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Manas è meglio di Lenin

Reportage dai paesi «stan» / 1

Fu prima parte dell’Impero russo, poi dell’Unione Sovietica. Indipendente dal 1991, il Kirghizistan ha cercato una propria strada anche valorizzando il mito autoctono di Manas e, nel contempo, ridimensionando il passato sovietico. Tuttavia, i legami con Mosca rimangono saldi.

Bishkek. Qualcuno cerca la statua di Lenin. Dovrebbe essere qui, in piazza Ala-Too, la più importante della capitale kirghisa. Invece, non c’è. O meglio, non c’è più: è stata spostata a dimostrazione che la storia può cambiare in base al periodo in cui viene raccontata. Al posto del rivoluzionario russo c’è la statua di Manas a cavallo.

Manas è l’eroe del Kirghizistan per antonomasia. Figura leggendaria del nono secolo cui è attribuita la riunificazione delle quaranta tribù kirghise (oggi ricordate dai quaranta raggi solari della bandiera nazionale). Per un millennio la sua epopea – fatta di battaglie e di insegnamenti morali – è stata tramandata oralmente da cantastorie chiamati «manaschi». Soltanto a metà Ottocento, la leggenda venne messa per iscritto divenendo una delle opere letterarie più lunghe – sette volumi per oltre mezzo milione di versi – mai scritte nel mondo.

Fuori dei confini nazionali Manas è un personaggio quasi sconosciuto, come del resto poco conosciuta è la stessa Bishkek. Fondata nel 1825 dagli uzbeki, presa dai russi nel 1862 e chiamata – probabilmente per errore – Pishpek, durante il periodo della dominazione sovietica (dal 1926 al 1991), venne ribattezzata Frunze, in onore del rivoluzionario bolscevico Mikhail Frunze. Nel 1991, con l’indipendenza del Kirghizistan da Mosca, la città potè finalmente riappropriarsi del suo nome originario.

Ala-Too è una piazza ampia e ariosa. Accanto alla statua di Manas, c’è un pennone con la bandiera del Paese e due guardie sull’attenti, impettite, immobili e in attesa del cambio. Dietro, si trova un palazzo squadrato che ospita il Museo nazionale di storia. Di fronte, attraversato il vialone centrale (Chuy prospektesi), uno spazio occupato da moderne fontane, i cui giochi d’acqua allietano la vista di chi si siede sui gradini posti tutt’attorno.

La Casa Bianca, sede della presidenza, a Bishkek, la capitale kirghisa. Foto Paolo Moiola.

A pochi passi di distanza dal museo e dalla piazza si trova anche la Casa Bianca, un massiccio edificio in marmo bianco in cui lavora il presidente e che, proprio per questo, è stato epicentro di ben tre rivolte popolari (nel 2005, 2010 e 2020). Dal 2021, la presidenza del Paese fa capo a Sadyr Japarov sul cui operato aleggiano molti dubbi. Non tanto per le relazioni con Putin (inevitabili, ci ha spiegato Sergey Kwan del The Times of Central Asia), quanto per il controllo sui media (secondo Reporter senza frontiere, il Kirghizistan occupa la posizione 144 nella classifica mondiale sulla libertà di stampa) e per l’utilizzo spregiudicato del «Kurultai», un’assemblea consultiva tradizionale nata durante l’Impero mongolo e reintrodotta dopo l’indipendenza del Paese.

Lo stile architettonico dei palazzi di Bishkek è un’eredità dall’epoca sovietica e rientra in una corrente artistica conosciuta come «brutalismo», un termine che, in italiano, può trarre in inganno. In verità, deriva dal francese «béton brut», che significa «cemento grezzo», materiale utilizzato per la prima volta nel 1950 dal celebre architetto transalpino Le Corbusier.

Al visitatore occidentale, la prima impressione è quella di una fredda eleganza. Ma poi il giudizio viene addolcito dalle strade alberate e dai numerosi giardini, tutti ben curati.

