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Hsinchu. Suor Jocelyn Arevalo ci accoglie con un largo sorriso. È una persona minuta e piena di vitalità. Parla inglese in modo fluente. Chiamata da tutti suor Joyce, è filippina, e da oltre 25 anni vive e lavora a Taiwan. La sua congregazione, le suore agostiniane di Nostra Signora della consolazione ha avuto origine a Manila, all’inizio del secolo scorso.
Lei è la responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Hsinchu, che copre una vasta zona a Sud della capitale Taipei. Subito ci invita a entrare nel palazzo sede del Hsinchu catholic migrants and immigrants service center, centro servizi per migranti, il maggiore dei tre che gestisce la diocesi.
Qui ci presenta Lydia Nieh, la supervisionatrice dei casi, ovvero colei che coordina tutti gli operatori (case workers) che lavorano con le persone assistite dal centro. Questi seguono ogni «caso», appunto, singolarmente. Lydia è anch’essa una immigrata, nata in Myanmar, di etnia cinese. Infine, suor Joyce ci introduce alla direttrice del centro, Gracie Liu, taiwanese.
Le tre donne, di tre origini diverse, paiono piuttosto affiatate.
Suor Joyce prende subito la parola: «Questo centro, che ha celebrato 27 anni di attività, non realizza solamente il lavoro pastorale con i migranti, ma è un vero centro servizi per loro. Certo forniamo il nostro accompagnamento per la crescita spirituale dei lavoratori migranti, ma anche un aiuto emotivo, psicologico e fisico. Ad esempio, organizziamo la messa nelle diverse lingue in cattedrale. E – continua la religiosa – facciamo consulenza per i casi di depressione, ricerca della famiglia, o diversi altri problemi pratici che possono incontrare. Inoltre, quando necessario, offriamo letti e docce in dormitori. Più in generale, difendiamo i diritti dei migranti».

Taiwan è uno dei pochi Paesi ad alto reddito nella regione, per questo motivo è meta ambita di migranti dalle varie nazioni limitrofe. Il centro diocesano si occupa dei lavoratori migranti più bisognosi: «Qui vengono soprattutto filippini, vietnamiti, indonesiani, e thailandesi – continua suor Joyce -. Molti filippini lavorano nelle fabbriche dei semiconduttori, al Science park di Hsinchu (vasta area industriale dove sono presenti i maggiori stabilimenti di semiconduttori al mondo), perché sono favoriti dal fatto che parlano inglese. I vietnamiti sono molto bravi nelle costruzioni e sono impiegati nei cantieri. Le donne indonesiane trovano lavoro come care giver presso le famiglie». Gli uomini di varie nazionalità, inoltre, lavorano anche in agricoltura e nella pesca.
«Il vescovo, monsignor Lee, ci supporta molto, è coinvolto con il nostro lavoro, e noi lo aggiorniamo sempre sulle attività del centro.
Tra tutte le diocesi di Taiwan, possiamo dire che quella di Hsinchu ha i centri migranti meglio organizzati. Ce ne sono tre, di cui uno dedicato ai vietnamiti in Taoyuan».
Abbiamo incontrato monsignor John Baptist Lee Keh-mien alcuni giorni fa. Ci ha informati sul fatto che molti migranti frequentano le parrocchie e che lui sta incoraggiando sacerdoti e religiose dei Paesi di maggiore immigrazione a venire a lavorare in diocesi, in modo da ridurre le barriere linguistiche e culturali.
Ci ha, inoltre, raccontato della sua preoccupazione per i lavoratori senza documenti, e di come, talvolta, la polizia venga a cercarli durante la messa.
Secondo lui, «l’economia di Taiwan ha bisogno di questi lavoratori, ma quelli senza documenti vengono sfruttati perché pagati di meno».
Lydia prende la parola: «Assistiamo ogni migrante personalmente. Innanzitutto verifichiamo se ci sono state delle violazioni dei suoi diritti. Per fare questo cerchiamo di capire se dicono la verità, poi registriamo il caso e chiamiamo i servizi governativi. In Taiwan c’è il numero telefonico dedicato alla protezione dei lavoratori migranti. Questi possono chiamare il numero e trovare un operatore che parla la loro lingua. Li incoraggiamo a chiedere assistenza e li aiutiamo nella negoziazione, se necessario.
