Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

«Quando arrivai in Bolivia, nel 2013, il Paese era un laboratorio a cielo aperto, impegnato a rendere concreti i principi sanciti dalla Costituzione del 2009, che riconosceva l’esistenza, il valore e il diritto a vivere (secondo la loro cultura) dei popoli originari». Suor Stefania Raspo è una missionaria della Consolata che oggi è in Italia come consigliera generale del suo Istituto. Descrive così il fermento che animava il Paese nei primi anni di questo secolo, dopo che il cammino popolare guidato dal Movimiento al socialismo, Mas, il partito di sinistra fondato dal leader indigeno di etnia aymara, Evo Morales@, aveva portato alla redazione di una nuova Costituzione. Il primo articolo definiva la Bolivia Stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario@.
C’era un’alchimia, continua suor Stefania, che univa una forte identità di popolo a uno sforzo di riappropriazione di quella stessa identità a livello politico e sociale. I colonizzatori spagnoli e, dopo di loro, l’élite fondatrice della Repubblica nel XIX secolo, avevano impedito in modo sistematico ai popoli originari di godere degli stessi diritti della popolazione di origine europea. Questi popoli rappresentano tuttora una grossa parte della popolazione: secondo il censimento del 2024, su 11,3 milioni di boliviani, sono stati 4,3 milioni i cittadini che hanno risposto di autoidentificarsi come appartenenti a un popolo indigeno originario: il 38% del totale. I gruppi etnici più consistenti sono i popoli Quechua, Aymara e Guaraní. I primi due vivono principalmente nella zona dell’Altopiano e contano circa 1,6 milioni di persone ciascuno, mentre il popolo guaraní, il terzo più numeroso, conta 103mila persone.
Un esempio molto chiaro dell’alchimia fra l’identità di popolo e la sua declinazione in chiave sociopolitica è quello della riforma del sistema scolastico. Suor Stefania ha potuto osservare più da vicino rispetto ad altri settori, grazie a una lunga collaborazione con i maestri rurali della zona di Vilacaya, dipartimento di Potosí, nella parte del Paese occupata dalle Ande, dove ha lavorato dal 2013 al 2023.
La riforma doveva adattare il sistema educativo, sia pubblico che privato, ai valori della nuova Costituzione. Doveva farlo mettendo insieme la lingua e le conoscenze dei popoli originari, con lo studio in lingua spagnola e anche in inglese. Il risultato è stato una scuola trilingue, che aveva programmi specifici a seconda dell’area geografica.
«Tutto questo ha richiesto un grande sforzo di aggiornamento da parte dei maestri – racconta suor Stefania -, che hanno dovuto rimettersi a studiare. E ha anche permesso a molti di loro di prendersi una laurea».
Se per diventare maestri era bastato loro un titolo di scuola secondaria acquisito con un corso di 4 anni, il nuovo Programma di formazione complementare (Profocom) per gli insegnanti in servizio, totalmente finanziato dallo Stato, permetteva a maestre e maestri di formarsi ottenendo al contempo il titolo accademico di Licenciatura (laurea, appunto)@.
Ci sono state anche delle resistenze: «Lasciare una forma mentis per entrare in un’altra non incontrava l’interesse e la visione politica e socioculturale di tutti. Ma è stato bello assistere a questo sforzo di valorizzare le culture all’interno di un sistema educativo che fosse anche aperto al mondo».

Il mondo, a sua volta, si è aperto alla Bolivia nel decennio che suor Stefania ha passato a Vilacaya. Un esempio è quello delle telecomunicazioni: «Quando sono arrivata, c’era solo il collegamento, senza internet, e per trovare il segnale bisognava camminare fino alla cima di una collina. Dieci anni dopo c’erano antenne 4G un po’ ovunque».
La rete e la disponibilità di smartphone sta cambiando la vita delle persone di Vilacaya, ma molto lentamente: si tratta comunque di una zona senza grandi traffici commerciali, dove continua a restare viva la pratica del baratto. Solo di recente si è diffuso l’uso del denaro e sono arrivate le carte di debito, preferite soprattutto dalla parte più giovane della popolazione, la quale tende anche a usare di più la lingua spagnola rispetto alle generazioni precedenti.
Diverso è il ritmo a cui si muove l’economia nelle valli orientali, i cosiddetti Llanos, la zona che confina con il Brasile e che ha visto, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, una decisa accelerazione incentrata sull’allevamento e sulla produzione agricola, in particolare di riso.