A Bishkek, il retaggio sovietico si vede ovunque. E, per quanto ci riguarda, anche molto vicino. Alexander, il nostro autista, non soltanto è nato in Russia (a Volgograd), ma parla esclusivamente russo. È arrivato qui da bambino, si è sposato, ha avuto tre figli, senza aver mai imparato il kirghiso.

La chiesa ortodossa della Santa Trinità nella cittadina di Karakol. Foto Paolo Moiola.

Verso le montagne

La capitale sorge a circa 800 metri sul livello del mare. È un’eccezione. Il Paese ha, infatti, un’altitudine media di 2.750 metri. Si calcola che circa il quaranta per cento del suo territorio superi i 3.000 metri. A dominare sono le catene montuose del Tian Shan («Montagne celesti») e del Pamir, diramate in vari paesi dell’Asia centrale.

Si contano circa diecimila ghiacciai, ma i problemi del cambiamento climatico si fanno sentire anche qui. È lo stesso governo ad ammettere che, negli ultimi settant’anni, il Kirghizistan ha perso il 16 per cento dei suoi ghiacciai, «mettendo a repentaglio la portata dei fiumi, i sistemi di irrigazione e la produzione di energia idroelettrica».

La nostra idea è quella di toccare luoghi e strade dell’antica Via della seta (che non era unica ma una rete di cammini): Karakol, il lago di Issyk-Kul, Kochkor, Naryn, Tash Rabat, Torugart e – infine -, dopo esserci spostati nel Sud del Paese, le città di Osh e Uzgen, all’imbocco della valle di Fergana (Ferghana).

Le vette fanno sempre da cornice al nostro viaggio, ma lungo il percorso valli e altipiani ci mostrano un altro aspetto essenziale del Paese, quello rurale. In Kirghizistan, l’allevamento di bovini, ovini e cavalli rimane un’attività molto diffusa, sovente praticata da pastori nomadi o seminomadi.

Il nomadismo è stato un modo di vivere duramente avversato durante gli anni di Stalin (1924-1953), quando il dittatore cercò d’imporre il sedentarismo e l’agricoltura collettiva. Oggi, stando alle statistiche ufficiali, il 58 per cento della popolazione kirghiza vive in aree rurali. A questo dato, però, ne va affiancato un altro: calcolato un tasso di povertà nazionale pari al 25,7 per cento (National statistical committee, giugno 2025), si stima che circa il 62 per cento della popolazione povera risieda nelle campagne.

Pascoli e montagne nella provincia di Naryn. Foto Paolo Moiola.

Accanto all’allevamento e all’agricoltura si è sviluppato il turismo, prima praticato soltanto da viaggiatori russi e asiatici, oggi anche dagli occidentali che scelgono il Kirghizistan per la sua natura e le sue montagne. Anche noi raggiungiamo una
di queste destinazioni, il lago di Issyk-Kul.

Con una lunghezza di 182 chilometri e una larghezza di 60, è considerato il secondo lago di montagna più esteso al mondo dopo il Titicaca (tra Perù e Bolivia). Salato, molto profondo e con acque relativamente calde (nonostante si trovi a 1.600 metri d’altezza), l’Issyk-Kul è da tempo un’importante meta turistica. Con conseguenze non sempre positive. Da qualche anno, infatti, è in atto una rapida cementificazione delle sue spiagge: enormi resort turistici sono sorti o sono in costruzione, mentre le strade che lo circumnavigano stanno diventando superstrade a più corsie. Tanto che ormai la sua unica attrattiva sono le alte montagne che lo circondano.

Oltre all’inquinamento delle sue acque (non ci sono barche e la pesca è vietata), per il lago il problema più grave è l’abbassamento del suo livello (si stima una perdita di 14 metri in meno di due secoli) e la drastica riduzione del numero dei fiumi che in esso confluiscono. Tutto ciò determina questioni ambientali e socioeconomiche che la crescita del turismo potrebbe addirittura aggravare.