Abbiamo anche delle strutture per dare loro un aiuto diretto. Possiamo fornire un letto e una doccia, se ne hanno bisogno. Di solito le fabbriche che impiegano questi lavoratori, mettono a disposizione dei dormitori. Mentre i lavoratori domestici dormono a casa del datore di lavoro. Nel caso non potessero, ad esempio per conflitti con il datore stesso, possono venire qui».
I posti a disposizione nel centro sono sessantadue e gli ospiti stanno mediamente uno o due mesi, ma in alcuni casi possono stare anche per tempi più lunghi.

Particolare importanza è data ai casi di vittime di traffico di persone. «Esistono degli intermediari illegali che vanno nei Paesi di provenienza e propongono ai potenziali migranti un lavoro, dicendo che è previsto un alto salario – spiega Lydia -. Questi partono, e l’intermediario li propone per dei lavori presso suoi clienti che di solito, però, non sono quelli pattuiti. Ad esempio, le lavoratrici domestiche vengono trattenute e quasi segregate. “Puoi guadagnare più soldi”, dicono loro, “sei già qui, perché no”, e restano imbrigliate. Talvolta sono salvate dalla polizia.
In altri casi il datore di lavoro usa falsi contratti, chiede ai lavoratori di venire a Taiwan e poi li dirotta su altre società.
Lydia racconta di un caso accaduto circa tre anni fa: «È successo che a una ventina di uomini vietnamiti, l’intermediario avesse parlato di una ditta inesistente, mostrando documenti falsi per farli venire dal Vietnam. Quando i lavoratori sono arrivati a Taiwan, l’intermediario li ha portati a una compagnia differente da quella prevista, dicendo loro che potevano lavorare lì. Ma i migranti non avevano il permesso di lavoro, e non hanno ricevuto alcun contratto, iniziando quindi un lavoro con un salario ridotto in quanto essi erano “illegali” nel Paese».
La vicenda è venuta poi alla luce perché uno dei vietnamiti, stufo di essere sfruttato, è andato dalla polizia. «Gli agenti hanno investigato per sei mesi, trovando, infine, un gruppo di ventuno lavoratori migranti senza documenti e sfruttati. Li hanno portati al nostro centro chiedendoci di dare loro rifugio».
Se sono ingressi illegali, come normalmente capita in questi casi, e sono riconosciuti come casi di traffico di persone, i migranti ottengono uno status legale, e il permesso di lavorare.
«Per quanto riguarda le persone prive di documenti, le aiutiamo per pratiche varie, ma anche, per esempio, per andare all’ospedale. La diocesi di Hsinchu gestisce, infatti, il Mercy hospital. Il Governo chiede la segnalazione alla polizia dei migranti senza documenti. In alcuni ospedali lo staff rispetta questa regola. Ma nell’ospedale della diocesi non si fa. Se i migranti hanno un incidente sul lavoro, ci chiedono aiuto, e anche se sono senza documenti, noi li assistiamo. Ma se vanno davanti a un giudice, questo li fa arrestare. Quindi, talvolta diciamo loro di andare prima dalla polizia a dichiararsi spontaneamente».
Gracie, la direttrice del centro, ci fa il punto su alcune attività: «Sovente i migranti non capiscono i documenti e non sanno dove firmare, ad esempio i contratti di lavoro. Tutto è scritto in lingua cinese e non ci sono traduzioni.
Gli intermediari, o i datori di lavoro, dicono loro di firmare. Ma loro non si sentono sicuri».

«Da quando abbiamo scoperto questi problemi, il nostro ufficio ha organizzato gli Education assistance groups (gruppi di educazione e assistenza). Si tratta di gruppi di lavoratori immigrati, già stabilizzati, in particolare filippini. Alcuni di loro sono i nostri leader in cattedrale per la pastorale internazionale delle comunità cattoliche.
I gruppi di educazione e assistenza responsabile offrono formazione ai gruppi di migranti arrivati da poco. Questo lo si fa con cadenza mensile.
