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Nord Est della Nigeria. Il verbo che qui meglio descrive la vita dei fedeli cristiani – ma non solo – non è «vivere», ma «resistere». Resistere al terrorismo jihadista di Boko Haram e Iswap (Islamic state west Africa province, Stato islamico provincia dell’Africa dell’Ovest), che nel 2025 ha intensificato gli attacchi contro civili e forze di sicurezza soprattutto negli Stati di Borno e Yobe, con un’escalation. Tutto documentato da fonti come Acled (organismo indipendente di monitoraggio dei conflitti, acleddata.com) e da rapporti umanitari, con picchi di violenza tra maggio e giugno e collaborazione tra fazioni. Quello passato è stato un anno tra i più violenti, con migliaia di vittime cumulative.
Per raggiungere Maiduguri, nel Nord della Nigeria, partendo da Abuja, si sorvolano centinaia di chi-lometri di terra arida.
Il Sahel nigeriano è un susseguirsi di sabbia e argilla: un territorio già ostile per conformazione naturale, dove l’agricoltura è fragile e la sopravvivenza dipende dall’equilibrio tra clima e sicurezza.
È in questo contesto che, nel 2009, Boko Haram è sceso in guerra (vedi box) e, cacciato da Maiduguri nel 2013, non è mai stato davvero sconfitto. Da allora la guerra ha solo cambiato forma. passando da controllo territoriale a guerriglia asimmetrica. Ci sono poi fazioni come Iswap che hanno adottato una governance più strutturata basata su tasse, giustizia parallela e controllo delle risorse nell’area del lago Ciad.

Spostandosi verso Sud Est, le strade che conducono alle aree di Gwoza e Pulka sono considerate tra le più pericolose del Paese. Non si viaggia su strade: l’unico modo per arrivarci è l’elicottero. Dal cielo il territorio appare frastagliato: colline, foreste, sentieri invisibili che collegano villaggi isolati. È un paesaggio che favorisce la guerriglia, le imboscate, le fughe rapide.
Atterrando a Pulka, si ha subito la sensazione di entrare in una città desolata. Nello Stato di Borno, a ridosso del confine con il Camerun e all’inizio delle Mandara Mountains, Pulka è una base strategica per l’esercito regolare nigeriano, un nodo cruciale per il controllo dell’area meridionale del Borno e per le operazioni contro i gruppi jihadisti che si muovono tra la foresta di Sambisa e le montagne. Oggi, però, è soprattutto una città rifugio: ospita migliaia di sfollati interni, persone fuggite dai villaggi circostanti dopo attacchi, incendi, rapimenti e recenti offensive, come quelle dell’estate 2025, quando si verificarono assalti notturni con spari respinti dalle forze di sicurezza, lanci di granate e attentati suicidi nelle aree vicine.
Qui la guerra non è un evento eccezionale: è una condizione permanente. I check-point militari scandiscono l’ingresso e l’uscita dalla città. Oltre quei punti, il territorio è incerto. Uscire per coltivare i campi significa esporsi al rischio di un attacco; restare dentro, invece, vuol dire dipendere dagli aiuti umanitari, spesso ritardati – se e quando arrivano – dalla presenza di bombe artigianali lungo le strade, come la Maiduguri-Damboa.
È in questa prigione a cielo aperto che incontriamo Lambert John Musa. Ha 49 anni, proviene dal villaggio di Igadele, a pochi chilometri da qui. Era un agricoltore. Oggi è anche un vigilante armato. «È stata l’insurrezione a costringerci a fuggire», racconta. «Ci hanno attaccati, siamo scappati sulle montagne e poi in Camerun. Siamo rimasti lì più di un anno». La vita da rifugiati, però, non era una soluzione. «In Camerun non c’era lavoro. Nemmeno il lavoro giornaliero. Sopravvivevamo con quello che ci davano».

Il ritorno a Pulka sembrava a Lambert una scelta possibile. «Pensavamo che la pace fosse tornata, perché i soldati erano ovunque». Ma la sicurezza era solo apparente. «Da quando siamo tornati, nessuno può uscire dalla città. Se lo fai, ti uccidono. Molte persone sono state uccise».
È in questo contesto che nasce la decisione di armarsi. «Quando siamo tornati e hanno ricominciato a uccidere la nostra gente, abbiamo deciso di prendere le armi. Noi uomini abbiamo formato un gruppo di vigilantes per proteggere le nostre famiglie». Lambert racconta di aver comprato il fucile con denaro guadagnato svolgendo i lavori più umili: scavare latrine, tagliare legna, occupazioni occasionali. «Se dieci persone vanno nei campi, quattro o cinque hanno un’arma. Io mi metto sulla collina a controllare. Se si avvicinano, sparo».
Non c’è eroismo nelle sue parole, ma solo necessità. «Mio fratello minore è stato ucciso insieme ad altri membri del gruppo. All’epoca non avevo un’arma».
Oggi Lambert vive con la consapevolezza che ogni giornata nei campi è una scommessa. «Se mi trovo faccia a faccia con uno di Boko Haram e lui ha un’arma, combatto per ucciderlo. Perché altrimenti sarà lui a uccidere me».
Accanto ai vigilantes civili opera la Civilian joint task force (Cjtf), una milizia nata dal basso che collabora con l’esercito. Ali Garba ne fa parte e racconta che tutto è iniziato in una notte: «Eravamo al centro sportivo, guardavamo una partita di calcio. A un certo punto Boko Haram ha iniziato a sparare. Pensavamo fosse uno scherzo». Non lo era. «Ci hanno detto che da quel giorno guardare il calcio era proibito».
