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Kathmandu. L’8 e il 9 settembre 2025, il Nepal ha vissuto un momento unico nella sua storia recente. Migliaia di ragazzi e ragazze della «Generazione Z» (ovvero persone nate dopo il 2000) si sono riversati per le strade di Kathmandu, raggiungendo il palazzo del Parlamento in segno di protesta.
Innescata dal divieto governativo che aveva bandito 26 piattaforme di social network, la protesta guidata dai più giovani ha presto convogliato in sé tutte le frustrazioni di una popolazione che, da anni, vive sotto il regime di una classe politica corrotta e sopravvive con uno dei redditi più bassi al mondo (il decimo, secondo una statistica dell’Economist).
Le forze di polizia, totalmente colte di sorpresa dal numero di persone da fronteggiare, hanno aperto il fuoco sulla folla, uccidendo 19 manifestanti.
Nel secondo giorno di protesta, quello del 9 settembre, la reazione dei dimostranti è stata feroce. Non ci sono stati più solo studenti per le strade, ma gente di tutte le generazioni. Alla fine dei due giorni, quella che doveva essere una protesta pacifica ha prodotto numeri da guerriglia urbana: il palazzo del Parlamento, alberghi e centri business legati ai politici, incendiati e ridotti in macerie. E 76 morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. Il 10 settembre, l’arrivo dei militari, l’istituzione del coprifuoco e la promessa di un tavolo di trattative hanno calmato gli animi.
La situazione oggi
Qual è oggi la situazione in Nepal e cosa fanno tutti quei ragazzi e ragazze che erano per strada fino a pochi mesi fa? Ne incontriamo alcuni nel centro della capitale. Sin dai giorni successivi alle proteste, frange dei gruppi più organizzati si sono accampati con tende per continuare a far sentire la propria voce.
Dal 19 gennaio 2026, ad oltranza, alcuni ragazzi sono entrati in sciopero della fame. Ci avviciniamo a loro, a digiuno da giorni. Sono seduti a terra, avvolti in un sacco a pelo; alle loro spalle ci sono degli striscioni con stampate le foto e i nomi dei 76 morti durante le manifestazioni di settembre.
Ajay ci racconta: «Forzare una nazione alle elezioni senza dar peso al massacro dei ragazzi e delle ragazze della “Gen Z” è una chiara cospirazione per cancellare il loro sacrificio. Io ho annunciato il mio sciopero della fame, che andrà avanti finché non verranno esauditi i nostri sei punti chiave».
Ajay ci elenca le richieste sono: posticipare le elezioni di marzo; rilasciare gli attivisti in carcere e punire chi ha assassinato i manifestanti; indagine sui politici corrotti; stabilire un’elezione diretta del Primo Ministro; effettuare nuovi emendamenti costituzionali o riscrivere completamente la Costituzione; assicurare la possibilità di votare a chi vive all’estero.
Il Nepal ha circa 18 milioni di votanti che vivono nella propria nazione. Sono oltre sei milioni, invece, quelli che lavorano all’estero senza la possibilità di votare. Un gran numero di giovani nelle proteste di settembre, infatti, era composto proprio da persone residenti oltre confine, in vacanza in Nepal per partecipare ad alcune festività religiose.
Oggi, i gruppi di attivisti in Nepal si sono moltiplicati, ma non tutti sono d’accordo sul voler posticipare le elezioni del 5 marzo. Per altri ragazzi da noi intervistati, più moderati, le elezioni sono l’unico metodo per dar stabilità al Paese. Il Nepal è ora guidato temporaneamente da un governo tecnico con a capo la ex giudice Sushila Karki.
Per le elezioni di marzo sono stati registrati 61 partiti. La corsa sembra essere, però, sempre tra i soliti gruppi storici: il Nepalese congress (Ncp, partito più conservatore), il Communist party of Nepal (Uml, di stampo marxista-leninista) e il Communist party of Nepal (Mc, partito di orientamento maoista). Vale la pena di ricordare che il Paese è considerato il «paradiso dei partiti comunisti» dove ogni anno ne nascono e muoiono alcuni. Tra gli outsider, e possibili sorprese delle prossime elezioni, potrebbero esserci lo Janamat party, il People’s socialist party e il Nagarik unmukti party.
I «Gen Z», ufficialmente, non supportano alcun singolo partito, ma hanno dichiarato la loro forte contrapposizione e distacco dai grandi gruppi dell’Ncp e Uml, additati come «l’élite corrotta del Paese».
Ad un mese dalle elezioni non c’è ancora una lista di candidati ufficiale. L’instabilità data dagli ultimi eventi, i tentativi delle vicine Cina e India di infiltrarsi nella politica locale e la frustrazione di un’intera generazione, rischiano di innescare nuove proteste a marzo, almeno secondo il parere di molti ragazzi dai noi intervistati. Alla nostra domanda sul perché si è deciso di manifestare solo ora, dopo anni di abusi da parte della politica, uno degli attivisti ci ha risposto: «I nepalesi sono uno dei popoli più pacifici del mondo. Però c’è un limite massimo che possiamo sopportare. Quel limite è stato oltrepassato».
da Kathmandu, Angelo Calianno