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Brasile. Il peso degli alberi (e quello della soia)

In attesa delle elezioni di ottobre

In Brasile, deforestazione e popoli indigeni sono due temi collegati. Lo sono ancora di più in un anno elettorale come il 2026. Il prossimo 4 ottobre, infatti, le urne saranno aperte per scegliere il presidente, i membri del Congresso e quelli delle assemblee statali. In questa situazione, tutti i potenziali candidati – sia del governo che dell’opposizione – cercano visibilità per raccogliere consensi e voti.

L’opposizione di destra, da tempo maggioritaria al Congresso, continua a portare avanti gli interessi degli imprenditori dell’agrobusiness che vorrebbero liberà d’azione in Amazzonia e sulle terre indigene. Va ricordato che la cosiddetta bancada ruralista (Frente parlamentar da agropecuária, Fpa) conta 344 iscritti (di vari partiti) su un totale di 594 parlamentari (precisamente, 513 deputati e 81 senatori). Dati questi numeri, non stupisce che il «marco temporal» (il limite temporale del 5 ottobre del 1988 che determinerebbe il diritto dei popoli indigeni alla terra) sia ancora vivo e vegeto, pur essendo stato dichiarato incostituzionale dal Tribunale supremo (Supremo tribunal federal, Stf), l’ultima volta a inizio gennaio. Si tratta però di una vittoria incompleta in quanto «i non indigeni possono rimanere sul territorio finché non ricevono l’intero risarcimento richiesto» ovvero il diritto costituzionale dei popoli indigeni viene subordinato al diritto patrimoniale dei latifondisti. Questa incertezza fa sì che il «marco temporal» rimanga un fantasma che aleggia sulla testa dei popoli indigeni.

A dire il vero, su ambiente e diritti indigeni, Lula e il suo governo possono annoverare alcuni successi. Sono di questi ultimi mesi due dati positivi. Il primo parla di una riduzione annuale dell’11 per cento della deforestazione dell’Amazzonia attestatasi a «soli» 5.796 km². Il secondo si riferisce alla diminuzione del 98 per cento in un anno delle miniere illegali (garimpos) all’interno della Terra indigena yanomami.

Anche nel 2025, la deforestazione dell’Amazzonia si è ridotta, ma rimane comunque impressionante. Il Congresso brasiliano, dominato dalla «bancada ruralista», non conosce ripensamenti. Dati ufficiali Inpe.

Tuttavia, a fronte di questi numeri, tra agosto e dicembre 2025, sono passate misure potenzialmente devastanti. In primis, le leggi 15.190 e 15.300 sulla semplificazione delle licenze ambientali, che il Congresso ha varato respingendo – come accade regolarmente – i veti imposti dal presidente Lula. Facilitando i permessi per l’esecuzione delle opere, queste norme apriranno la strada a una maggiore deforestazione, abusi ambientali e violazione dei diritti delle popolazioni indigene e nere. Anche in questo caso la battaglia per fermare le norme approvate dai parlamentari è stata messa sulle spalle dell’Sft.

La seconda prevede l’asfaltatura della strada – la rodovia Br-319 iniziata nel 1976 ma mai completata – che collega Porto Velho (Rôndonia) con Manaus (Amazonas) tagliando in due la foresta amazzonica per 885 chilometri. A questo progetto, che faciliterebbe le invasioni e la disboscamento di questa parte dell’Amazzonia occupata da territori indigeni e riserve biologiche, il presidente non si è mai opposto considerandolo un’occasione di sviluppo.

«Lula è ben intenzionato – spiega con realism fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata a Boa Vista -. Credo che abbia capito che la difesa della natura e dei popoli indigeni possono originare ripercussioni positive, specialmente all’estero, ma discretamente anche all’interno del Brasile. Però, in vista delle elezioni, deve fare i conti con chi conta nel Paese: i politici, i mezzi d’informazione, il capitale. Così, per poter far passare i progetti a cui tiene di più deve accarezzare i ricchi».

Paolo Moiola

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