Per Ali, quello è stato il momento in cui la guerra è entrata definitivamente nella sua vita quotidiana. «Avevano armi che prima avevo visto solo addosso ai soldati. Ci davano ordini». All’inizio gli attacchi colpivano polizia ed esercito, poi anche i leader locali. «Quando abbiamo visto i corpi dei nostri ragazzi uccisi, ho pianto. Da quel momento non abbiamo più avuto paura». La Cjtf è nata così: come risposta comunitaria all’assenza di sicurezza. «Se ci attaccano, li uccidiamo. È vendetta, sì. Ma è anche sopravvivenza».
La Cjtf, con migliaia di membri attivi in Borno e Yobe, ha subito centinaia di perdite negli anni. Compie operazioni congiunte, come imboscate a Gwoza e Pulka, neutralizzando terroristi e recuperando armi, ma è anche accusata di abusi.
A Pulka la linea tra civile e combattente è sottile, spesso invisibile. I contadini diventano sentinelle, i villaggi si organizzano in turni di guardia, la notte è il momento più temuto. «Arrivano dai sentieri tra gli alberi», dice Ali. «Se non trovano resistenza, entrano».

A Pulka coltivare la terra è un’attività con rischio calcolato. I campi non sono lontani, ma basta superare il perimetro della città per entrare in una zona grigia, dove la presenza dello Stato si fa intermittente e quella dei gruppi armati resta costante. «Per lavorare, devi uscire dalla città», racconta Abubakar Musa. «E quando sei fuori, sai che possono arrivare in qualsiasi momento. Non sai quando, ma sai che succederà».
Abubakar ha 34 anni, appartiene alla tribù Mandara e vive a Pulka con ciò che resta della sua famiglia. Due anni fa era nei campi con altri agricoltori: stavano preparando la terra per la semina quando Boko Haram ha attaccato. «Eravamo in venti. Alcuni di noi avevano armi rudimentali. Loro avevano fucili automatici». L’assalto è arrivato all’improvviso, da più direzioni. «Alcuni sono stati colpiti subito. Altri hanno cercato di scappare. Io sono stato colpito alla mano».
Ferito gravemente, Abubakar è stato soccorso dalla Cjtf e portato a Maiduguri. «Hanno tolto il proiettile, ma la mano era distrutta. Hanno dovuto amputarla». Oggi mostra il moncone, ma il trauma non è solo fisico. «La mia sfida adesso è il lavoro. Anche se vado ancora nei campi, non posso coltivare come prima». In una regione dove la sopravvivenza dipende dalla forza delle braccia, perdere un arto significa perdere autonomia. «Se qualcuno ti aiuta oggi, non sai se domani potrà farlo ancora. È meglio lavorare da soli, ma io non posso più».

A Pulka la fame è una conseguenza diretta dell’insicurezza. Quando gli attacchi aumentano, i campi restano incolti. Se i contadini non possono uscire, le scorte finiscono. «Qui mangiamo quello che ab-biamo cucinato il giorno prima», dice Abubakar. Riso, fagioli, a volte pasta. Gli aiuti arrivano a intermittenza, spesso insufficienti. La guerra non uccide solo con le armi: uccide lentamente, privando le comunità dei mezzi per nutrirsi, con milioni di bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta grave nei Bay (sigla che indica gli stati di Borno, Adamawa, Yobe, nel Nord Est della Nigeria).
Molti, come Lambert, hanno scelto di armarsi. Non per ideologia, ma per necessità. La difesa è collettiva, improvvisata, fragile. Le armi sono spesso vecchi fucili a colpo singolo. «Quando spari poi devi ricaricare», racconta Abubakar. «Loro no». È una disparità che definisce il conflitto quotidiano: chi lavora la terra contro chi controlla le armi e i sentieri. A rendere ancora più complesso il quadro è l’evoluzione dei gruppi jihadisti. Boko Haram non è più un’entità monolitica, ma una costellazione di fazioni che si muovono tra foreste, montagne e confini porosi. Le Mandara Mountains, che circondano Pulka, offrono rifugi naturali, passaggi invisibili, possibilità di infiltrazione verso il Camerun. La città resta formalmente sotto controllo governativo, ma è vulnerabile. Gli attacchi ai check point, le imboscate, gli attentati suicidi, ricordano che la linea del fronte è mobile e che, con la ripresa degli scontri nel 2026, la violenza rischia di estendersi ulteriormente nel bacino del lago Ciad, minacciando non solo la Nigeria ma l’intera regione.
Sopravvivere, dunque, significa destreggiarsi tra difficoltà continue. Difficoltà che emergono anche dai numeri: le proiezioni del Cadre harmonisé/Ipc (Integrated food security phase classification è una scala globale di indicatori di sicurezza alimentare, creata da una piattaforma di Ong internazionali, ipcinfo.org, ndr) indicano circa 30,6 milioni di persone in Nigeria in fase 3, o peggiore, di insicurezza alimentare acuta durante la stagione secca tra giugno e agosto 2025 (con un leggero calo rispetto al 2024, ma ancora a livelli altissimi). Nei Bay fino a 4,6-5,1 milioni di persone sono colpite nel periodo di picco. Non è secondario, in questo scenario, il cambiamento climatico: le inondazioni del 2025 hanno interessato centinaia di migliaia di persone (con picchi gravi, come a Mokwa, nello Stato del Niger, nel centro Ovest della Nigeria, dove si contano oltre 150 morti e migliaia di case distrutte), mentre la siccità e la riduzione del lago Ciad favoriscono la mobilità jihadista attraverso isole e paludi.

