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Cuba-Guatemala. Medici cubani addio

Chiude l’accordo di cooperazione sanitaria

Dopo quasi 30 anni, il governo del Guatemala ha deciso di chiudere l’accordo di cooperazione sanitaria con Cuba, iniziato nel 1998 subito dopo la firma degli Accordi di pace del 1996. Tra marzo e luglio dovranno lasciare il paese 412 operatori sanitari cubani, di cui 333 medici che torneranno in patria. Las brigadas de medicos cubanos, da sempre fiore all’occhiello di Cuba, sono state prese di mira da Washington che sta facendo pressioni sui governi di mezzo mondo per smantellare le missioni cubane all’estero con l’obiettivo di isolare L’Avana non solo sul piano economico, con le sanzioni sull’invio di petrolio e gas, ma anche su quello diplomatico.
Sulla carta però il ministero della Sanità guatemalteco ha giustificato la scelta come un modo efficiente per rafforzare il sistema sanitario locale e dare continuità ai servizi. In poche parole, i medici cubani, un punto di riferimento in Guatemala soprattutto per il loro programma di oftalmologica e pediatria, non servono più e verranno rimpiazzati da dottori locali.


A rischio le aree indigene
Una scelta che rischia invece di aprire delle frizioni interne all’ordine dei medici guatemaltechi. Secondo l’accordo bilaterale Guatemala-Cuba, i medici cubani guadagnano circa 7mila quetzales al mese (850 euro) mentre un dottore guatemalteco, anche alle prime armi, guadagna almeno il doppio. Ma il nodo non è solo salariale, da sempre i medici cubani lavorano nelle più zone rurali, dove pochi medici locali accettano di trasferirsi. La loro improvvisa assenza potrebbe avere un impatto detonante sulla fragile sanità pubblica nelle aree indigene, dove più dell’80% delle persone vive in condizioni di povertà.
A seguire a ruota nella scelta di cacciare i medici cubani anche l’Honduras, dove ha recentemente vinto le elezioni Nasry Asfura, del partito conservatore di destra, sostenuto apertamente dal Donald Trump, nonostante i presunti brogli elettorali.


Il programma medico
Il programma di cooperazione medica cubana viene fondato nel 1963 per iniziativa di Fidel Castro con la prima «brigada de medicos cubanos» in Algeria, anche se un primo assaggio della politica di internalizzazione e solidarietà sanitaria cubana si era avuto già nel 1960 con l’invio di personale sanitario in Cile dopo il devastante terremoto di quell’anno.
Da allora Cuba ha prestato circa 160mila medici cubani a 165 Paesi in circa 60 anni di cooperazione medica.
A partire dal 1998, a fronte dei danni generati dagli uragani Mitch e George, Cuba ha rafforzato la sua cooperazione in Centroamerica e soprattutto in Guatemala, Honduras e Nicaragua, mentre dal 2003 centina di medici cubani sono volati in Venezuela con un accordo bilaterale che prevedeva l’invio di sanitari in cambio di rifornimento di petrolio, necessari per l’isola che produce solamente il 40% del suo fabbisogno energetico.
Nel 2005 Cuba crea la «Brigada Henry Reeve» specializzato in catastrofi naturali ed epidemie e portando il proprio aiuto in numerose emergenze globali, tra cui l’epidemia di ebola in Africa centrale. Fino ad arrivare al 2020, in cui sono stati in prima linea anche in Europa e in 42 paesi, tra cui l’Italia, durante l’epidemia di Covid-19.
Con una media di 7,7 medici cubani ogni mille abitanti, Cuba è tra i Paesi con la più alta densità di medici al mondo e a fine 2025 aveva oltre 26mila i medici cubani situati 58 paesi. Il programma crea profitti diretti per l’isola, mentre i medici inviati ricevono solo una parte della somma che gli Stati ospitanti versano a Cuba.
Nonostante il basso salario, molti medici, come nel caso del Guatemala, si trovano in difficoltà di fronte alla prospettiva di tornare in un Paese ormai al collasso energetico, provata da oltre 60 anni di embargo, ma anche da scelte politiche interne poco lungimiranti. A Cuba manca di tutto, dal cibo, alle medicine e all’elettricità.
E mentre Washington sembra mollare leggermente la presa sul blocco totale del petrolio proveniente dal Venezuela, l’economia continua a contrarsi e anche il settore turistico dei resorts, che da sempre a Cuba è stato amministrato come un mondo a parte, è in forte declino, privo di manutenzione e di turisti.


La reazione dei medici cubani in Guatemala
«Sono 5 anni che sono qui e ora vivo sentimenti contrastanti – dice Lizandro, pediatra di 34 anni dell’ospedale rurale di Uspantán, nel dipartimento del Quiché -. Ci prepariamo tutta la vita per fare questo lavoro con dedizione e per servire in aree marginalizzate come questa e ora, dopo 30 anni, Il Guatemala ci caccia come fossimo animali, come se non fossimo serviti nulla».
Al risentimento di chi non si sente apprezzato si aggiunge il dolore per i pazienti che dovrà lasciare nel giro di qualche settimana. «Anche se siamo sfruttati e malpagati, per noi è comunque difficile tornare a Cuba – continua Lizandro -. Là guadagniamo il corrispettivo di 40 dollari al mese e 30 uova costano come metà del nostro stipendio».
Lizandro, come gli altri nove medici cubani del piccolo ospedale di Uspantán e gli oltre 400 della brigata medica in Guatemala tornerà a lavorare in un ospedale di Cuba, in condizioni critiche, a causa dei frequenti blackout che rendono impossibile usare strumentazioni mediche avanzate. «A Cuba si opera solo in emergenza – continua -. I pazienti arrivano in ospedale con la siringa da casa per farsi fare un’iniezione perché abbiamo poca fornitura e quella che c’è viene usata per operazioni chirurgiche gravi».
Molte famiglie cubane vivono di rimesse di famigliari negli Stati Uniti che inviano non solo soldi, ma anche beni di prima necessità, in particolare farmaci e forniture mediche. Tuttavia, il blocco sul petrolio ha portato alla riduzione anche dell’invio di altri prodotti. «I più fortunati ricevono pacchi di siringhe, cotone, medicinali che poi rivendono sul mercato nero, ma questo genera ancora più disuguaglianza tra chi riceve aiuti e chi no», continua Lizardo.


Convoy «Nuestra America»
Una coalizione di organizzazioni umanitarie, movimenti e sindacati sta organizzando una carovana umanitaria per portare aiuti, medicine, cibo e solidarietà a Cuba. «Nuestra America convoy a Cuba» è iniziata come una flotilla via mare sulla linea della Global sumud flotilla per Gaza, ma negli ultimi giorni si è trasformata in un’operazione più ampia, con l’obiettivo di far arrivare aiuti via mare e aria entro il 21 marzo, con arrivo simbolico al malecón (lungomare) de L’Avana. L’idea è cambiata in corso d’opera grazie all’enorme mobilitazione internazionale, più vasta del previsto. Anche se ancora non conoscono i luoghi e i giorni di partenza della carovana mare-aria, molti paesi dell’America Latina si stanno organizzando per raccogliere medicinali e generi alimentari in vista dell’invio.

Simona Carnino

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