Con il suo maggior peso economico, la zona delle valli orientali ha iniziato ad avere anche un maggior peso politico, che nel passato si era invece concentrato nella zona andina, o Altipiano, e sub andina (le Valles)@, dove si trovano le miniere di metalli e le riserve di gas naturale, che sono state, tuttora sono, le voci trainanti dell’economia.
Questo affermarsi delle valli orientali, in un certo senso, costringe a bilanciare la visione diffusa della Bolivia come Paese andino: «Lo è, certo: per un terzo del suo territorio», spiega suor Stefania, «ma non bisogna dimenticare che due terzi della superficie della Bolivia sono Amazzonia». Rientrano nel cosiddetto bioma amazzonico, ovvero il complesso di ecosistemi in cui prevale la foresta pluviale, ma che include anche altri ecosistemi, come savane e praterie.
L’Amazzonia si estende su nove stati dell’America meridionale@ e sta subendo anche nella sua parte boliviana una forte deforestazione.
Lo scorso novembre, dopo vent’anni di governo del Mas, un politico di destra moderata ha vinto le lezioni. Si chiama Rodrigo Paz Pereira e il suo slogan è «capitalismo para todos», che – come ha scritto Missioni Consolata@ all’indomani delle elezioni – consisterebbe in un’apertura al libero mercato senza dimenticare le riforme sociali del Mas che hanno permesso a molte persone di uscire dalla povertà estrema.
«Se fino ad agosto la Bolivia era allineata con i Paesi socialisti dell’America Latina, a cominciare da Venezuela e Cuba», dice suor Stefania, «il primo atto del nuovo presidente è stato quello di avvicinarsi agli Stati Uniti, fino a quel momento il principale avversario». È presto, secondo suor Stefania, per dare qualunque giudizio su questo governo. Quel che è certo, però, è che Paz eredita un Paese con una crisi economica molto profonda e una grave mancanza di liquidità. «Lo stato dava sussidi alle importazioni del carburante coprendone la metà del costo, questo ha dissanguato le casse pubbliche. Ora la destra ha tolto queste sovvenzioni, anche spinta dalle imprese, che preferiscono avere benzina e gasolio al doppio del prezzo di prima che non averne per niente». Il risultato, riportava Bbc Mundo a dicembre, è che la benzina è passata da 0,53 dollari a un dollaro al litro e il gasolio a 1,58 dollari@.
Proprio sui temi economici sono iniziate le tensioni fra il governo e la Central obrera boliviana, Cob, il potente sindacato che anche negli anni di Morales ha organizzato numerose proteste e blocchi stradali che, non di rado, sconfinavano nello scontro fisico fra manifestanti e polizia.
«Forse è solo un’impressione», continua suor Stefania, «ma mi sembra che questo governo stia provando a negoziare di più del precedente con le parti sociali: la legge di bilancio del 2025 è stata modificata anche in base al confronto e al dialogo con i sindacati».

Il dialogo è il grande protagonista del racconto di suor Stefania e, più in generale, del lavoro delle suore della Consolata in Bolivia. «Come Missionarie della Consolata, nel nostro vivere con i popoli nativi puntiamo molto al dialogo interculturale. A noi piace chiamarlo “dialogo interspirituale”, anche se il termine non esiste. Significa condividere le esperienze dell’incontro con Dio». Un tratto tipico della missione ad gentes che, assicura la missionaria, arricchisce tantissimo. Antropologa di formazione, ha trovato in questo dialogo anche un valido alleato per i suoi studi: dopo la laurea in filosofia con indirizzo antropologico a Torino, ha avuto la possibilità di perfezionarsi proprio in Bolivia, con un lavoro sull’esperienza del divino e del sacro, approfittando di un approccio alla disciplina «molto localizzato, come è comune in America Latina, dove l’antropologia cerca di distinguersi dalla matrice delle due grandi scuole, quella inglese e quella statunitense».
Lontano dall’essere solo un esercizio teorico, il dialogo interspirituale è un «dialogo di vita, del giorno per giorno, con il vicino di casa, con le persone che incontri, scoprendo delle ricchezze grandissime che ti insegnano a crescere nella fede e nel rapporto con Dio».
La zona di Vilacaya è ancora molto legata alle proprie radici ancestrali e lo si vede specialmente in due aspetti: la relazione con i santi, «molto inculturata nella realtà e nella cosmovisione locali», e quella con la Madre Terra, che fonda l’esistenza e dà significato a tutto. Da questo emerge una devozione vissuta in modo molto «vivo ed esistenziale», una capacità di fede e di relazione con l’altro che riesce a essere sia immediata che profonda.