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’abbandono da parte dello Stato. Oltre 1,7 milioni di sfollati interni restano concentrati in Borno (su un totale di circa 2,3-2,5 milioni nel Nord Est), molti in campi sovraffollati o in villaggi esposti a nuove ondate di violenza, le quali causano chiusure forzate di campi di sfollati che spingono migliaia di persone verso aree insicure.
Nel frattempo, neppure gli attentati suicidi sembrano venire meno: il 25 dicembre 2025, in una moschea di Maiduguri (Al-Adum Jumaat Mosque, vicino al mercato di Gamboru), un attacco ha causato cinque morti e trentacinque feriti durante la preghiera serale.
In questo contesto, resistere significa anche sottrarsi al reclutamento dei terroristi, soprattutto per giovani disoccupati, colpiti dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, attratti da gruppi che offrono «protezione» o guadagni illeciti attraverso estorsioni e contrabbando.
L’attenzione internazionale, però, resta marginale: i fondi umanitari, ridotti nel 2025, hanno limitato gli aiuti, mentre la crisi del lago Ciad si intreccia con l’instabilità regionale nel Sahel e nel Corno d’Africa. Il rischio, forse inevitabile per chi vive in tali circostanze, è la normalizzazione della violenza: attacchi quasi quotidiani contro check-point, villaggi e convogli umanitari rendono impossibile una vita ordinaria. Nel frattempo, la fame uccide più lentamente delle pallottole, ma con la stessa ineluttabilità.
Francesco Maviglia

Nella Nigeria centrale, la violenza non indossa la maschera uniforme del jihadismo settentrionale, con i suoi proclami ideologici e gli attentati rivendicati. Qui il conflitto è più silenzioso, radicato nella terra stessa, nelle stagioni agricole, nei cicli di siccità e pioggia che da sempre regolano la vita.
Siamo nella Middle belt, quella larga cintura di transizione che taglia orizzontalmente il Paese, separando il Nord arido e prevalentemente musulmano dal Sud più umido, cristiano e animista. Una zona di confine ecologico e culturale dove, per generazioni, agricoltori sedentari – soprattutto di etnia Tiv e cristiani – e pastori nomadi Fulani (anche chiamati Peul, ndr) hanno condiviso spazi in un equilibrio precario. I Fulani portavano le mandrie nelle pianure durante la stagione secca, lasciando fertilizzante naturale in cambio di accesso all’acqua e ai pascoli; gli agricoltori offrivano cereali e tuberi in baratto. Quel patto informale, tramandato oralmente, si è incrinato da decenni ed è oggi definitivamente spezzato.
Nello Stato di Benue (centro Est), il cuore agricolo della nazione, questa rottura ha assunto i contorni di una crisi umanitaria sistematica. Le comunità locali parlano di un massacro mirato contro le popolazioni cristiane sedentarie, condotto da gruppi armati di pastori fulani che operano con tattiche sempre più organizzate: incursioni notturne coordinate, uso di fucili automatici e machete, taniche di carburante per incendi deliberati.
Non è un semplice scontro tra stili di vita pastorale e agricolo, come viene spesso ridotto nei resoconti internazionali, è una contesa feroce per il controllo dello spazio rurale in un’epoca di risorse sempre più scarse.
La desertificazione avanza inesorabile dal Sahel: il lago Ciad si è ridotto di oltre il 90 per cento dagli anni Sessanta, i fiumi si prosciugano prima del previsto, le piogge diventano imprevedibili e concentrate in alluvioni brevi e violente. Le mandrie dei Fulani, spinte dalla fame di erba verde, scendono sempre più a Sud, invadendo terre già coltivate. Gli agricoltori rispondono erigendo recinti di spine o difendendo i campi con ciò che hanno. I pastori, spesso armati da reti criminali opache o gruppi più strutturati, rispondono con violenza sproporzionata. L’assenza quasi totale dello Stato – poche pattuglie, indagini inesistenti, impunità diffusa – trasforma ogni incidente in un ciclo di rappresaglie che si autoalimenta.

Makurdi, la capitale del Benue, è diventata il riflesso più visibile di questa deriva. Un tempo città di mercati colorati, con il fiume Benue che scorreva placido portando barche cariche di igname (tubero simile alla patata dolce, ndr) e mais verso Sud, oggi è un gigantesco punto di raccolta per sfollati.
Decine di migliaia di persone – stime locali parlano di oltre 200mila in tutto lo Stato – hanno abbandonato i villaggi dove sono nati dopo aver perso case, raccolti e familiari.
Il Modern international market, che fino a pochi anni fa era il cuore pulsante del commercio locale – bancarelle stracolme di spezie, ortaggi freschi, tessuti colorati, moto taxi che sfrecciavano tra la folla – si è trasformato nel più grande campo profughi improvvisato della città. Le vecchie strutture di legno sono state smontate per costruire abitazioni con tetti di lamiera arrugginita; stuoie sottili, spesso bucate, coprono pavimenti di cemento grezzo pieni di crepe dove l’acqua piovana ristagna per giorni. Di giorno il calore è soffocante, l’aria tremola sopra il metallo rovente; di notte l’umidità penetra nelle ossa e il freddo improvviso fa battere i denti.
Le donne cucinano quel poco che resta: farina di mais diluita in acqua per preparare una polenta grigia e insipida, foglie di cassava bollite fino a diventare molli, a volte un pugno di arachidi o fagioli se sono arrivati aiuti umanitari.
«Qui non si vive, si sopravvive», ripete una donna sulla quarantina al nostro arrivo. Accanto a lei, bambini scalzi di quattro o cinque anni raccolgono acqua piovana da pozzanghere fangose con secchi bucati e taniche tagliate a metà. «Non abbiamo acqua potabile. Quando piove beviamo quello che cade dal cielo. Quando non piove, aspettiamo ore in fila per un secchio».
