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Messico. Dopo la morte de «El Mencho»

Le conseguenze della «narcoguerra»

Domenica 22 febbraio, Ruben Nemesio Oseguera Cervantes, detto «El Mencho», 59 anni, il leader indiscusso del Cartel Jalisco nueva generación (Cjng) viene ucciso dall’esercito messicano in un’operazione, avvenuta in collaborazione con gli Stati Uniti. Secondo la presidentessa Claudia Sheinbaum, gli Usa non avrebbero preso parte concretamente all’azione, ma avrebbero condiviso informazioni decisive per localizzarlo.

El Mencho sarebbe stato ferito durante un blitz in una zona boschiva nei pressi di Tapalpa, a circa 130 chilometri da Guadalajara, capitale dello Stato di Jalisco e roccaforte storica del cartello. È morto durante il trasporto in ospedale. Armato e scortato da quattro uomini fidati, avrebbe opposto resistenza fino all’ultimo, dando vita a uno scontro che, secondo le autorità, ha provocato decine di vittime tra membri del Cjug e forze di sicurezza.

Poche ore dopo la diffusione della notizia, in almeno sei Stati del Paese sono iniziati blocchi stradali, incendi di veicoli e attacchi armati attribuiti ad affiliati del cartello. A Puerto Vallarta sono state date alle fiamme automobili e stazioni di servizio e all’aeroporto di Guadalajara si è verificata una sparatoria. In totale, le violenze hanno provocato almeno 62 morti, tra l’operazione di cattura e ripercussioni immediate.

La presidentessa Sheinbaum, affiancata dal segretario della Difesa nazionale Ricardo Trevilla, ha invitato la popolazione alla calma, disposto la sospensione delle lezioni per due giorni in diversi Stati, tra cui Jalisco e Nayarit, e ribadito il sostegno all’esercito, segnando una linea più dura rispetto alla strategia del «abrazos, no balazos» (abbracci, non proiettili, ndr) promossa dal suo predecessore Andrés Manuel López Obrador.

Storia e carriera de El Mencho

Di lui circolavano pochissime immagini. Nonostante gli oltre quarant’anni di attività nel narcotraffico, le forze di sicurezza erano riuscite a localizzarlo solo di recente, con modalità che ricordano quelle utilizzate per catturare Joaquín «El Chapo» Guzmán, ossia attraverso l’identificazione di una donna che si sarebbe riunita con il leader un giorno prima dell’operazione di cattura.

Come nel caso dell’arresto del Chapo, la morte di El Mencho viene descritta come una delle più grandi operazioni contro il crimine organizzato degli ultimi anni. Tuttavia, la storia del narcotraffico in Messico dimostra che la decapitazione di un cartello raramente ne provoca la dissoluzione, ma più spesso innesca un processo di frammentazione e una fase di riorganizzazione violenta.

Ora la domanda è inevitabile: morto il leader e quattro dei suoi fedelissimi che occupavano posizioni chiave, chi erediterà il controllo del Cjng?

Sulla testa di El Mencho pendeva una taglia da 15 milioni di dollari. Era il fuggitivo più ricercato dalla giustizia statunitense e messicana e il cartello era stato inserito dal governo statunitense nella lista delle organizzazioni terroristiche nel settembre 2025.

Alle spalle aveva una storia di migrazione negli Stati Uniti, dove era stato detenuto per reati minori legati alla vendita di droga, per poi essere deportato in Messico negli anni Novanta. Qui iniziò la sua carriera prima come poliziotto a Jalisco, poi entrando nel circolo di protezione del narcotrafficante Armando Valencia Cornelio, detto «El Maradona», del cartello dei Valencia, strettamente connesso al Cartel de Sinaloa.

Nel 2011 la rottura tra i due cartelli divenne definitiva e da lì nacque il Cartel de Jalisco nueva generación, oggi diffuso in più di metà del territorio messicano e presente in almeno 40 Paesi nel mondo. L’organizzazione si occupa principalmente della produzione e distribuzione di droghe sintetiche, in particolare metanfetamine e fentanyl.

Il cartello si è rafforzato anche grazie alla crisi di altri gruppi criminali, tra cui lo stesso Cartel de Sinaloa, attraversato da conflitti interni che ne hanno indebolito la struttura, e alla disgregazione di organizzazioni come Los Templarios.

Determinanti nella sua espansione sono state la violenza estrema, usata come prova di forza e strumento di controllo territoriale, e la capacità di corrompere autorità locali e funzionari di frontiera. Il controllo di porti e dogane è cruciale sia per l’ingresso di sostanze e materie prime necessarie alla produzione di droghe sintetiche, sia per l’esportazione verso i mercati internazionali.

Al traffico di droga si aggiungono estorsioni a piccole e medie imprese in Messico, il controllo di filiere agricole strategiche, come quella dell’avocado, destinato al mercato statunitense e il sequestro e sfruttamento di migranti.

«Operazioni contro il narcotraffico» sul sito del Gobierno de Mexico.

I dubbi sulla «narcoguerra»
Per contrastare la violenza dei cartelli, nel 2006 l’allora presidente Felipe Calderón dichiarò guerra al narcotraffico, in particolare contro il cartello Los Zetas a Tamaulipas. È l’inizio della cosiddetta «narcoguerra», un conflitto che dura da quasi vent’anni e che vede contrapposti esercito e cartelli, ma anche cartelli tra loro per il controllo delle rotte e dei territori.

Il bilancio è devastante: centinaia di migliaia di morti, migliaia di desaparecidos e una violenza che permea ampi strati della società messicana.

La narrativa della narcoguerra, tuttavia, è stata spesso criticata. Dopo due decenni di operazioni mirate contro i capi delle organizzazioni criminali, il narcotraffico non è stato smantellato. La droga continua ad arrivare negli Stati Uniti e la violenza non è diminuita, anzi in molte aree è aumentata.

Gli Stati Uniti sono coinvolti in questa guerra almeno in due modi. Da un lato, attraverso il flusso di armi che finiscono nelle mani dei cartelli. Secondo un’indagine del The New York Times, molte armi prodotte a Lake City, negli Stati Uniti, sono state acquistate da gruppi criminali, entrati in possesso anche di fucili calibro .50 prodotti in serie limitata e utilizzati in diverse sparatorie in Messico.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di fentanyl, oggi prima causa di morte per overdose nel Paese. Secondo dati ufficiali, solo in Texas muoiono in media cinque persone al giorno per overdose da fentanyl e il Cartel Jalisco nueva generación risponde a una domanda che continua a crescere e un business praticamente infinito.

In questa narcoguerra restano aperte domande cruciali, come per esempio quanti e quali sono gli attori che traggono profitto da questo conflitto, oltre ai narcotrafficanti. Ma soprattutto quale strategia reale guida gli Stati Uniti nel colpire, spesso senza successo, i vertici delle organizzazioni criminali, senza interrogarsi sul sistema culturale e socioeconomico interno che alimenta una costante domanda di droga.

Finché quella domanda resterà senza risposta, ogni «decapitazione» sarà inutile per indebolire il narcotraffico, producendo al contrario un aumento della violenza.

Simona Carnino

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