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Riportiamo qui due testimonianze a caldo su padre Angelo Riboli, nato a Crema il 12/05/1951 e diventato sacerdote missionario della Consolata il 23/09/1979. Partito per il Kenya nel 1981, è rientrato in Italia nel 2022 per gravi problemi di salute. Un infarto improvviso gli ha aperto le porte del cielo il 28/01/2026.

Mi risulta difficile una vera testimonianza su padre Angelo perché le nostre vite non si sono intrecciate molto. Ma desidero ugualmente esternare i ricordi che nutro di lui, quanto so, e ciò che sono venuto a conoscere, perché mi è significativo.
Il primo incontro avvenne in Kenya nel 1980. Io ero in casa regionale a Nairobi e lui alla vicina parrocchia del Consolata Shrine. Quasi quotidianamente ci veniva a visitare. Occhi scintillanti, sereno, gentile, comunicativo, sorridente. Questa relazione durò pochi mesi perché io lasciai il Kenya in marzo del 1981, quando poi diventai superiore generale. Tuttavia, sapevo dal suo parroco quanto lo apprezzava ed era apprezzato dai fedeli. L’amabilità che esprimeva era attraente. Un cuore intensamente pastorale, dimostrato poi anche nella sua attività missionaria a Wamba e Maralal. Per la sua conoscenza, esperienza, empatia e giovialità, godeva la stima dei confratelli, che per tre volte lo elessero consigliere regionale.
Fu anche amministratore regionale per sei anni. Compito non facile in una regione estesa ed esigente come quella del Kenya con molte missioni e molteplici istituzioni e attività. Veniva lodata la sua capacità, efficienza, e premura nei confronti di tutti. Indubbiamente pure onerosi i dieci anni di servizio come amministratore della diocesi di Maralal.
Sapeva tessere amicizie cordiali e durature. Più che amicizia, lui esprimeva affetto.
A causa della precaria situazione di salute fece rientro in Italia nel 2022. Seppi poi che il suo cuore funzionava solo al 40%. Io lo rividi in Casa Madre a marzo del 2025. Non lo riconobbi, tanto la malattia e le medicine l’avevano trasformato. Fu lui a venirmi vicino e dire: «Sono padre Riboli. Sei tu che mi hai accolto in Kenya». Stupito mi si aprirono gli occhi.
Vicini di camera ci vedevamo spesse volte. La comunicazione era difficile ma non la comunione. Eloquenti erano il sorriso, un cenno del capo, un’alzata di mano. Poiché i camici della messa non scendevano bene, quasi ogni mattina ci aiutavamo a vestirci. Sempre vicini in presbiterio durante le celebrazioni ci scambiavamo la pace. Fino all’ultimo giorno. Non più. Angelo, ora per te la pace eterna, dono del Signore e suo premio.
Nel camminare trascinava un po’ i piedi. Il sorriso però non lo abbandonò mai, vivendo le sue condizioni precarie con ammirevole sopportazione e pazienza.
Quanto pregare. Il mattino per lodi ed eucaristia, per l’ora sesta, e per il rosario e vespri la sera, in raccolto silenzio di molto anticipava tutti, servendo come fedele direttore della preghiera comune. Malattia, sofferenza e preghiera sono le due dimensioni emergenti nell’ultimo scorcio della sua vita. Un aspetto ludico: amava con visibile coinvolgimento guardare le partite di calcio.
Che agghiacciante sorpresa nel primo pomeriggio del 28 gennaio. Fui io a trovarlo supino a terra colpito da un infarto fulmineo. Nessuna recente avvisaglia, nessuno presente, non una parola di commiato. Ora solo preghiera, ricordi, gratitudine, e ammirazione per il molto bene compiuto con intelligenza vivace, dedizione totale, fraternità affabile.
Angelo, per molti sei stato un angelo premuroso: accompagnando, custodendo, servendo, amando.
Angelo, mi piace rendere omaggio a tua sorella Tiziana e a tuo cognato Pierangelo. Ti hanno prodigato innumerevoli attenzioni e ammirevole amore. Ti visitavano frequentemente qui a Torino e ti donavano giorni di gioia famigliare a casa.
Arrivederci presto.
padre Giuseppe Inverardi
Torino, 30/01/2026