Per qualsiasi tipo di problematica incontrino i migranti, noi cerchiamo di dare loro una formazione adeguata. Lo facciamo in cattedrale, ma anche in diverse chiese della diocesi. Numerose sono le comunità filippine e indonesiane.
Il gruppo di educazione è anche un modo per fare sapere ai lavoratori migranti che in questa diocesi esiste un centro che può aiutarli. È un lavoro di sensibilizzazione», continua Gracie.
«Come canale informativo usiamo anche due pagine Facebook, una del centro e l’altra della cattedrale. Qui riceviamo commenti, domande, in diverse lingue.
Quando vediamo qualche messaggio, intervengono i nostri operatori delle diverse nazionalità, in modo che possiamo sempre assicurare una risposta in ogni lingua. Anche per questo ci chiamano per assistenza».
Suor Joyce spiega: «In cattedrale abbiamo due messe la domenica e, talvolta, subito dopo la funzione, qualche lavoratore migrante viene a farci delle domande, se ci sono questioni che non capiscono. Io chiamo la direttrice, anche se è domenica. Ecco perché siamo sempre disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Di solito facciamo una breve formazione di quindici minuti con i membri dei gruppi di educazione e assistenza prima della messa, sulle questioni più importanti.
Ad esempio, c’è stato un periodo nel quale davamo informazioni sull’uso delle moto, perché i migranti non conoscono il codice stradale di Taiwan e vengono fermati sovente dalla polizia. Nelle Filippine si guida in maniera molto differente.
Questa è educazione pratica. Aiutiamo anche su questioni riguardanti i soldi, ad esempio sui prestiti che spesso nascondono truffe. Un lavoro preparatorio è fare delle riunioni nelle quali gli animatori di questi gruppi di educazione discutono su come sia meglio agire a fronte di vari eventi. Le loro esperienze personali di ex migranti aiutano molto.
Con la direttrice e Lydia discutiamo una volta al mese insieme ai nostri case workers, per parlare di quali sono i casi, e di quali sono le cose che dobbiamo fare per loro.
C’è sempre un lavoro di squadra, una discussione, affinché il nostro centro dia un servizio migliore. Una difficoltà è data dal dovere interagire con molte nazionalità differenti», conclude suor Joyce.

I tre centri migranti della diocesi di Hsinchu fanno parte del Migrant empower network di Taiwan (Men), una piattaforma di tutte le organizzazioni che si occupano di migrazione.
«Ci si ritrova a discutere quali sono i temi più importanti per i migranti – ci racconta suor Joyce -. Ogni due anni abbiamo un raduno internazionale sulla migrazione, durante il quale si discute, in particolare, un tema. L’ultimo è stato “abolire il sistema degli intermediari”, cioè quelle persone che reclutano all’estero gente da sfruttare, perché essi creano molti problemi ai migranti.
Abbiamo cercato di rispondere ad alcune domande: come prendono i soldi ai migranti? E qual è il punto di vista del Governo di Taiwan?
Stiamo continuando la lotta su questo. E migranti da diversi Paesi e Ong si ritrovano in questi incontri».
Al centro, i migranti possono frequentare corsi di lingua cinese, di musica, o chiedere counseling ai case workers, fare incontri. Ma anche seguire formazioni per le care giver, e altre sulla legislazione, o su come collaborare con i datori di lavoro e come trovare un impiego, impostando correttamente un colloquio di selezione. Il centro mette a loro disposizione svariate attività. Essi vi soggiornano quando aspettano un lavoro, e lo attendono con impazienza, perché le loro famiglie nei Paesi di origine hanno bisogno di soldi. In alcuni casi, i migranti attendono il permesso di lavoro oppure il rimpatrio.
«Anche se il nostro centro è cattolico, noi non facciamo distinzione di religione. Incoraggiamo i migranti a pregare ciascuno nel proprio credo, a frequentare la propria chiesa, o culto. Anche il nostro staff non è affatto tutto cattolico.