I servizi igienici sono sempre più scarsi: malaria, dissenteria, infezioni cutanee e malattie respiratorie circolano come epidemie silenziose. Le vaccinazioni arrivano a singhiozzo, portate da convogli che a volte non riescono a passare per strade bloccate o insicure.
Il Benue deve il suo soprannome storico – Food basket of the nation (cesto del cibo della nazione) – alla fertilità straordinaria delle sue pianure alluvionali, nutrite dal fiume Benue e dai suoi numerosi affluenti. Fino a una decina di anni fa la stagione delle piogge, tra maggio e ottobre, trasfor- mava il paesaggio in un mare verde: mais alto, igname che pesava 20-30 chili a tubero, campi di soia che ondeggiavano al vento, sesamo e riso che maturavano sotto il sole. I camion partivano carichi ogni settimana verso Abuja, Lagos, Port Harcourt; i mercati si riempivano di prodotti freschi; le famiglie risparmiavano per mandare i figli a scuola o comprare una moto.
Oggi quei campi sono fantasmi: erbacce alte un metro invadono i solchi un tempo perfetti, trattori abbandonati arrugginiscono ai margini delle strade sterrate, pompe per l’irrigazione sono state rubate o distrutte negli attacchi, sementi immagazzinate marciscono dopo gli incendi.
La fame non arriva da un cielo avaro o da una siccità prolungata: arriva dalla paura. Uscire per seminare significa rischiare un’imboscata; restare significa consumare le ultime scorte familiari fino a ridursi a un pasto al giorno, o meno, spesso solo acqua zuccherata o foglie amare.

L’attacco più tragico degli ultimi tempi è avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2025 a Yelwata, nella contea di Guma. Pioveva a dirotto, il cielo era nero pesto, i tuoni rotolavano lontani coprendo i primi rumori. Verso le 22,30 il villaggio è stato circondato da terroristi. Spari da più direzioni, grida strazianti. Le case – strutture semplici di fango intonacato, paglia intrecciata e tetti di lamiera – sono state incendiate una dopo l’altra con taniche di carburante. L’assalto è durato ore: il tempo sufficiente per radere al suolo interi compound familiari, bruciare vive intere famiglie, sgozzare chi tentava di fuggire nel buio. Al mattino il bilancio oscillava tra qualche decina a oltre cento morti, a seconda delle fonti. I corpi, molti carbonizzati o mutilati oltre il riconoscibile, sono stati sepolti in fretta in fosse comuni scavate dagli stessi sopravvissuti, per evitare epidemie in un’area già priva di acqua pulita e servizi sanitari.
Ama Aondoaver, 53 anni, contadino sfollato, ha perso la figlia Lydia e due dei suoi nipoti in quell’inferno. «Pioveva forte quella notte. Da quando sono iniziati gli attacchi, gli uomini della sicu-rezza consigliavano di dormire tutti insieme in un unico posto, così da poter intervenire più rapidamente se fosse successo qualcosa. Per questo molte persone si erano radunate nella zona del mercato», racconta con voce bassa, lo sguardo perso nel vuoto.
Lydia era lì con i suoi tre figli: Iwuese, Terdoo e il piccolo Aondosoo, di appena dodici mesi. «È uscita di corsa con Aondosoo in braccio e Iwuese al seguito. Appena fuori ha incontrato gli uomini armati: l’hanno colpita con un machete e l’hanno massacrata. Iwuese ha provato a scappare: l’hanno colpita con un’arma da fuoco e poi l’hanno finita. Terdoo è morto bruciato: hanno versato carburante sulla casa e hanno appiccato il fuoco, lasciandolo dentro». Aondosoo, ferito con il machete, è caduto con la madre; gli aggressori lo hanno creduto morto. È sopravvissuto perché il suo pianto ha attirato l’attenzione di un uomo la mattina dopo.
Ama ha saputo della strage il giorno seguente. «Persone che mi conoscevano hanno iniziato a chiamarmi. Ho provato a contattare mia figlia ma il telefono non prendeva. La sorella più giovane di mia moglie vive anche lei a Yelwata: quando l’ho chiamata mi ha raccontato cosa era successo e che il bambino era vivo». Una foto circolata sui social ha confermato tutto: Aondosoo, bendato in ospedale. «Ho sentito alla radio che erano al campo di sfollati dell’international market. Sono andato lì ma non li ho trovati subito. Più tardi mia figlia mi ha mostrato l’immagine: ho riconosciuto il nome di Lydia e dei bambini uccisi. Era già notte, ma io e mia moglie siamo corsi in ospedale». I medici lo hanno curato; le ossa non erano compromesse. «Da allora vivo con il trauma. Non riesco a stare seduto da solo: se resto solo, la testa torna a quella notte. Non sono più tornato a lavorare nei campi. Il governo non è venuto a vedere come stiamo. Io non ho la forza per affrontarli: ho affidato tutto a Dio. La mia richiesta è semplice: ho bisogno di aiuto per crescere questo bambino».

Teryila Asuuh porta sulla schiena cicatrici profonde da ustioni di terzo grado, ancora fresche e doloranti sotto la camicia logora. «Eravamo nella stanza, di notte, quando gli uomini armati sono entrati. Hanno versato carburante sulla casa e hanno dato fuoco. Io però, in quel momento, ero già riuscito a salire sul tetto», racconta. Nella stanza c’erano circa dodici persone. «Mia moglie Dooseh, mio figlio Aseerh di otto mesi e altri parenti. Sono bruciati». Nel tentativo di salvarli si è ustionato gravemente. «Ho provato a salvare mia moglie e mio figlio. Nel farlo mi sono bruciato la schiena, ma quando il fuoco è diventato insopportabile ho dovuto mollare. Ricordo la voce di mia moglie che mi chiamava e mi diceva che stavano bruciando lei e il bambino. La stanza era piena di fumo: non riuscivo a vederli». Oggi ripete con una calma rassegnata: «Non cerco vendetta. Affido a Dio la mia battaglia».