Provo a scrivere pochi ricordi di Angelo, dando corpo a quanto ho cercato di dire durante l’omelia al suo funerale. Conosciuto in Italia quando era studente, l’ho ritrovato in Kenya dal 1989 al 2009. Prima, durante i miei tre anni a Maralal, dove sono stato dal 1989 al 1992, poi a Nairobi, nella casa regionale a Westlands, dove abbiamo convissuto dal 1993 al 2000. Un tempo, quello di Nairobi, di stretto contatto tra noi: lui amministratore regionale e io direttore del The Seed.
Padre Angelo era una persona con cui si stava volentieri. Ha testimoniato con i fatti il suo amore per la missione.
Quando ero a Maralal ci siamo incontrati diverse volte sia per gli avvenimenti riguardanti il nostro istituto che per la vita della diocesi di Marsabit (quella di Maralal è nata solo nel 2001). È da lui che ho preso l’ispirazione per iniziare nel 1990 l’avventura della Consolata Cup, il torneo di calcio, pallavolo e pallacanestro che dura ancora oggi. Un torneo a cui partecipavano tutti, a centinaia, ragazzi e ragazze: da quelli di strada agli studenti delle varie scuole superiori, seminaristi compresi. Nel torneo, mentre i seminaristi sfoggiavano le belle magliette da calcio e le scarpe che proprio padre Angelo aveva loro procurato, i rasta boys (i ragazzi di strada) giocavano quasi a piedi nudi, felicissimi di poter partecipare alla pari con gli altri giovani.
Angelo amava lo sport e credeva che potesse davvero aiutare i ragazzi. Forse neanche lui ha mai saputo quante maglie e scarpe da calcio ha fatto arrivare dall’Italia per la felicità di tanti. Sono convinto che se la Consolata Cup è andata avanti a Maralal dopo la mia partenza per Nairobi a fine giugno 1992, è proprio perché lui, nel frattempo, era diventato responsabile dell’ufficio pastorale diocesano e aveva sostenuto l’iniziativa.

Angelo sapeva mettere passione e impegno in quel che faceva, con il sorriso sulle labbra e grande attenzione alle persone attorno a lui, senza andare nel panico di fronte ai pericoli e alle difficoltà. Fraterno e allegro, metteva tutti a proprio agio.
Quando, verso la fine del 1994, la Regione del Kenya ha deciso di investire il piccolo surplus economico che aveva, è stato proprio grazie a padre Angelo, allora amministratore regionale, che è iniziata l’avventura del centro per i ragazzi di strada chiamato Familia ya Ufariji (Famiglia della Consolazione) nella periferia di Nairobi, verso Kahawa.
Aveva conosciuto la realtà dei ragazzi di strada fin dalla sua prima esperienza come viceparroco proprio al Consolata Shrine in Nairobi; li aveva poi incontrati per le polverose strade di Maralal e li aveva ritrovati tornando a Nairobi, visto che scorrazzavano a decine anche a Westlands, vicino alla nostra casa.
Alla Ufariji, lui ha sempre dedicato cura e passione, procurando fondi e seguendola da vicino. Là tanti ragazzi presi dalla strada, si sono sentiti amati, apprezzati, curati, hanno completato i loro studi e hanno costruito il loro futuro.
Molto apprezzato dai confratelli, è stato per ben tre volte consigliere regionale. Ha lavorato tanto a Nairobi, ma certamente il suo cuore era sempre nel Samburu, e là è tornato appena possibile, nel 2000, dedicandovisi con passione e competenza, con la gioiosità che lo caratterizzava, in una realtà molto bella e sfidante, ma spesso anche esigente per i grandi livelli di povertà e i problemi ambientali, e anche pericolosa per le tensioni tribali mai sopite e spesso alimentate di proposito da politici o trafficoni senza scrupoli.