Inoltre, la diocesi organizza incontri tra le varie religioni, con protestanti, buddhisti, taoisti», conclude suor Joyce, facendo riferimento alla grande pluralità religiosa che si vive a Taiwan. Alla fine del nostro incontro, le tre leader ci portano a visitare i locali del centro. Ci incuriosisce una saletta all’ingresso della quale c’è un cartello: su sfondo verde è disegnato il simbolo di una moschea stilizzata, e sono scritti i testi «muslim prayer room» in inglese, sala di preghiera in bahasa indonesia e in cinese. Un piccolo grande esempio di accoglienza.
Marco Bello

Incontriamo suor Maristella Piergianni, missionaria del Sacro costato. La sua è una congregazione di spiritualità ignaziana, fondata a Gravina di Puglia (Bari) da Eustachio Montemurro nel 1908 (cfr. MC luglio 2025).
Suor Maristella vive a Taiwan dal 1965 e ha 83 anni, ma ne dimostra dieci di meno. Siamo al centro Social welfare foundation san Giuseppe, un palazzo moderno di cinque piani nel centro cittadino. È un luogo nel quale ci si occupa di disabilità.
La religiosa ci presenta Monica Lin, la direttrice del centro, e ci racconta l’origine di quest’opera: «Nel 1975 era parroco qui a Hsinchu un padre gesuita ungherese, Stefano Jasko. Un giorno vide un ragazzo con disabilità aggirarsi per le strade senza una meta, ed ebbe l’intuizione di accoglierlo. Ha iniziato così a raccogliere ragazzi che nessuno voleva negli edifici della parrocchia. Alcune famiglie tenevano i ragazzi segregati in casa perché ne avevano vergogna. La voce si è sparsa, così sono arrivati altri disabili fisici e mentali. I ragazzi sono diventati tanti e c’è stata la necessità di creare un centro adatto per loro».
Suor Maristella ci spiega, inoltre, che per alcuni decenni il centro è stato in un altro edificio, nella parrocchia di san Giuseppe, poi, circa undici anni fa, è stato costruito il palazzo nel quale ci troviamo, realizzato con tutti i criteri per le disabilità fisiche.
Qui sono seguite un migliaio di persone, di tutte le età, dai bambini piccoli agli adulti. Ma non è un centro residenziale. Alcuni vivono a casa dei genitori, altri in case famiglia. C’è anche un dormitorio legato al centro in un’altra struttura.
Suor Maristella parla con noi in italiano e si confronta con la direttrice in cinese, in entrambe le lingue ha lo stesso simpatico accento del Sud Italia.
«Qui è come una scuola, dove ci sono molteplici attività per ragazzi e adulti, ma tutte diurne. Ognuno però è seguito singolarmente in tutto il suo percorso. Alcuni di loro lavorano, secondo le proprie capacità. Facciamo in modo che possano essere autonomi, quando possibile. Poi ci sono quelli più gravi, che non possono lavorare».
Il centro, fondato dai Gesuiti, è inserito nelle opere sociali della Chiesa. Con la riduzione generale del numero di sacerdoti, la direzione è stata affidata direttamente alla diocesi. Nei primi anni ha ricevuto finanziamenti dall’estero, dalla rete della congregazione. Poi anche dal Governo di Taiwan. Oggi, si regge su donazioni di privati taiwanesi e su contributi statali per il pagamento del personale. Vi lavorano, infatti, circa centocinquanta persone.
«Io sono infermiera – continua suor Maristella – diplomata negli Stati Uniti. Lavoravo in un ospedale della diocesi, poi, nel 1992, padre Stefano chiese alla nostra congregazione un’infermiera per aiutarlo con i suoi ragazzi. E così fui trasferita al centro. A parte un periodo di alcuni anni durante i quali ho fatto la superiora provinciale, sono rimasta a lavorare qui, assumendo incarichi diversi».
Mentre parla si interrompe e, con gli occhi sorridenti, dice: «Ma sono felici questi ragazzi, sono belli. C’è anche la banda musicale per le grandi feste!».
Suor Maristella e la direttrice ci mostrano poi una sala, nella quale si trovano giochi e pitture realizzate dai ragazzi e ragazze del centro: «Tutte queste cose vengono vendute per autofinanziamento», dice soddisfatta la religiosa.
Ma.B.