Questa devozione si è codificata anche in momenti di ritualità, ma è ancora una volta il dialogo del giorno per giorno che ha fornito a suor Stefania gli esempi più potenti: «Le persone in quelle zone sono in genere molto pacate nell’esprimersi, ma ricordo l’intensità con cui, una volta, un signore mi parlò della sua relazione con la Madre Terra: mimava con le mani il gesto del raccogliere i doni della terra e quello del ringraziare. Si emozionò nel farlo, e fece emozionare anche me. Qualcuno definisce idolatria i culti della Madre Terra, a me sembra invece una capacità di entrare in contatto con tutto quello che ci circonda. Una capacità che avevamo anche noi – io ricordo di averla assaporata con la mia famiglia, per via delle mie origini contadine – ma l’abbiamo un po’ persa per strada».
Se si lavora a livello pastorale in America Latina, riflette suor Stefania, ci si trova quasi sempre a dover coprire spazi enormi con pochi agenti pastorali e a volte si rischia di perdersi un po’ nel correre di qua e di là. Ma concentrarsi sul dialogo aiuta anche a contenere questo rischio: «Sono i maestri rurali, che conoscono bene tutte le famiglie e le problematiche, ad averci fatto da ponte per capire i bisogni delle comunità». E il bisogno più chiaro era quello del sostegno all’istruzione.
L’area di Vilacaya è molto colpita dal cambiamento climatico e dalla desertificazione, che va avanti da 40 anni: il verde scompare e resta il deserto. Questo è ovviamente un problema per una società contadina, che si impoverisce perché non è più in grado di vivere con i prodotti della terra. Spesso la sola possibilità è la migrazione, stagionale o definitiva, e nei villaggi restano solo le persone più umili. «Le scuole primarie sono piccole, ma ci sono, e le comunità hanno indicato come bisogno prioritario quello di sostenere i ragazzi nello studio, sia con materiale e risorse didattiche, sia con l’alimentazione». In questo secondo caso, le iniziative delle suore sostengono le mense, oppure il solo programma di merenda, «che di fatto è un pasto a tutti gli effetti, come riso e lenticchie o un piatto di pasta».
Per ora non si registrano casi di vera e propria malnutrizione, «ma gli ultimi anni sono stati molto duri e diverse famiglie sono venute a bussare alla nostra porta per chiedere cibo».
Le suore della Consolata non hanno iniziative nell’ambito della salute o dell’accesso all’acqua, perché «lo Stato finora ha portato avanti in modo efficace l’assistenza sanitaria capillare anche nelle aree rurali». Gli attuali tagli alla spesa pubblica dovuti alla difficile situazione finanziaria del Paese, tuttavia, sono preoccupanti e occorrerà monitorarne gli effetti sulle fasce più fragili della popolazione.
Un’altra iniziativa è il sostegno a corsi universitari per ragazze. «L’Università in Bolivia è molto cara e le donne incontrano grandi ostacoli a entrare nel mondo del lavoro. Il progetto che abbiamo sostenuto ha già permesso a quattro ragazze di finire i corsi universitari o comunque di istruzione post secondaria. Sono ragazze che vengono da famiglie numerose che non potrebbero sostenerle negli studi».
La cooperazione delle Missionarie della Consolata può contare sull’organizzazione «Allamano fra i popoli», che fino al 2025 è stata una onlus e ora sta facendo il passaggio a ente del terzo settore. «Una sorella all’ufficio progetti raccoglie le richieste di aiuto dalle missioni e, a partire da quelle, presentiamo ai donatori una realtà e una cifra da raccogliere»@.
«Se dovessi dirti una cosa della mia esperienza in Bolivia che oggi farei in modo diverso», conclude Stefania, «forse mi concentrerei di più sullo studio della lingua all’inizio della missione: molte persone – specialmente le donne – capiscono lo spagnolo, ma non lo parlano, e la lingua quechua mi avrebbe aiutato a entrare meglio in relazione con loro. Sono invece molto soddisfatta delle visite alle comunità, che cerchiamo sempre di fare con una certa frequenza».
Non è insolito che le persone si sentano abbandonate dalla Chiesa: i territori sono così vasti che i sacerdoti non sempre riescono ad arrivare dappertutto. Quanto alle autorità pubbliche, a volte trascurano certe zone perché non ci sono abbastanza elettori e le comunità non hanno quindi peso politico. «Per questo, visitare una comunità e vedere la gioia delle persone che non si sentono più abbandonate mi ha sempre emozionato molto. È tempo ben speso».
Chiara Giovetti
