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Tagikistan. Il signore del Pamir

Reportage dai paesi «stan» / 2

Paese di montagne e villaggi rurali, da ventidue anni il Tagikistan è retto da Emomali Rahmon, un presidente la cui immagine è celebrata in ogni angolo. Autocrazia legata a Russia e Cina, il Paese centroasiatico è in crescita, ma rimane il più povero della regione.

Passo di Kyzly Art. I militari ritirano i passaporti. Uno di loro si affaccia al finestrino del fuoristrada per vedere i nostri volti. Le strutture del valico di frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan sono minime e molto trasandate, segno che il passo è poco frequentato. In attesa della restituzione dei documenti, un paio di noi scende dal mezzo per guardarsi attorno. Il sole sta sciogliendo la neve – siamo a un’altitudine di oltre 4.200 metri -, caduta nella notte.

Sulla parete della caserma di confine c’è un grande murale che immortala una stretta di mano tra il presidente kirghizo Sadir Japarov e quello tagiko, Emomali Rahmon, al potere dal 1994. Un tempo si chiamava Rahmonov. Nel 2007, il presidente (subito imitato da molti altri politici) rinunciò al patronimico togliendosi il suffisso -ov, che, in russo, significa «figlio di» (discendente di). Una mossa molto furba per dimostrare ai suoi cittadini che lui era tagiko e non russo.

Una piccola moschea nel villaggio di Murghab. Foto Paolo Moiola.

Karakul, il villaggio sul lago

Si può ripartire. Davanti a noi si distende la strada – in gran parte sterrata – che attraversa l’altopiano del Pamir, nella regione autonoma (e politicamente turbolenta) del Gorno-Badakhshan. Lunga oltre 1.200 chilometri, la strada è considerata la seconda più alta del mondo dopo la Karakorum Highway. Il suo punto più alto è il passo di Ak Baital, 4.655 metri sopra il livello del mare. Percorrerla da Osh a Dushanbe – questo è il programma – significa poter ammirare paesaggi spettacolari per chi ama la natura non antropizzata.

Placidamente disteso su un altopiano senza alberi, circondato da montagne innevate, ecco comparire il lago Karakul, dove trascorreremo la notte. Un cartello sulla pista segnala un «homestay»: in questi ultimi anni, alcune famiglie di pastori hanno intravisto la possibilità di avere entrate alternative aprendo le loro (umili) abitazioni ai viaggiatori.

Il villaggio è un gruppo di case in adobe (fango e paglia seccati al sole, ndr). Sono bianche, ciascuna con il solo pianoterra e un piccolo cortile protetto da muri. C’è una piazzetta che ospita una scuola elementare, dove il volto di Emomali Rahmon sorveglia l’entrata.

Continuiamo la passeggiata per le strade in terra battuta del villaggio. Ci fermiamo davanti ad alcuni modesti edifici, attratti dalla gigantografia dell’onnipresente presidente. Pochi metri più in là, sotto una tettoia che protegge una pompa manuale dell’acqua, due militari del locale contingente tagiko – il confine cinese è molto vicino – stanno riempendo una tanica. A Karakul c’è l’elettricità, ma non l’acqua corrente.

Si vedono biciclette e qualche moto. Incontriamo pochi adulti, mentre sono tanti i bambini, che giocano incuranti del vento che comincia a sferzare i volti.

Tra il villaggio e il lago ci sono terreni gibbosi con qualche sparuto cespuglio attorno a cui si concentrano poche capre. Mentre camminiamo verso il bagnasciuga, notiamo due ragazzini indaffarati attorno al braccio di un’altra pompa dell’acqua con la quale stanno riempiendo un contenitore in acciaio. Una ragazza con il capo velato si avvicina loro e così facciamo anche noi. Li aiutiamo a caricare il pesante contenitore su un carrello. Poi proseguiamo verso la spiaggia assieme alla giovane Amina, questo il suo nome. La conversazione non è facile, ma – per una volta – i cellulari (anche Amina ne ha uno) facilitano incontro ed empatia.

In attesa del tramonto sul lago, continuiamo a camminare sulla spiaggia fino a raggiungere un ragazzo che sta badando ad alcune mucche, che resistono ai 3.914 metri del lago Karakul. Si chiama Mohammad e anche lui è contento di scambiare qualche parola.

I nomi – Mohammad e Amina – rivelano la diffusione dell’islam. Come testimonia anche la piccola moschea presente nel villaggio, che però troviamo sbarrata. In Tagikistan, l’islam è la religione dominante riguardando – dicono i dati governativi – il 90 per cento della popolazione. L’85 per cento dei fedeli musulmani sono sunniti (della scuola Hanafi), il 5 per cento sciiti. Tra questi ultimi, si contano un tre per cento di ismailiti (circa 230mila persone), concentrati proprio nelle zone del Pamir.

La repressione degli ismailiti

Al mattino troviamo Karakul imbiancata da un sottile manto nevoso reso ancora più scintillante dal cielo azzurro e dai raggi del primo sole.