Questa notte dormiremo a Karakol, a pochi chilometri dal lago. Nella cittadina, le cose più interessanti sono due luoghi di preghiera: la moschea e la chiesa ortodossa, situate a distanza di pochi minuti l’una dall’altra. Hanno una caratteristica in comune: sono entrambe strutture in legno costruite senza l’utilizzo di chiodi metallici. La moschea, inaugurata nel 1910, nacque per servire la comunità dei Dungani, una minoranza musulmana di origine cinese (conosciuti come Hui in Cina).

Molto bella è la chiesa ortodossa della Santa Trinità, nonostante le traversie e i cambi d’uso subiti in epoca sovietica. Con il suo tetto verde, le torri a più lati, le cupole a cipolla sormontate dalla croce, la chiesa sprigiona un fascino particolare.

Karakol è punto di partenza per la vicina valle di Altyn-Arashan. Con i suoi boschi verdi, questa ha un aspetto decisamente alpino, molto diverso da quello dei rilievi che incontreremo successivamente, lungo il tragitto che conduce a Tash Rabat e Torugart, verso il confine dello Xinjiang cinese. In questi luoghi gli alberi sono assenti e dominano i pascoli per pecore, cavalli e yak. Con il salire dell’altitudine, l’aria si fa ancora più fresca e rarefatta. Per evitare il mal di montagna, è quindi importante respirare e muoversi con tranquillità.

Sotto un cielo limpido e riempito di silenzio, arriviamo a Tash Rabat, a oltre 3.200 metri d’altezza. Qui si trova un edificio particolarmente interessante: un caravanserraglio fortificato, ossia uno dei luoghi in cui le carovane che percorrevano la Via della seta potevano fermarsi a riposare. Costruito in una conca riparata dai venti, è una struttura in pietra massiccia e ben conservata.

Come, nei secoli passati, si arrivasse a queste altezze è difficile immaginarlo. Carovane e mercanti dovevano percorrere sentieri disagevoli e superare passi di montagna innevati quasi tutto l’anno.

Gli storici raccontano che un cammello percorreva 25-30 chilometri al giorno con un carico di circa 300-350 chilogrammi. I viaggi delle carovane duravano molti mesi e spesso anni.

La nostra permanenza a Tash Rabat si limita invece a una notte. Fredda, silenziosa e stellata. Il giorno seguente ci muoviamo verso Sud per raggiungere – via Torugart, Xinjiang e Irkeshtam – Osh, la seconda città del Paese.

Il caravanserraglio di Tash Rabat a 3.000 metri d’altezza. Foto Paolo Moiola..

A Osh, islam e giovani

Già centro nevralgico lungo un’arteria dell’antica Via della seta, Osh è importante soprattutto per essere al limitare della valle di Fergana, la fertile e ricca regione condivisa (e spesso contesa) con Uzbekistan e Tagikistan. Se la capitale kirghisa ha soltanto duecento anni, Osh di anni ne ha circa tremila. L’impronta islamica è evidente, ma lo è ancora di più nella vicina Uzgen.

Qui l’attrazione dovrebbe essere il parco archeologico che ospita un minareto e tre mausolei, ma le loro condizioni sono pessime e il luogo è trasandato. In condizioni sicuramente migliori sono i monumenti innalzati a pochi metri di distanza. C’è l’immancabile statua di Manas e, accanto a un vecchio carro armato sovietico, anche quella di Lenin.

Agli occhi del visitatore straniero è, però, il vecchio bazar della città il luogo più affascinante. Per gli affollatissimi vicoli del mercato sono tante le donne che indossano il velo islamico. E, tuttavia, la tradizione non pare aver attecchito tra le ragazze, che sono molte.

In Kirghizistan, la struttura demografica è giovane con un’età media attorno a 25,4 anni (in Italia è di 48,7, la più alta dell’Un-ione europea e tra le più alte del mondo). È proprio tornando a Osh che ce ne rendiamo conto con chiarezza.

