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Argentina. Per non dimenticare quella lunga e oscura notte

La Chiesa e i cinquant'anni (1976-2026) del golpe militare

Ieri, 24 marzo 2026, gli argentini hanno ricordato i 50 anni del golpe militare, avvenuto il 24 marzo del 1976. Io ho alcuni ricordi personali di quel periodo. In Argentina, infatti, arrivai nel novembre di quello stesso anno. Come una cappa di piombo, si percepiva un clima di controllo e paura su tutti e tutto. Ricordo che, durante il viaggio verso Nord per conoscere le varie comunità missionarie, accompagnato dal superiore regionale, padre Mario Viola, i controlli poliziali e militari erano continui: si saliva e scendeva dalla macchina per revisioni, richiesta di documenti, spiegazione dei motivi del viaggio.

Con tragico sarcasmo, un confratello diceva che il canto della messa «Alabaré, alabaré, alabaré» si era oramai trasformato in «A la pared, a la pared, a la pared» ovvero «Al muro, al muro, al muro», per intendere spalle al muro. Ricordo anche che tentai di visitare un confratello, padre Gianfranco Testa, messo in carcere e torturato durante il governo di Isabel Perón per la sua difesa dei campesinos nel Chaco, ma non mi fu permesso.

Ricordando il Golpe del 24 marzo 1976: la giunta militare con Jorge Rafael Videla al centro. (Immagine da perfil.com)

Ebbene, per i 50 anni, l’Episcopato argentino ha diffuso un messaggio riguardante quel momento storico, la tragedia del «terrorismo di Stato», un periodo che durò sette lunghi anni, fino al ritorno al regime democratico il 10 dicembre del 1983. Al messaggio è stato dato come titolo «“Nunca más” a la violencia de la dictadura y “siempre más” a una democracia justa» (Mai più alla violenza della dittaturae sempre più a una democrazia giusta).

Il documento dei vescovi cattolici dell’Argentina contiene vari punti significativi. Il 24 marzo del 1976 viene descritto come l’«oscura notte», una «tragedia» che esige una «memoria integra e luminosa» per avanzare come nazione. I prelati vanno però oltre affermando di comprendere  «che la memoria esige un’autocritica da parte della società», ma anche – e il passaggio è significativo – «della Chiesa presente al suo interno».

Ricordando il Golpe del 24 marzo 1976: i militari e la Chiesa. Nel documento 2026 dei vescovi è presente anche un’autocritica. (Immagine da perfil.com)

Il messaggio continua avvertendo una «tendenza crescente all’autoritarismo» e il rischio dei populismi che sfruttano l’angoscia sociale prodotta dalla crescita costante dell’impoverimento. E qui appare chiaro il riferimento all’attuale governo del presidente Milei che s’ispira a modelli come quelli di Trump, Putin ed altri governanti del mondo odierno. Ma anche a governi di stampo «populista» che l’hanno preceduto alla Casa Rosada.

Occorre tornare a un’economia «al servizio della dignità umana». Quindi, basta a una visione «economicista» a cui interessano solo i numeri e basta all’ossessione per gli investimenti stranieri che dovrebbero portare ricchezza al Paese e che – invece – si trasformano in tutt’altro: violazione dei diritti delle popolazioni, sfruttamento indiscriminato delle risorse, danneggiamento dell’equilibrio ambientale e quant’altro.

L’Argentina oggi: il presidente Javier Milei e il tenente generale Carlos Alberto Presti, nuovo ministro della Difesa.

L’opinione e l’atteggiamento degli argentini verso gli anni della dittatura è variabile, con una percentuale di nostalgici di quell’epoca che ruota attorno al 30%, con evidente soddisfazione delle delle più alte cariche del Governo. Anche se le forze armate non incidono più come nel passato, nell’ultimo rimpasto (a novembre 2025), Milei ha scelto come ministro della Difesa il tenente generale Carlos Alberto Presti, un militare di carriera dell’esercito, impegnato nella modernizzazione delle Forze armate argentine, sulla cui testa pesa di non aver mai condannato la dittatura e avere avuto il padre, il colonnello Roque Carlos Presti, al servizio della stessa. Si tratta del primo militare dopo 42 anni di ministri civili.

Il 24 marzo 1976 non è una celebrazione. È un modo per mantenere una memoria viva in funzione di una modalità di vita partecipativa, secondo criteri di giustizia ed equità e nel rispetto dei diritti umani fondamentali. È dire «mai più violenza». Di Stato e di ogni altro tipo.

Giuseppe Auletta (IMC)

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