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Pakistan-Afghanistan. Erano amici

Islamabad attacca Kabul

Il 26 e 27 di febbraio, il Pakistan ha lanciato raid aerei contro l’Afghanistan, colpendo in particolare la capitale Kabul e le città di Kandahar e Paktia. Il numero esatto e l’identità delle vittime rimangono ancora sconosciuti. Lo Stato maggiore pakistano ha dichiarato di aver mirato a basi talebane, uccidendo 133 militari. Fonti Onu e Ong locali, però, riportano anche numerose vittime civili: almeno 13 morti e oltre 200 feriti.

Subito dopo l’attacco, sul social network X, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Mohammad Asif ha dichiarato: «La nostra pazienza ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi».

Questa affermazione arriva dopo mesi di scontri e reciproci attacchi tra i due Paesi. A ottobre 2025, aerei pakistani avevano bombardato il mercato di Paktika, città nota come roccaforte del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan) e popolata da storici clan pashtun, celebri per la loro autonomia, fierezza e adesione al codice Pashtunwali. A quel bombardamento seguirono diversi attacchi suicidi, rivendicati da gruppi talebani, contro checkpoint militari pakistani.

Per anni, i due Paesi sono stati alleati, condividendo molte operazioni e scambi commerciali spesso di dubbia legalità. Negli ultimi trent’anni anni, il Pakistan ha ospitato molti talebani di alto rango, soprattutto durante la presenza statunitense in Afghanistan. Leader storici come il mullah Mohammad Omar hanno completato qui, in città come Quetta, Peshawar e Karachi, la loro istruzione nelle scuole islamiche. Nell’agosto 2021, i talebani che riprendevano il potere a Kabul venivano osannati con parole di trionfo dal primo ministro pakistano Sheikh Rasheed Ahmed.

Cosa è cambiato da allora?

I rapporti iniziano a incrinarsi subito dopo il ritorno dei talebani a Kabul. Il Pakistan, grazie al supporto economico elargito negli anni, sperava in un maggiore controllo sui talebani. Questi, invece, si sono mostrati sempre più indipendenti, cercando nuove alleanze che non comprendevano più l’aiuto dello Stato confinante. Uno dei punti di maggiore tensione, e motivo degli scontri recenti, è la situazione lungo la linea di Durand.

La linea di Durant tra Afghanistan e Pakistan (Treccani). Nei riquadri, il leader talebano Mullah Hibatullah Akhundzada (afinti.com) e il ministro della Difesa del Pakistan, Khawaja Mohammad Asif (Usaid Pakistan).

Questa frontiera, stabilita nel 1893 da Sir Henry Mortimer Durand tra l’emirato afghano e l’India britannica, ignorò il volere dei clan locali, dividendo la comunità pashtun in due nazioni. Il limite fu nuovamente confermato nel 1947 con la nascita dello stato indipendente del Pakistan.

Il Pakistan considera la linea di Durand un confine ufficiale. Nel 2017, il governo di Islamabad ha iniziato a erigere una lunghissima recinzione, oggi completata all’85%. Di recente i lavori di fortificazione e completamento della barriera sono stati accelerati, per l’esigenza di bloccare traffici illeciti e l’entrata nel Paese di potenziali terroristi. Questa divisione territoriale, però, non è mai stata accettata dagli afghani, soprattutto dai Talebani e dalle comunità pashtun, che vedono il confine come un’imposizione coloniale che separa clan e famiglie di pastori che abitano queste terre da secoli. Negli ultimi vent’anni, le province attorno alla linea di Durand sono state anche rifugio di diversi gruppi armati come Haqqani Network, al-Qaeda e il Ttp.

Lo scorso autunno, Qatar e Turchia tentarono di mediare una pace, ma senza successo. Una guerra aperta potrebbe coinvolgere altri attori: la Cina, che mira a completare il Cpec (China-Pakistan economic corridor), e l’India, supportata dagli Usa, decisa a ostacolarlo. Recentemente, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Mohammad Asif ha definito l’Afghanistan una «colonia dell’India».

Come raccontato nel nostro reportage del 2024 in queste terre, un interesse chiave nelle regioni di confine, soprattutto nel Balochistan, sta nella sua ricchezza mineraria (rame, oro, gas e uranio). Nel frattempo, sono i civili e i più deboli a pagarne le conseguenze. Abbiamo contattato telefonicamente un nostro collaboratore in Afghanistan, Rashid, che ci ha accompagnato in vari reportage, specialmente nei giorni del ritorno talebano: «Grazie a Dio, io e la mia famiglia stiamo bene, ma l’attacco di ieri notte è stato il peggiore degli ultimi anni. Un jet pakistano ha distrutto una base militare a Darulaman, a soli dieci minuti da casa mia. Nessuno dorme più. Non viviamo più quella che si può considerare una vita normale».

Angelo Calianno

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