Terkula Aondowase James, 23 anni, ha una cicatrice fresca di machete sulla testa e un proiettile ancora conficcato nel braccio. «Sono riuscito a evitare il primo che mi veniva addosso, ma quello dietro di me mi ha colpito alla testa con un machete. Ho continuato a correre e allora hanno iniziato a sparare: un colpo mi ha preso al braccio, mentre la testa sanguinava per il taglio. Solo dopo tutto questo sono riuscito a scappare», spiega.
In ospedale il dolore fisico si è intrecciato a quello emotivo. «Quando sono arrivato alla stazione di polizia mi hanno detto che mio fratello era stato trovato morto a terra. Ogni volta che ripenso a mio fratello morto mi sento male: non riesco a mangiare». Ora la fame è concreta e quotidiana. «Da allora, non poter andare a coltivare mi sta distruggendo: abbiamo mangiato quello che restava nelle scorte e, quando finirà, non avremo più cibo».
Elaja descrive l’assedio con una precisione quasi meccanica, come se rivivesse ogni secondo. «La notte del 13 giugno 2025, tra le 22,40 e le 23,00, mentre stavamo dormendo, ho sentito uno sparo fuori casa. All’inizio non capivo da dove venisse. Stavo per aprire la porta, ma gli spari arrivavano da ogni lato: l’intera città era circondata. Non potevo uscire dalla stanza. Sono rimasto dentro. Poco dopo ho sentito delle persone scappare dal mio compound. Ho deciso di restare: fuori sparavano colpi ovunque. Gli assalitori si muovevano nel cortile di casa. Aveva smesso di piovere e subito dopo è ricominciata la sparatoria. Cercavano di forzare una stanza. Il tetto ha preso fuoco».
Gli spari sono durati fino all’una e mezza. Uscendo ha trovato il fratello ferito a colpi di machete. «Stava sanguinando, era ancora vivo. Ho cercato di portarlo in ospedale, ma è morto prima». Lo zio, la moglie e i tre figli sono stati uccisi in un magazzino. «Ho visto più di cinquanta, forse più di cento persone morte nello stesso posto. Alcune erano bruciate al punto da essere irriconoscibili». La polizia ha reagito uccidendo due assalitori, ma non è bastato. «Crediamo siano stati i pastori fulani. Il motivo è la terra: oggi non possiamo più accedere alle nostre terre, ma loro continuano a pascolare lì». Vivono nella paura costante. «Ci sono accampamenti molto vicini, a meno di un chilometro. Gli attacchi possono ripetersi in qualsiasi momento».
Elaja non cerca vendetta. «Anche se dormo con un machete accanto, so che contro le armi da fuoco non posso fare nulla. Mi sento impotente».
La Nigeria del 2025 è un Paese spezzato da guerre diverse che, pur non toccandosi geograficamente, convergono tutte sulla stessa tragedia finale: la fame di massa. Le Nazioni Unite stimano oltre 30 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con picchi gravi proprio in regioni come la Middle belt. Non si tratta di una carestia causata solo dal clima: è un disastro provocato dall’uomo. La violenza blocca la semina, la raccolta, i mercati, i trasporti. Dove i contadini non possono uscire dai villaggi per paura, i campi restano incolti. Dove le famiglie fuggono di notte con ciò che riescono a portare, perdono casa, attrezzi, sementi, bestiame, futuro.
A Yelwata le notti restano segnate dal terrore del fuoco e degli spari improvvisi. Nei villaggi abban-donati l’erba alta invade i sentieri un tempo battuti da carretti e bambini. Resistere, per chi resta o per chi è sfollato, significa continuare a pregare nelle chiese mezze distrutte, piantare semi di nascosto quando possibile, crescere orfani in baracche di lamiera sotto la pioggia. È una resistenza muta e ostinata, fatta di fede profonda, memoria dolorosa e rifiuto categorico di arrendersi del tutto. Perché qui – nel Benue come in troppe altre parti della Nigeria – essere contadino, cristiano o semplicemente un civile significa vivere ogni giorno sospeso in bilico tra la vita e l’annientamento.
Francesco Maviglia

«Questa chiesa è stata bruciata più volte. Ricostruita, poi bruciata di nuovo». Padre Patrick Pigeon indica le mura della St. Michael’s catholic church di Maiduguri. Qui la violenza non è cominciata con Boko Haram. «Gli attacchi sono iniziati prima, nel 2006, durante le proteste per le vignette danesi su Maometto. Dovevano essere manifestazioni pacifiche. Diventarono massacri: un prete bruciato vivo, interi quartieri dati alle fiamme».
A poche centinaia di metri dalla chiesa viveva Mohammed Yusuf, il predicatore fondatore della setta islamica Boko Haram nel 2002 (cfr. MC ottobre 2016, MC novembre 2012). «Aveva una moschea che attirava centinaia di giovani», ricorda il sacerdote. «All’inizio non sembrava un gruppo armato. Era un movimento religioso, con ambizioni politiche. Poi tutto è cambiato».
Boko Haram nasce nei primi anni Duemila come fenomeno urbano, radicato nei quartieri poveri di Maiduguri. Cresce su frustrazione sociale, disoccupazione giovanile, radicalizzazione religiosa e strumentalizzazione politica. «Venivano usati come forza di pressione», racconta Patrick, «un politico in particolare li ha trattati come alleati».