Guidiamo verso il passo di Ak Baital e poi verso Murghab. La cittadina non ha attrattive, ma è importante perché ospita l’unico ospedale della regione. Con il solo pianoterra, la struttura appare molto modesta, ma anche qui (come ovunque) sono esposte le gigantografie del presidente. Ennesima testimonianza che parlare di culto della personalità non è affatto un’esagerazione giornalistica.

Poco fuori da Murghab sorge il «Centro di riabilitazione e asilo del leopardo delle nevi», felino tipico delle catene montuose dell’Asia centrale. Quando lo raggiungiamo, al di là delle altissime recinzioni non scorgiamo alcun leopardo. Munir, il giovane ecologo responsabile della struttura, cispiega che attualmente il Centro ospita soltanto due esemplari. «Sulle montagne del Tagikistan ne saranno rimasti un migliaio», ci spiega. Poi va a prendere un bel pezzo di carne e lo posa a terra, a qualche metro da una gabbia. Appena questa viene aperta, esce un leopardo che, con andatura elegante e felpata, si dirige verso il cibo e inizia a spolparlo. 

Giovane e appassionato del suo lavoro, Munir non è contento. Sottovoce, ci racconta che, per motivi politici, il governo ha esautorato la fondazione dell’Aga Khan (Aga Khan development network, Akdn), che finanziava il centro. Il fatto non stupisce in quanto l’Aga Khan (da febbraio 2025, è in carica l’Aga Khan V) è la guida spirituale e politica degli ismailiti, minoranza che il governo tagiko reprime da anni. Si sussurra che il presidente Rahmon non possa tollerare che una persona diversa da sé sia oggetto di venerazione. 

Da Murghab proseguiamo fino al lago di Bulunkul. Dopo aver trascorso una notte nella casa di una famiglia locale, il giorno seguente Ahror, il nostro autista tagiko, s’immette sulla pista che ci porterà fino al Panj, fiume che segna il confine con l’Afghanistan. Il Paese dei talebani e il Tagikistan condividono 1.357 chilometri di frontiera, spesso teatro di scontri.

Lungo il Panj, la strada è tortuosa e sconnessa, ma affascinante. Aldilà del fiume c’è il «corridoio di Wakhan», una striscia di territorio afghano stretta tra Tagikistan, Pakistan e Cina, lunga circa 260 chilometri, larga tra i 12 e i 60. Il lato afghano appare arido e aspro, ma non disabitato. Vediamo prima una carovana di cammelli, poi una moto con due persone, un gregge, un vecchio camion.

A conferma della diffusione, nella regione del Pamir, della corrente dello sciismo ismailita, ci fermiamo a Yamg, villaggio di Mubarak Kadam Wakhani (1839-1903) che è stato non soltanto un sufi ismailita, ma anche un talento poliedrico: poeta, artista, astronomo e fabbricante di carta. Purtroppo, oggi, la sua casa museo è chiusa e possiamo ammirare manoscritti e strumenti soltanto attraverso le finestre.

Arriviamo a Ishkoshim (Eshkashem), cittadina che il fiume Panj separa dall’omonima cittadina afghana e che segna il limite del corridoio di Wakhan. Poco fuori l’abitato, lungo il Panj, in una lingua di terra sul confine, si tiene un mercato afghano. Lo vediamo al di là del ponte, ma i militari tagiki che lo presidiano – purtroppo – sono irremovibili: non si passa (con grande sollievo della nostra guida).

Soldati e barriere

Dopo Ishkoshim, la strada continua a seguire la linea del confine, ma il territorio afghano si allarga e da arido e aspro che era nel corridoio di Wakhan si fa via via verde, abitato e con molte coltivazioni. Dal villaggio di Kalai-Khum in poi il confine appare però visibilmente rinforzato.

Militari tagiki presidiano il confine con l’Afghanistan. Foto Paolo Moiola.

Le barriere di filo spinato – costruite o in costruzione – percorrono un confine naturale già poco agevole di suo (gole e corsi d’acqua non facili da attraversare). Giovani militari tagiki con il fucile a tracolla camminano lungo il ciglio della strada.

I rapporti tra Tagikistan e Afghanistan non sono buoni, evidenziando come la politica prevalga sulla comunanza religiosa. È in questa zona (Khatlon, distretto di Shamsiddin Shohin), che si sono verificati sconfinamenti degli afghani e scontri con morti (gli ultimi nel dicembre 2025 e gennaio 2026).

Il passo di Shurabad è un incrocio importante: da una parte si entra in Afghanistan, dall’altra c’è la strada che porta alla capitale tagika verso la quale ci dirigiamo.

