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Nella nuova guerra intrapresa da Trump e Netanyahu, il martoriato Libano ancora una volta è finito sotto attacco dell’esercito israeliano (Israel defence forces, Idf). In particolare, sono stati presi di mira alcuni quartieri della capitale Beirut, parti della valle della Bekaa e tutti i territori meridionali al confine con Israele.
È proprio nel Libano del Sud che lo scorso 9 marzo l’Idf ha ucciso padre Pierre Al-Rahi, parroco di San Giorgio nel villaggio di Qlayaa, abitato per la quasi totalità da popolazione maronita (cattolici di rito orientale).
«Secondo quanto riferito – ha scritto il Jerusalem Post -, il primo colpo è stato sparato contro un’abitazione alla periferia del villaggio a causa del sospetto che terroristi di Hezbollah vi fossero entrati, ma avrebbe colpito il proprietario e sua moglie. I vicini, tra cui Rahi e membri della Croce Rossa locale, sono intervenuti per aiutare a evacuare i feriti, dopodiché è stato sparato un secondo colpo, che ha ucciso Rahi e ferito almeno altre tre persone».
Questa la fredda cronaca del quotidiano israeliano. Il tragico evento è stato – però – interpretato in maniera radicalmente diversa dalla rete internazionale dei «Preti contro il genocidio», organizzazione di recente costituzione ma già attivissima. «Padre Pierre – viene ricordato – non è morto per un tragico errore, ma mentre esercitava il più alto mandato evangelico: il soccorso del prossimo. Dopo un primo colpo sparato da un carro armato contro un’abitazione, il sacerdote è accorso insieme ad alcuni giovani per aiutare i feriti. È stato allora che un secondo tiro lo ha colpito mortalmente».
La rete denuncia la pulizia etnica in atto e l’impunità di cui gode l’esercito di Tel Aviv. L’accusa e la richiesta sono esplicite: «Le atrocità commesse in Libano sono la continuazione della carneficina che sta martoriando la Palestina. L’attuale governo israeliano che ordina ed esegue questi attacchi contro civili, bambini e ministri di Dio deve rispondere delle proprie azioni davanti alla giustizia internazionale».
Il comunicato della rete dei Preti contro il genocidio si chiude con una promessa: «Non ci stancheremo di chiedere giustizia. Perché non ci può essere pace senza verità, né riconciliazione senza che chi semina morte sia chiamato a rendere conto del sangue versato».

Secondo numeri diffusi dalle autorità libanesi, dall’inizio dell’attacco israeliano circa 800mila persone, tra cui circa 200mila bambini, sono state costrette ad abbandonare le loro case. Al 13 marzo, i morti sarebbero 773 (inclusi un centinaio di bambini) e i feriti 1.933. E questo nonostante il governo libanese – per bocca del suo primo ministro Nawaf Salam – abbia fin da subito messo fuori legge le attività militari e di sicurezza di Hezbollah. E, a sua volta, il presidente Joseph Aoun abbia espresso la disponibilità del Libano ad avviare negoziati diretti con Israele, nel tentativo di porre fine al conflitto scoppiato il 2 marzo. Tutto inutile. Il solo atto non di guerra di Israele si è verificato venerdì 13 marzo, quando il suo esercito ha lanciato su Beirut dei volantini propagandistici – ci sono anche due codici QR da scansionare – in cui si incita la popolazione libanese a ribellarsi: «Il Libano è una tua decisione. Non di qualcun altro. L’Unità 504 si impegna a garantire il futuro del Libano e del suo popolo». In verità, da tempo si parla di un’invasione da parte di Israele, almeno fino al fiume Litani.
Paolo Moiola
