Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Beirut. Quando atterriamo nella capitale libanese è passato quasi un anno dalla nostra ultima visita. La prima sensazione è molto diversa da quella del novembre 2024: non si vedono più le colonne di fumo che allora spuntavano da ogni angolo della capitale bombardata, né si sente il suono costante dei droni sulle nostre teste.
Ora, quasi fine novembre 2025, in Libano, si può nuovamente entrare anche con un visto turistico. Sono tornate a lavorare le Ong internazionali e, malgrado la pesante crisi economica, molti negozi del centro hanno riaperto la propria attività. Le strade sono piene di cartelli con la foto di papa Leone XIV, che arriverà qui il 30 novembre.
Dalla data del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, proclamato il 27 novembre 2024, la parte Nord del Paese sembra tornata a respirare. Ci impieghiamo poco, però, a capire che questa calma è solo apparente e superficiale. A una settimana dal nostro arrivo, un raid israeliano colpisce il quartiere di Haret Hreik. L’obiettivo è il capo dello stato maggiore di Hezbollah – Haytham Ali Tabatabai -, che rimane ucciso nell’attacco.

Cominciamo le nostre interviste proprio nelle zone bersagliate di recente, nella periferia Sud della capitale. Ci troviamo a Chiyah, uno dei quartieri a maggioranza sciita e con un’alta presenza di affiliati, o simpatizzanti, di Hezbollah. A Beirut, dopo il quartiere di Dahieh, Chiyah è stato quello più colpito.
Appena scesi dal taxi, veniamo subito seguiti da un gruppo di ragazzi che, con walkie-talkie e telefoni cellulari, annunciano la nostra presenza ai loro superiori. Dopo pochi minuti, veniamo avvicinati da due adulti che ci chiedono generalità, documenti e quali siano le nostre intenzioni. Ci invitano a seguirli. Ci fanno accomodare in uno dei caffè nei vicoli del quartiere. Pur scusandosi, ci chiedono di ispezionare i nostri zaini e di visionare il materiale fotografico.
Scopriamo di essere trattenuti dai membri del movimento di Amal, il principale gruppo sciita del Libano insieme a Hezbollah. «Purtroppo dobbiamo essere molto cauti e attenti su chi entra qui», dice uno degli uomini che ci ha fermato. «Guardate lassù: malgrado il cessate il fuoco, i droni da qui non se ne sono mai andati e continuano ad attaccare. Israele non fa altro che violare l’accordo. Il mese scorso un giornalista inglese è arrivato qui per scrivere un articolo e fare fotografie. Si è scoperto, in seguito, che il ragazzo aveva un doppio passaporto: era una spia di Israele sotto copertura, arrivato qui per fornire dati logistici. Per questo ora dobbiamo stare sempre in guardia».
Ci vuole circa un’ora per controllare le nostre credenziali. Nel frattempo, ci offrono del caffè e persino del cibo. Passiamo il primo controllo, ma ci dicono che non basta. Veniamo invitati a salire su un’auto e siamo portati al comando locale di Hezbollah. In questa stanza passiamo altre tre ore, mentre gli uomini della security effettuano ulteriori controlli. Ci offrono ancora cibo e caffè. Chiacchierando durante l’attesa, uno dei funzionari ci dice: «Non c’è solo il problema delle spie. Abbiamo imparato che dobbiamo essere molto attenti ai giornalisti stranieri. In Occidente c’è la tendenza a dipingerci come terroristi, ad accomunarci addirittura all’Isis, realtà completamente opposta ai nostri ideali». Veniamo finalmente rilasciati con il permesso di lavorare nel quartiere, ma non senza una scorta. Il nostro interprete ci dice: «Tutto quello che è accaduto negli ultimi due anni ha sviluppato una vera e propria “camera fobia”. Non possiamo biasimare queste persone. Guardate cosa ha fatto Israele nell’ultimo anno. Tantissimi hanno perso la propria famiglia, la propria casa, hanno vissuto sotto costanti bombardamenti. La loro attitudine verso l’Occidente e, soprattutto, verso i media è completamente cambiata».