Nei racconti locali ritorna il nome di Ali Modu Sheriff, che sarebbe diventato governatore del Borno dal 2003 al 2011. «Faceva promesse, li coinvolgeva. Quando è diventato governatore, il rapporto è cambiato: non erano più partner, ma un problema».
Con il venir meno delle promesse e con l’uso repressivo della forza, il conflitto esplode. Nel 2009, dopo la rivolta armata e l’uccisione extragiudiziale di Mohammed Yusuf, Boko Haram si trasforma in un’insurrezione jihadista. «Da quel momento», dice Patrick, «chiunque fosse identificato come cristia-no o come membro delle forze di sicurezza era condannato. Se non scappavi, eri morto».
La repressione militare non distrugge il gruppo, lo spinge fuori dalla città. Tra il 2011 e il 2014 Boko Haram conquista territori vastissimi, occupa Gwoza, Bama, Dikwa, Banki e proclama un proprio «Stato islamico». È la fase della violenza di massa: attentati suicidi, rapimenti, stragi. Il sequestro di massa delle studentesse di Chibok, nel 2014, diventa il simbolo di quell’orrore.
La risposta militare regionale e la pressione internazionale riducono il controllo territoriale, ma aprono una nuova fase. Nel 2016 Boko Haram si spacca. Da una parte resta la fazione storica, «Jas», guidata da Abubakar Shekau, sempre più brutale verso i civili. Dall’altra nasce Iswap, affiliata allo Stato Islamico e guidata da Abu Musab al-Barnawi.
La morte di Shekau nel 2021 segna uno spartiacque. Iswap assorbe combattenti, armi e territori. Cambia lo stile della guerra: meno caos, più disciplina; meno stragi indiscriminate, più controllo. Im-pone tasse, regola i movimenti, punisce chi collabora con l’esercito o disobbedisce ai suoi ordini. «È una violenza più fredda», spiega Patrick, «ma non meno efficace».
Dopo anni di apparente declino, tra il 2024 e il 2025 Iswap torna a crescere rapidamente. Gli attacchi aumentano nel Nord Est e nel bacino del lago Ciad: oltre 300 azioni armate in un solo anno, più di 500 civili uccisi.
Nel primo semestre del 2025 Iswap riesce a soverchiare almeno sedici basi militari – tra Pulka, Marte, Rann, Buni Gari, Goniri -, in alcuni casi vere e proprie brigate fortificate. «Non è la coda di un cavallo morente», ammettono anche fonti militari. È una nuova offensiva.
Iswap ha riorganizzato la propria struttura in province (Wilayat), distretti e comandi. Ha riconquistato la foresta di Sambisa, trasformandola da rifugio caotico in hub logistico. Da lì colpisce Adamawa, Yobe e oltreconfine (Camerun, Ciad), riattivando una mobilità transfrontaliera che era sembrata ridursi.
La guerra è cambiata anche sul piano tecnologico. Iswap utilizza droni armati, visori notturni, ordigni sofisticati e veicoli esplosivi suicidi contro le basi militari. Dopo i raid aerei, i jihadisti recuperano or-digni inesplosi per riutilizzarli.
Secondo ex combattenti, nell’area del lago Ciad operano istruttori stranieri legati all’Isis, provenienti dal Nord Africa. Addestrano unità scelte – talvolta composte anche da minori – e curano la propaganda. Iswap non combatte isolata: è parte di una rete globale che fornisce fondi, knowhow e legittimità ideologica.
La fazione storica di Boko Haram non è scomparsa. Sotto Bakura Doro (noto anche come Ibrahim Bakura Doro o Abu Umaimata), Jas mantiene sacche di controllo nelle isole del lago Ciad e nelle Mandara Mountains. Il suo status resta incerto dopo un bombardamento aereo nigeriano nell’agosto 2025, annunciato come letale ma mai confermato da fonti indipendenti. Le due fazioni si combattono, si fermano, si riorganizzano. Quando smettono di combattersi tra loro, tornano a colpire lo Stato.
Il panorama jihadista, però, è ancora più frammentato. Accanto a Iswap e Jas operano gruppi minori che estendono la violenza oltre il Nord Est: Ansaru, Lakurawa, Mahmudawa. Entità ibride, spesso intrecciate con banditismo e reti saheliane, sfruttano confini porosi e crisi locali. È un ecosistema resiliente, capace di rigenerarsi.
«Non è una guerra convenzionale», conclude padre Patrick. «Non vedi il nemico arrivare. Ti dicono che è una protesta pacifica e diventa un massacro. Qui la violenza non annuncia mai se stessa».
A Maiduguri come a Pulka, la guerra non è finita. Ha solo imparato a durare.
F.M.


Nella Nigeria di oggi, la Chiesa cattolica trascende il suo ruolo di istituzione spirituale per diventare un baluardo contro il caos, un rifugio per i disperati e una voce profetica che sfida l’ingiustizia.
Mentre il Nord Est resiste al jihadismo di Boko Haram e Iswap, e la Middle belt sanguina per i conflitti tra pastori fulani e agricoltori, vescovi e sacerdoti si trovano sul crinale tra fede e una realtà brutale. Non si limitano a predicare dal pulpito, vivono la croce quotidiana. Sono loro che, dopo un massacro, contano i corpi tra le macerie, comunicano ai media locali i nomi delle vittime, e cercano spazi di riparo per gli sfollati, operando spesso con risorse minime.
Affrontano rapimenti, minacce e la distruzione di intere comunità. La loro visione non è astratta: è radicata nella sofferenza di un popolo per il quale la fede cristiana è spesso sinonimo di vulnerabilità. Eppure, da questa stessa sofferenza, sorge una chiamata ineludibile alla verità, alla giustizia e a un futuro possibile, anche quando l’oscurità sembra avere la meglio.