La montagna sacra di Sulaiman-Too – nota anche come Trono di Salomone – è l’attrazione della città. Patrimonio Unesco, la montagna è in realtà una collina che domina su Osh. Oggi in visita ci sono classi di studenti locali.

All’interno di una grotta è stato ricavato un museo su due livelli. È qui che incontriamo un piccolo gruppo di giovani. Sono Sumaya, Khalim, Nurdolet, Aruuke, Elzida: sedicenni curiosissimi che chiedono di scattare qualche foto assieme. Un’ottima occasione per scambiare qualche chiacchiera sul Paese. Domandiamo se a scuola studiano il poema di Manas. «Naturalmente!», risponde Sumaya in inglese. «È il nostro grande poema epico nazionale, ed è una parte molto importante della nostra educazione e cultura. Lo studiamo a scuola, anche se non lo leggiamo per intero: è un’opera lunghissima! Studiamo anche l’arte dei manaschi, i narratori del Manas».

Dato che la maggioranza sono ragazze, chiediamo del «kyz ala kachuu», la pratica kirghisa del rapimento a scopo di matrimonio. «Sì – conferma Sumaya -, il kyz ala kachuu si verifica ancora in Kirghizistan, sebbene sia illegale e da tempo criticato. Oggi, è ampiamente riconosciuto dal governo, dagli attivisti e da molti cittadini come un crimine e una forma di violenza di genere, non come una tradizione da preservare. Per questo ci sono leggi per combatterlo e campagne per proteggere i diritti delle donne».

Lo scambio di opinioni con i ragazzi kirghisi si conclude con una curiosità: «Quante lingue parlate?», chiediamo. «Tutti i giovani – spiega Sumaya – parlano russo e anche una parte degli adulti. Però, la nostra lingua nativa è il kirghiso. In generale, si può dire che parliamo kirghiso a casa e russo a scuola». E – aggiungiamo noi con ammirazione – anche un buon inglese con chi non conosce né il kirghiso né il russo.

Paolo Moiola (1 – continua)

Gli occhi sorridenti di una ragazza musulmana con il velo al mercato di Osh. Foto Paolo Moiola.
Un anziano con il tipico copricapo kirghizo. Foto Paolo Moiola.

I paesi «stan» (ex sovietici)

Le caratteristiche principali

Ritratto ufficiale di Stalin (nel 1932), leader dell’Unione Sovietica che ha segnato la storia di tutti i paesi «stan». Immagine Wikimedia.
Ritratto ufficiale di Lenin (nel 1920), leader dell’Unione Sovietica che ha segnato la storia di tutti i paesi «stan». Immagine Wikimedia.

Ci sono sette Paesi al mondo che hanno il nome con il suffisso -stan: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan. A questi sette Paesi si potrebbe aggiungere il Kurdistan, che però non è uno stato ma una regione suddivisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Il suffisso «stan» significa «terra», mentre il nome che lo precede indica l’etnia principale di quella terra. Quindi, ad esempio, Kirghizistan significa «terra dei kirghisi», Tagikistan «terra dei tagiki» e così via.

I cinque Paesi «stan» dell’ex Unione Sovietica divennero indipendenti dopo lo scioglimento di quest’ultima (1991). Hanno alcune caratteristiche in comune: l’islam sunnita come religione dominante, il russo come lingua franca, strutture politiche tendenzialmente autoritarie o comunque molto fragili. Per tutti il retaggio storico più problematico è quello lasciato da Josif Stalin, che non stabilì i confini dei vari Paesi in base alle loro caratteristiche etniche e geografiche, ma sulla base di convenienze politiche.

Pa.Mo.