Il giorno dell’arrivo del Papa porta a Beirut una ventata di serenità. Almeno per i prossimi tre giorni si è sicuri che non ci saranno attacchi da parte di Israele. In Libano, questa è la prima visita di un pontefice da quella di Giovanni Paolo II, nel 1997. All’arrivo, papa Leone XIV attraversa la città in auto. Raggiunge anche il quartiere sciita di Dahieh, quasi completamente in rovina. La folla, posta ai lati della strada, lo saluta con entusiasmo. Tanti indossano la sciarpa raffigurante l’effige del Vaticano e, insieme, quella di Hezbollah. Il Papa ha un’agenda fitta di incontri, tra cui quello con il presidente Aoun, le visite al monastero di San Marone e al santuario di Harissa. Tuttavia, il giorno più importante, almeno per la popolazione locale, è il 2 dicembre, quello della messa al Waterfront, la zona portuale di Beirut dove l’esplosione del 4 agosto 2020 uccise 236 persone e ne ferì oltre settemila.
Il Papa comincia la giornata del 2 dicembre sul sito della tragedia, incontra le famiglie delle vittime e prega con loro. Per accedere alla messa è stato necessario prenotare un biglietto online: i posti a disposizione si sono esauriti in poche ore. Il totale dei ticket emessi è stato di 150mila. Ci muoviamo tra le file della gente per fotografare i fedeli accorsi qui numerosi. Il governo ha vietato qualsiasi bandiera o simbolo politico che non siano quelli del Libano o del Vaticano. Intervistiamo un uomo che accompagna un gruppo di ragazzi arrivati da una delle comunità maronite, a Nord di Beirut: «Il simbolo che questa visita rappresenta per noi è importantissimo. È un giorno storico. La vita dei cristiani in Medio Oriente non è mai stata semplice, soprattutto negli ultimi decenni. Avere un supporto, essere riconosciuti, per noi è fondamentale. Il mondo oggi guarda in diretta queste immagini, vede il Papa a Beirut e, quindi, si ricorda che esistiamo anche noi».
La visita del Papa si conclude senza problemi, ma subito dopo il decollo del suo aereo la tensione ricomincia a salire. Il portavoce dell’Idf (Israel defence force, l’esercito di Israele) ha comunicato che, se Hezbollah non consegnerà tutte le sue armi, ci sarà un massiccio attacco subito dopo la partenza del Papa. I nuovi raid aerei, nella parte Sud del Paese, arrivano a poche ore dal rientro del pontefice a Roma. Non sono imponenti quanto Israele aveva minacciato, ma sono quotidiani e costanti.
Decidiamo di partire verso il confine meridionale, per proseguire lì il nostro reportage.

Arriviamo a Chehour, nel distretto di Tiro, all’indomani di un attacco israeliano. Qui incontriamo Mohammed, un uomo a cui è stata bombardata la casa. Lo troviamo di spalle, a guardare quello che rimane della sua proprietà. «Ero a cena con la mia famiglia, ho ricevuto la telefonata delle autorità libanesi che mi dicevano di evacuare. Ci hanno dato mezz’ora per prendere tutto. Al mio ritorno, il mattino dopo, questo è quello che ho trovato. Ho spostato la mia famiglia in un posto più sicuro, ma io rimarrò qui. Dormirò in questa casa, senza porte e finestre, con il soffitto crollato, ma non me ne andrò. Qui abbiamo dato un soprannome all’Idf israeliana, la chiamiamo “Itf”, ovvero Israeli terrorist force. Nessuno li sta fermando. Netanyahu è un criminale di guerra e, invece di arrestarlo, gli altri Stati lo appoggiano. Io credo che il loro scopo finale sia quello di occupare questa parte di Libano, in particolare per le nostre risorse. Posso dirvi che però io da qui non me ne andrò mai. Combatterei anche a mani nude per la mia terra. Sono nato qui, questa è casa mia. Se vogliono mandarmi via, dovranno uccidermi».
Come avvengono i bombardamenti? Come funzionano le evacuazioni? Ce lo spiega Amir. Anche a lui Israele ha bombardato la casa pochi giorni fa: «Israele comunica all’esercito libanese esattamente quali case e zone bombarderà. Noi riceviamo una telefonata in cui ci dicono di evacuare. Abbiamo 30-40 minuti per farlo. In questo poco tempo dobbiamo prendere quello che possiamo e andare via. Ci è proibito ricostruire, e tutto questo avviene durante una tregua che Israele continua a violare. Oltre a questo, c’è anche la pressione psicologica dei droni che ci sorvolano costantemente».
Tutto il Sud del Libano, in particolare i villaggi al confine con Israele, è stato attaccato subito dopo il cessate il fuoco, soprattutto tra dicembre 2024 e gennaio 2025. Lo stato maggiore israeliano ha affermato di voler distruggere le postazioni di Hezbollah. Chi vive qui, però, sostiene che Hezbollah si sia ritirato da queste zone già da molto tempo e che gli attacchi siano semplicemente una scusa per occupare ancora terra, in vista di una prossima colonizzazione. Il governo libanese, appoggiato dagli Stati Uniti e come parte del trattato del cessate il fuoco, effettua campagne giornaliere per il disarmo di Hezbollah. Ma, come è facile immaginare, nessuno dei membri del partito sciita ha intenzione di rinunciare alle armi.

