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Per capire dove siamo oggi con l’escalation iraniana, bisogna tornare al 2018, quando Trump ritira unilateralmente gli Stati Uniti dal Jcpoa (Joint comprehensive plan of action), l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015. Quell’intesa imponeva limiti precisi all’arricchimento dell’uranio in cambio della revoca delle sanzioni. L’Iran, però aveva nascosto all’Iaea (International atomic energy agency) la presenza di quattro siti nucleari, aveva mentito sul tipo e numero di centrifughe utilizzate per l’arricchimento dell’uranio e sulla quantità di uranio arricchito oltre al 3,7%, livello stabilito dall’accordo. Questo consente a Trump di smantellare l’accordo sostituendolo con una campagna di «massima pressione» economica.
La risposta iraniana è prevedibile: dal 2019 Teheran inizia ad aumentare il livello di arricchimento. A maggio 2025, le riserve iraniane di uranio arricchito al 60% superano i 408 chilogrammi – quasi il 50% in più rispetto a febbraio – una quantità sufficiente per più ordigni nucleari se ulteriormente arricchita.
La guerra dei 12 giorni
Il 13 giugno 2025 Israele lancia attacchi preventivi contro il programma nucleare iraniano, i siti missilistici e le infrastrutture energetiche. Nella notte tra il 21 e il 22 giugno gli Usa colpiscono Fordow, Natanz e Isfahan con bombe GBU-57 e missili Tomahawk. Trump dichiara di aver «completamente e totalmente distrutto» il programma nucleare iraniano.
La realtà è però più complessa. La campagna dei 12 giorni ha inflitto danni ingenti, ma non ha eliminato il programma: l’Iran conserva le sue conoscenze, lo stock di uranio arricchito, la capacità di produrre centrifughe e almeno un sito segreto. Una valutazione del Pentagono stima il ritardo del programma in circa due anni. Il problema strutturale è un altro: gli attacchi hanno ridotto drasticamente la volontà iraniana a permettere il ritorno degli ispettori Iaea, essenziali per qualsiasi monitoraggio credibile.
Le trattative
Tra l’estate 2025 e febbraio 2026 si apre una fase di trattative indirette mediate dall’Oman. Il nodo pare però insormontabile: Washington chiede l’azzeramento dell’arricchimento, Teheran lo considera un diritto irrinunciabile. Nel frattempo, l’Iran rifiuta ispezioni sui siti colpiti e Khamenei conclude che l’amministrazione Trump non è un interlocutore affidabile.
A gennaio 2026, nel Paese esplodono proteste di massa a causa di una crisi economica devastante: inflazione annuale al 68%, quella alimentare al 105%, il pane rincarato del 142%. Il regime risponde con una repressione brutale.
28 febbraio 2026: l’escalation definitiva
Il 26 febbraio, il mediatore omanita annuncia un accordo: l’Iran ha accettato di non accumulare uranio arricchito e di consentire verifiche complete dell’Iaea. Due giorni dopo, quegli accordi sono carta straccia.
E arriviamo a questi giorni. Il 28 febbraio Usa e Israele lanciano una massiccia operazione congiunta colpendo Teheran, Isfahan, Qom e Kermanshah. Tra i bersagli, il compound di Khamenei, che viene ucciso nell’attacco. Trump dichiara apertamente l’obiettivo del cambio di regime, rivolgendosi al popolo iraniano: «Prendete il vostro governo. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni».

Cosa cambia ora
Il quadro nucleare è paradossalmente più pericoloso di prima. Gli attacchi, lungi dall’eliminare la minaccia, potrebbero spingere l’Iran verso la decisione finora evitata: ritirarsi dal «Trattato di non proliferazione» e avviare clandestinamente un programma per la bomba. Senza ispettori sul campo e con un regime sotto attacco esistenziale, qualsiasi verifica diventa impossibile.
La storia insegna che i programmi nucleari sopravvivono ai bombardamenti: le conoscenze non si distruggono con le bombe. Il mondo si trova oggi di fronte a un Iran destabilizzato, privo della sua guida storica, con un programma nucleare parzialmente intatto e motivazioni più forti che mai per dotarsi della deterrenza definitiva.
La diplomazia multilaterale, già logorata dal 2018, ha subito un colpo probabilmente irreversibile.
Piergiorgio Pescali