Makurdi, capitale dello Stato di Benue, è più di un semplice epicentro di sfollati e fame. È la sede della diocesi guidata dal vescovo Wilfred Chikpa Anagbe, uomo nativo di questa terra martoriata. La sua residenza episcopale, un edificio modesto circondato da giardini resi polverosi dalla siccità, è un faro per migliaia di fedeli. Tra le sue pareti, adornate di croci di legno e foto sbiadite di missionari, monsignor Anagbe ascolta, confessa e coordina gli aiuti. La sua missione, tuttavia, va oltre: è un’accusa incessante contro un sistema che, a suo dire, alimenta la violenza.
«Io non ho mai cercato di diventare vescovo», racconta, la voce calma ma ferma, dietro una scrivania sommersa da rapporti sugli ultimi attacchi. «Sono nato qui, conosco questa terra e la sua gente. Quando sono stato nominato, ho accettato per quella che credo essere la volontà di Dio. Ed è proprio perché vengo da qui che non posso tacere».
Le sue parole riecheggiano le tragedie come quella di Yelwata, che descrive con precisione dolorosa: case cosparse di benzina e date alle fiamme, corpi bruciati vivi, un massacro protrattosi per ore senza nessun intervento delle forze di sicurezza.
«Quello che sta accadendo non è un semplice conflitto tra pastori e agricoltori. Non è una questione di cambiamento climatico. Questa è una narrazione falsa», afferma. «Qui c’è un progetto preciso, ideologico, che mira alla conquista del territorio e alla cancellazione delle comunità locali».
Monsignor Anagbe risale alle radici storiche della situazione attuale, citando la «Dichiarazione di Abuja» del 1989, quando gruppi islamisti annunciarono l’intento di islamizzare la Nigeria. Boko Haram, nato in quell’humus, non è stato sconfitto, afferma: si è solo mutato, infiltrandosi in altre forme di violenza. Nel Benue a maggioranza cristiana, gli attacchi seguono uno schema preciso: occupazione di villaggi, cambio di nomi, espulsione di popolazioni. «Dal 2018 al 2025, nella mia diocesi ho perso diciannove parrocchie. Interi territori sono stati svuotati. I sacerdoti non possono più raggiungere i fedeli. La gente vive nei campi per sfollati, senza sicurezza e senza futuro».
Ogni notte, il telefono porta notizie di nuove morti. La sua critica al Governo è senza mezzi termini: «Il Governo non è solo impreparato. Sta aiutando e favorendo queste persone. Può sembrare una parola dura, ma è la verità. Se lo Stato volesse fermare questa violenza, potrebbe farlo. In una settimana questa situazione potrebbe finire».
Le minacce non lo piegano. «Molti mi hanno consigliato di tacere, di andarmene. Ma io credo che tacere significhi morire due volte. Ho scelto di parlare. Se questo significa essere minacciato, lo accetto. La porpora che indosso è anche un segno di disponibilità al martirio». La sua visione è chiara: il terrorismo può essere fermato, ma manca la volontà politica. Nel frattempo, la Chiesa offre ciò che può: cibo, scuole improvvisate dentro i campi per sfollati, sostegno per i traumi.

A centinaia di chilometri di distanza, nel Nord Ovest, un’altra figura incarna una resistenza diversa ma complementare: monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, antica sede del Califfato. In un ambiente a forte maggioranza musulmana, la sua voce è minoritaria ma influente. È in questa regione che, alla fine del 2025, i raid aerei statunitensi avrebbero colpito presunte basi jihadiste, un intervento controverso che ha accentuato le tensioni.
Lo incontriamo a Roma, dopo un evento dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, dove è venuto a portare testimonianza. Un sacerdote della sua diocesi, presente all’incontro, commenta così la sua figura: «Monsignor Kukah non ha paura di dire la verità, anche quando è scomoda per il potere. Per noi è una roccia. Sa che la situazione è complessa e che le soluzioni militari dall’esterno rischiano di semplificarla in modo pericoloso».
Monsignor Kukah sfata subito le narrazioni semplicistiche. A proposito dei Fulani, spesso dipinti come invasori, chiarisce: «Quando parliamo dei Fulani, molti dicono che non sono originari della Nigeria. Ma in realtà nessuno è veramente indigeno della Nigeria così come è costituita oggi. I confini attuali sono stati tracciati dall’amministrazione coloniale britannica». Descrive i Fulani come un popolo pastorale in cerca di pascoli, non di conquiste. La causa dei conflitti, sostiene, è la negligenza statale: «Oggi non dovremmo più avere mucche che vagano liberamente in tutta la Nigeria. Con un serio progetto agro pastorale, con il ranching, sarebbe stato possibile trasformare questa ricchezza in qualcosa che avrebbe migliorato la vita dei Fulani e dell’intero Paese». Invece, dopo la scoperta del petrolio, l’agricoltura è stata abbandonata, lasciando spazio a crisi che potevano essere risolte quarant’anni fa.
La violenza, per il vescovo, non è settaria: «Le uccisioni avvengono ovunque: a Sokoto, Katsina, Kaduna, Plateau, Benue. Non è una violenza limitata ai cristiani. Cristiani e musulmani vengono uccisi allo stesso modo. Per questo non parlerei di genocidio contro i cristiani, ma di una guerra contro la Nigeria». Indica il fallimento dello Stato nella protezione più basilare. Le forze di sicurezza, a suo dire infiltrate da gruppi armati, restano in carica nonostante i fallimenti.