Paese «stan»Superfice, popolazione, capitaleSistema politico e presidentiEtnie e religioni
Kirghizistan– 199.900 km² – 7,2 milioni – Bishkek (Biškek)– repubblica presidenziale, ex Urss; – dal 2021, presidente Sadyr Japarov;– Kirghizi; – altre etnie: Uzbeki, Russi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Tagikistan– 143.100 km² – 10,2 milioni – Dushanbe (Dušanbe)– autocrazia, ex Urss; – dal 1994, presidente Emomali Rahmon;– Tagiki; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Uzbekistan– 448.900 km² – 36,3 milioni – Tashkent– repubblica presidenziale, ex Urss; – dal 2016, presidente Shavkat Mirziyoyev (succeduto a Islom Karimov, in carica per 25 anni);– Uzbeki; – altre etnie: Tagiki, Kazaki, Russi, Tartari, Caracalpachi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Turkmenistan– 491.210 km² – 7,4 milioni – Ashgabat– autocrazia, ex Urss; – dal 2022, presidente Serdar Berdimuhamedov (succeduto al padre, in carica per 15 anni);– Turkmeni; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Kazakistan– 2.725.000 km² – 20,5 milioni – Astana– autocrazia, ex Urss; – dal 2019, presidente Kassym-Jomart Tokayev (succeduto a Nursultan Nazarbaev, in carica per 29 anni);– Kazaki; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi.
Il presidente kirghizo Japarov con Putin, a Mosca (2 luglio 2025). Foto Kremlin.ru.

Mosca c’è (ancora)

L’intervista

Per capire meglio il Kirghizistan, contattiamo Sergey Kwan, un redattore del quotidiano The Times of Central Asia. Fondato nel 1999 a Bishkek dall’italiano Giorgio Fiacconi, il giornale – un tempo cartaceo, oggi soltanto in versione web – ha l’inglese come lingua principale. La sede è nella capitale, ma – come suggerisce il nome stesso – articoli e reportage riguardano, oltre al Kirghizistan, il Kazakistan, il Tajikistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

La conversazione con Sergey inizia partendo da un’impressione avuta durante il viaggio: lo scarso innevamento in un Paese che pure ospita alte catene montuose. «La mancanza o la scarsità di neve – ci spiega il nostro interlocutore – sta diventando la nuova normalità nel Kirghizistan. Gli inverni diventano ogni anno più miti. Ottobre e novembre sono stati più caldi del solito, con quasi nessuna pioggia nelle valli e neve in montagna».

Chiediamo a Sergey delle statue di Lenin fatte sparire o spostate. «Lenin si erge ancora sul retro della piazza principale di Bishkek. Anzi, credo che, nel futuro, questa sarà l’ultima a essere demolita. Resiste l’idea secondo cui il Kirghizistan è forse l’unica repubblica post sovietica che ha bisogno di costruire monumenti a Lenin perché la rivoluzione del 1917 ha spinto il Paese dal feudalesimo al socialismo in pochi decenni, garantendo al popolo kirghiso istruzione gratuita, assistenza sanitaria e progresso economico. Questa opinione è condivisa da una piccola parte degli intellettuali kirghisi».

In effetti, il presidente kirghiso Japarov e quello russo Putin s’incontrano spesso. L’ultima volta è accaduto lo scorso dicembre, a Mosca. Chiediamo a Sergey da cosa nasca l’amicizia tra i due. «Non definirei i rapporti tra Japarov e Putin un’amicizia. Semplicemente, Japarov deve mantenere buoni rapporti perché il Kirghizistan dipende molto dalla Russia».

A quanto pare, Bishkek è vicina a Mosca anche con riferimento alla libertà d’espressione, se Reporters sans frontières mette il Kirghizistan al posto 144 (su 180 paesi considerati). Sergey non si stupisce: «Il basso posizionamento – spiega – nella classifica di Rsf non sorprende, data la persecuzione da parte delle autorità kirghise di ciò che resta dei media liberi e dell’opposizione».

Pa.Mo.

La bandiera del Kirghizistan: un sole con 40 raggi e, al centro, il tetto di una yurta. Foto Paolo Moiola.
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