Arriviamo fino a Houla, una cittadina ad appena 500 metri dal confine israeliano. Questo luogo, prima del 2023, contava fino a 15mila abitanti. Oggi ne rimangono appena 400. Il nostro arrivo viene seguito da un drone israeliano che vola a bassissima quota. È un drone da ricognizione e, molto probabilmente, filmandoci sta eseguendo un riconoscimento facciale. Sono pochissime le case ancora in piedi. Il paese è stato totalmente evacuato dall’ottobre 2024 al febbraio 2025. In quel periodo, Israele ha usato gran parte delle case come avamposti contro la resistenza libanese. Prima di ritirarsi, i soldati dell’Idf hanno distrutto e vandalizzato quasi tutto: scuole, infrastrutture e, per la maggior parte, le case dei residenti.
Sulle rovine di una di queste abitazioni troviamo Ghassan. Lui è un giovane originario di Houla che ora lavora all’estero. Qui vivevano i suoi genitori che oggi, come migliaia di altri abitanti, si sono spostati per trovare rifugio in un’altra città. Ci racconta: «Avrei preferito accogliervi in una casa ancora in piedi. Questa, era stata costruita da mio nonno negli anni Cinquanta. Sono nato e cresciuto qui; da diversi anni vivo fuori dal Libano, ma tornavo a trovare i miei genitori ogni due mesi. Questa è la situazione di oggi: la maggior parte delle persone è costretta a vivere lontano da quella che era la propria terra. Eppure, se chiedi a mio padre e a chiunque abbia perso la casa, la loro priorità è quella di tornare e ricostruire, anche se è proibito. La cosa più triste è che nessuno parla di noi».
Ghassan ci guida al piano inferiore. I muri, quelli che sono rimasti ancora in piedi, sono stati crivellati dai proiettili. All’interno troviamo lattine vuote e incarti di snack israeliani; le stanze sono state usate come accampamento dai soldati dell’Idf per settimane. Quando chiediamo a Ghassan cosa immagina o vorrebbe per il futuro, ci risponde: «In Libano oggi ognuno di noi ha un’opinione diversa riguardo questo. Io vorrei la pace, non l’abbiamo da 70 anni. Credo sia arrivata l’ora che ci lascino vivere senza guerra».

Lasciamo Houla per guidare lungo il confine israeliano.
Lo scenario è spettrale: intere città distrutte, auto carbonizzate, rovine e odore di bruciato. Arriviamo fino a Yaroun, altra città completamente rasa al suolo. Questo è il punto più visibile da cui poter osservare il muro che Israele sta costruendo sulla linea del confine. La costruzione del muro è cominciata nel 2018; un ulteriore rinforzo e ampliamento è proseguito poi nel 2023. Nelle ultime settimane, l’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), che spesso incontriamo a pattugliare queste zone, ha affermato che, durante gli ultimi mesi, Israele ha oltrepassato la Blue line (linea di confine stabilita nel 2000 dalle Nazioni Unite), occupando oltre quattromila metri quadrati di territorio libanese. Sempre secondo i rapporti dell’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), dal cessate il fuoco del 27 novembre 2024, Israele ha commesso più di diecimila violazioni in dodici mesi, tra attacchi aerei, incursioni terrestri e sorvoli di droni.
Rientrando a Beirut ci fermiamo a Tayr Debba. Qui, qualche ora fa, Israele ha colpito di nuovo. Zanan è una giovane donna libanese a cui hanno distrutto casa e ufficio. Una ruspa spiana quello che ne rimane; un uomo cerca di recuperare qualche ricordo tra le macerie. Prima di andare via, Zanan ci dice: «Qui abbiamo un detto. Pensiamo che quello che si possiede equivalga al peso della propria anima, che ne sia una sua rappresentazione all’esterno. Perdere la propria casa, per noi, è come perdere un pezzo della nostra anima».
Angelo Calianno