Su Boko Haram offre un’analisi storica: «Non è nato come un gruppo che voleva attaccare i cristiani. La violenza è degenerata nel tempo, anche a causa delle connessioni con gruppi jihadisti internazionali come al-Qaeda e Isis. Oggi questi gruppi sono una minaccia anche per l’Islam stesso». Affronta poi il flagello dei rapimenti, che ha colpito duramente il clero: «Negli ultimi 7 o 8 anni i sacerdoti convivono sotto la minaccia di essere rapiti e poi uccisi. È un fenomeno che si diffonde in tutta la Nigeria, da Nord a Sud». Spesso motivati da riscatti, questi crimini generano flussi di denaro enormi. La Chiesa nigeriana ha una posizione ufficiale: non pagare riscatti, anche se le negoziazioni avvengono. «Pochissimi di loro hanno avuto la fortuna di essere liberati, ma credo che ci sia sempre un certo livello di negoziazione», ammette. «I rapitori causano dolore intenzionale, per far sentire la loro presenza al Governo». Infine, mette in guardia sulle narrazioni unilaterali: «Bisogna stare attenti al pericolo di una singola narrazione. Si può avere ragione solo in parte quando si parla di conflitto religioso, perché sia i cristiani che i musulmani sono vittime».

Monsignor Kukah dipinge un quadro a tinte fosche in cui insicurezza, povertà e fame si alimentano a vicenda. «L’economia è in ginocchio, la povertà è ovunque. Ma la minaccia più grave resta l’insicurezza», spiega. «Non si tratta solo di Boko Haram: ci sono i banditi armati, le rapine, gli attacchi su strada. La gente non può più allontanarsi di un miglio dai villaggi per coltivare i campi. Se lo fa, rischia di essere uccisa o rapita». Il risultato è una produttività agricola crollata, raccolti abbandonati, fame che si diffonde come un’epidemia silenziosa.
Non nasconde il suo scetticismo verso le rassicurazioni governative: «Il Governo ha ripetuto al mondo che la crisi è sotto controllo, che è finita. Ma chi ha la possibilità di raggiungere gli epicentri della violenza sa che non è così. Negli ultimi mesi ci sono stati attacchi persino contro basi militari».
La sofisticazione dei gruppi armati è in aumento: «Usano droni per sorvegliare e colpire. A volte non sappiamo più se fidarci di ciò che il Governo comunica alla comunità internazionale».
Sui campi profughi è categorico: «Non possono diventare permanenti. Le persone vogliono tornare alle loro terre, alle case, ai campi. Nessuno può vivere davvero senza la propria terra. Ma senza sicurezza non c’è ritorno possibile». La sua frustrazione è palpabile: «Sono arrabbiato con la Nigeria. Non dovremmo essere in questa situazione. È un Paese ricchissimo di risorse, eppure ostaggio di una governance fallimentare».
In questo scenario, la Chiesa non offre soluzioni militari. «Il Papa non ha un esercito», ricorda monsignor Kukah. «Offre invece preghiera, solidarietà concreta e una presenza costante. Nei villaggi assediati e nei campi, le messe si celebrano sotto tende di plastica, i battesimi tra baracche di lamiera, le omelie diventano denuncia. Non è passività, ma una resistenza attiva che mantiene viva la dignità umana e rifiuta la rassegnazione».
Sul piano internazionale, la risposta è stata controversa. Nel novembre 2025, l’amministrazione statunitense ha designato la Nigeria come «Paese di particolare preoccupazione» per la persecuzione dei cristiani. Poche settimane dopo, il 25 dicembre, gli Usa hanno condotto bombardamenti aerei nella regione di Sokoto contro presunti militanti dell’Isis. Il presidente Trump li ha descritti come un colpo contro la «feccia terroristica» che «aveva preso di mira e ucciso brutalmente, principalmente, innocenti cristiani».
I raid hanno generato reazioni opposte: graditi da alcuni leader cristiani come segnale di forza, hanno suscitato perplessità in chi osserva che in quelle zone le vittime sono per lo più musulmane e la dinamica non è principalmente anticristiana. Il Governo nigeriano ha parlato di un’operazione congiunta di antiterrorismo, ma l’enfasi americana sulla «persecuzione cristiana» ha rischiato di inasprire le tensioni settarie, dimostrando come un intervento militare esterno non possa essere la soluzione.

«Come sacerdote posso solo incoraggiare il mio popolo», conclude monsignor Kukah, «ma credo fermamente che questa oscurità finirà».
In una Nigeria frammentata e ferita, la testimonianza di vescovi come Anagbe e Kukah, e l’azione quotidiana, a volte eroica, del clero e dei fedeli, rappresenta una luce tenace. È una luce fatta di coraggio, di parole scomode, di una presenza che non abbandona e di una fede che, pur nella sofferenza, continua a indicare la via della giustizia e di una pace possibile. La loro voce è un appello al mondo perché ascolti la complessità di questa tragedia, e alle autorità nigeriane perché assumano finalmente la loro responsabilità di proteggere tutti i cittadini, senza distinzione. Il futuro del Paese passa anche attraverso il riconoscimento di questa ostinata speranza.
Francesco Maviglia
Francesco Maviglia
Video giornalista e documentarista. Si occupa di reportage e documentari da contesti di crisi e conflitto, con un focus su storie umanitarie e sociali. Ha realizzato servizi e produzioni video per media europei, tra cui Sky Tg24, Tg5, Rsi, Ansa e Fanpage.it, lavorando tra Italia, Ucraina, Libano e Nigeria. (Sue le foto del dossier, eccetto la prima e l’ultima)
A cura di: Marco Bello, direttore editoriale di MC.
