio competitivo enorme. Il minerale estratto a Simandou viene definito ad «alto grado», ovvero con un elevato contenuto di ferro e ridotte impurità, ideale per la produzione di acciaio a basse emissioni. Esso, non solo migliorerà l’efficienza degli altiforni cinesi, ma supporterà anche la lunga marcia di Pechino verso la neutralità carbonica, prevista entro il 2060.

A.C.

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