Facciamo sosta a Kulyab, città a poco più di duecento chilometri da Dushanbe. Nel cuore di Kulyab, immerso in un parco ombreggiato da platani secolari, si trova il complesso commemorativo del sufi Mir Sayyid Ali Hamadani (1314-1384). All’esterno del mausoleo ci sono un anziano fedele con una folta barba bianca e, sedute su una panca, tre donne con un sobrio velo sulla testa, curiose e divertite nel vederci fotografare. Hamadani è stato un poeta, filosofo e pensatore, ma soprattutto un missionario che portò l’islam sunnita in Kashmir e in Asia centrale.

Lasciata Kulyab, ci inoltriamo sull’altopiano interno che ha ampie strade asfaltate, ma che appare assai meno attraente del Pamir e delle zone di confine.

L’ospedale di Murghab è l’unico presidio medico di una vasta regione. Foto Paolo Moiola.

La capitale del lunedì

Arriviamo a Dushanbe, la capitale tagika il cui nome significa «lunedì», con riferimento al mercato che si celebrava quel giorno della settimana. 

A prima vista essa si direbbe essere la capitale di un Paese ricco: palazzi governativi grandiosi, lussuosi condominii in costruzione, un parco automobilistico moderno, un servizio di taxi (riconoscibili dal colore verde pisello) a trazione elettrica. Tuttavia, Dushanbe offre uno specchio deformato della realtà. Il Tagikistan rimane tra i paesi più poveri dell’Asia centrale, pur alla luce dei recenti progressi. Governo e Banca mondiale dicono, infatti, che il Paese sta crescendo a ritmi sostenuti (addirittura l’8,5 per cento nel 2025) e che il tasso di povertà è sceso al 20 per cento (era al 56 nel 2010).

Se le donne con il capo coperto dal velo sono una piccola minoranza, la capitale tagika mostra però la sua impronta islamica ospitando varie moschee tra cui la più grande dell’Asia centrale. Inaugurata nel 2023, con un profluvio di marmi e mosaici, la Imam Abu Hanifa ha quattro minareti alti 75 metri e una cupola principale di 47. Una particolarità della sua storia è il fatto che tre quarti del suo (enorme) costo sono stati coperti dal Qatar, paese con cui il Tagikistan ha stretti rapporti (è del novembre 2025 l’ultimo viaggio a Doha del presidente Rahmon).

Non essendo l’ora della preghiera, troviamo la moschea quasi vuota. A parte il custode, la sola persona che incontriamo è un addetto alle pulizie che sta passando un aspiratore sui tappeti che coprono l’enorme sala della preghiera. Si dice che questa possa ospitare fino a 43mila persone (che salgono a 130mila se si considera l’intera moschea).

La scuola islamica («madrasa») più nota si trova a Hisor, fuori dalla capitale. Nonostante il traffico, decidiamo di andare a visitarla: posta sotto la fortezza di Hisor e davanti alla piazza Registan, la madrasa-i-Kuhna è imponente con il suo cortile interno circondato dalle piccole celle che ospitavano gli studenti. Attorno alla madrasa si estendono campi cotoniferi. Fino a pochi anni fa, il cotone – molto incentivato negli anni della dominazione sovietica – rappresentava una delle maggiori risorse del Paese. Da qualche anno, per varie ragioni, la produzione è crollata. Ci fermiamo accanto a uno di questi campi. Piegate sulle piante a raccogliere la bambagia, ci sono varie donne con le quali ci intratteniamo pochi minuti per non distrarle dal lavoro (peraltro, in passato, il Tagikistan è stato accusato da varie organizzazioni di sfruttamento dei lavoratori del settore e di utilizzo di manodopera minorile).

Raccoglitrici di cotone (un tempo definito l’«oro bianco») a Hisor, vicino a Dushanbe. Foto Paolo Moiola.

La notte di Dushanbe

Torniamo a Dushanbe al calar del sole quando il gigantismo della capitale appare ancora più evidente. Difficile trovare aggettivi adeguati per descrivere la notte nella capitale tagika. È un florilegio di luci, ma anche una manifestazione della vanità del potere. Palazzi, monumenti, fontane, giardini, tutto esplode di luci colorate. Negli occhi dei visitatori occidentali c’è stupore e un dubbio: tutto questo non è uno spreco? «Siamo un Paese di montagne e ghiacciai che produce molta energia idroelettrica», ci spiega la guida. Ed è vero: il Tagikistan produce molta energia idroelettrica e riesce anche ad esportarne (oltre l’11 per cento nel 2023).

Il sindaco della capitale è Rustam Emomali Rahmon, figlio maggiore del presidente. Il Paese è nelle mani della sua famiglia, ma – come spesso accade – l’autoritarismo e il populismo trovano sostenitori tra la popolazione. Così è per Ahror: «Ogni cinque anni lo rieleggono perché la gente tagika lo ama», dice. E anche il giovane collega accanto a lui conferma.

Paolo Moiola
(2 – continua)

Vendita di pane nel mercato di Khorog. Foto Paolo Moiola.
Una carovana di afghani lungo il confine con il Tagikistan. Foto Paolo Moiola.
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