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Stati Uniti. Millenovecento chilometri d’ingiustizie

I petrolieri e un giudice sconfiggono i Sioux e Greenpeace

Per ora, hanno vinto i petrolieri e Donald Trump. La lotta è quella tra la compagnia texana Energy Transfer e la tribù dei Sioux di Standing Rock, appoggiata da Greenpeace Usa.

La vicenda, iniziata nel 2017, riguarda il «Dakota access pipeline», un oleodotto della Energy Transfer di quasi 1.900 chilometri di lunghezza che trasporta petrolio greggio dal Nord Dakota all’Illinois attraversando territori indiani.

Contro l’oleodotto si sono schierati i popoli nativi (Dakota e Lakota, noti come Sioux) di Standing Rock, una riserva indiana posta tra il Nord e il Sud Dakota, nel corso degli anni più volte ridotta di dimensioni per decisione del Congresso statunitense. I nativi sostengono che l’opera contamina gravemente le risorse idriche e viola territori ad essi sacri.

Il percorso dell’oleodotto (BBC) e un’immagine delle proteste dei Sioux e degli ambientalisti. Per ora (febbraio 2026) sconfitti dalla lobby petrolifera e da Trump.

Per i Sioux si è distinta Janet Alkire – in lingua lakota, Winyan Wagatia ovvero «donna di alto onore» -, la prima donna indiana eletta presidente della tribù di Standing Rock. Al fianco degli indiani si sono da subito schierati gli ambientalisti di Greenpeace.  

Lo scorso 27 febbraio, James Gion, giudice distrettuale del North Dakota, ha condannato Greenpeace a pagare la somma di 345 milioni di dollari alla società petrolifera texana come risarcimento per i danni ad essa causati. Gli avvocati di Energy Transfer hanno sostenuto che l’organizzazione ha svolto un ruolo chiave nelle proteste, attirando migliaia di persone nel territorio della riserva Sioux di Standing Rock fin dal 2016. Il giudice Gion ha accolto l’istanza.

Tuttavia, Greenpeace ha già dichiarato di essere pronta a chiedere un nuovo processo o a presentare ricorso a istanze giudiziali di più alto grado.

Sul sito statunitense dell’organizzazione internazionale si legge: «Questa causa è sempre stata incentrata sul tentativo delle grandi compagnie petrolifere di far “pagare” qualcuno per le proteste contro l’oleodotto Dakota access, di cancellare la sovranità indigena e di indebolire il movimento ambientalista».

«Quanto accaduto a Standing Rock – si spiega ancora – ha spaventato le grandi compagnie petrolifere. Hanno visto una protesta dal basso, guidata dalle popolazioni indigene nel Nord Dakota, crescere spontaneamente fino a trasformarsi in una resistenza internazionale che ha mobilitato milioni di persone.

Hanno visto quanto potente possa essere il movimento ambientalista. Energy Transfer ha chiesto un ingente risarcimento “a titolo di risarcimento danni esemplari” perché vuole che questo caso serva da monito a chiunque, persona o organizzazione, pensi di esercitare il proprio diritto di parola o di protestare pacificamente».

La conclusione di Greenpeace evidenzia quanto sotto gli occhi di tutti: «Con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca, questo schema è ormai ovunque: obbedire e rimanere in silenzio, altrimenti la propria istituzione verrà distrutta». Va ricordato – infine – che il presidente ha riaperto anche la questione di un altro oleodotto, il Keystone XL, che parte dall’Alberta, in Canada, ma che è bloccato dal 2021 per scelta dell’ex presidente Joe Biden a causa di numerose controversie ambientali.

Paolo Moiola

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