Come parroco di Wamba, e poi amministratore della nuova diocesi di Maralal, ha sostenuto il vescovo Virgilio Pante nel suo impegno per la pace, per la salute della gente, per la rete di scuole sparse su tutto il territorio, per combattere la povertà e la fame.
Aveva un forte senso dell’amicizia, che diventava vicinanza, solidarietà e supporto fraterno a chi magari, per varie ragioni, viveva momenti difficili. Più di un confratello ha potuto apprezzare la sua presenza e trovare consolazione nella sua amicizia.
Ringrazio il Signore per un confratello come lui, con cui ho condiviso la stessa passione per il Kenya e la sua gente.
Certo, è stata dura vederlo tornare in Italia reso quasi irriconoscibile dalla malattia, che lui ha vissuto con grande profondità e dignità, senza lamentarsi e offrendo la sua sofferenza in silenzio, sempre disponibile e servizievole per quanto la sua condizione gli permettesse. È stato un grande dono averlo come amico e confratello.
Sono sicuro che ora dal Paradiso è diventato davvero un angelo, realizzando appieno quella vocazione che il suo nome portava: Angelo, messaggero dell’amore e della consolazione del Signore.
padre Gigi Anataloni
Torino, 02/02/2026

Il 12 febbraio 2026, pochi giorni prima della festa del centenario della chiamata al cielo di San Giuseppe Allamano, anche suor Maresa Sabena, novantenne missionaria della Consolata, è andata a far compagnia al suo amato fondatore. Riportiamo qui alcuni passaggi del ricordo di lei condiviso da una consorella al funerale.
Suor Maresa è stata una donna che ha reso la sua consacrazione religiosa missionaria visibile, una vita abbracciata da Gesù, lo sposo, il Figlio missionario del Padre. Ha vissuto la missione come testimone dell’annuncio dell’amore di Dio con cuore di madre, soprattutto a chi ancora non conosce la grandezza di questo amore che trasforma la vita, le situazioni senza speranza, l’accoglienza vera.
Ascoltiamo le sue parole da missionaria nel cuore dell’Ufficio pastorale migranti (Upm) di Torino (vedi MC 1-2/2025, p. 52).
«Come missionaria della Consolata ritengo particolarmente importante la nostra presenza in Upm, specialmente ora che i diritti umani dei migranti sono molto a rischio. Importante è anche condividerne e sostenerne l’obiettivo principale: “attenzione alla tutela e alla difesa dei diritti di ogni persona e famiglia migrante”.
Quando analizzo i dati e vedo che l’80% di uomini e di donne che si rivolgono a noi, non sono cristiani, che provengono da nazioni e religioni diverse, che sono passate centinaia di donne nigeriane, tutte molto giovani e vittime di tratta che abbiamo cercato di aiutare perché si liberassero da quella schiavitù e rimanessero regolari sul territorio, questo mi convince sempre di più sulla validità della mia e della nostra presenza in Upm come missionarie della Consolata.
Non solo, anche quando rifletto sul nostro carisma “portare l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, un messaggio di consolazione ai popoli, e la promozione della donna” sento di vivere pienamente la mia vocazione di missionaria della Consolata
Di fronte a queste realtà sento tutta la responsabilità del mio impegno quotidiano: cerco di porre molta attenzione nell’ascolto, libero da pregiudizi, nel rispetto delle loro culture e religioni. Cerco di offrire un aiuto per i documenti e per l’accoglienza, anche se è un momento molto difficile.
I migranti mi richiamano l’esodo dei popoli che la Bibbia ricorda fin dall’inizio della storia della salvezza. È in questa storia sacra che vedo inserito il mio, il nostro servizio che vivo con tanta gioia ed entusiasmo nonostante l’età novantenne e le difficoltà.
Quando (fui invitata a questo servizio), mi sembrò una proposta inaccettabile, sentii tutta la mia inadeguatezza: non ero mai stata in Africa, mai in America Latina, non conoscevo quei popoli e quelle culture.
Oggi, a molti anni di distanza continuo a ringraziare il Signore, perché si è servito e si serve della mia povertà e fragilità per compiere la Sua opera. Lo ringrazio per la vocazione religiosa missionaria e per la missione che ha scelto per me, anche se molto diversa da quella che sognavo».
Grazie suor Maresa, per la tua testimonianza missionaria molto significativa.
suor Generosa Iruma Ireri mc
Torino, 14/02/2026
