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Italia. Dialogo ebraico cattolico alla luce di Gaza e Abramo

17 gennaio, giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei

Le tensioni tra il mondo ebraico e quello cattolico sui massacri nella striscia di Gaza e le violenze in Cisgiordania non sono risolte. Il giudizio sulla sanguinosa reazione dello Stato di Israele all’attacco terrorista del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas contro civili israeliani e le valutazioni su come porre fine alle violenze, sono ostacoli visibili e delicati, benché non insormontabili, per il dialogo ebraico-cattolico oggi.

Se ne legge tutto il peso nei messaggi delle due comunità per la giornata del 17 gennaio: «Ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo». «Negli ultimi tempi – scrivono a loro volta i vescovi italiani nel primo paragrafo del loro messaggio – si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. […] Desideriamo – proseguono più avanti – lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo. […] Ci riserviamo d’altronde – aggiungono ancora – la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri paesi e verso il nostro stesso governo».

La giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei

Celebrata in Italia per la prima volta nel 1990 dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) in collaborazione con l’Assemblea dei rabbini d’Italia, le giornate «per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei», al di là delle divergenze di ordine politico, hanno lo scopo di aiutare le comunità cattoliche ed ebraiche locali a conoscersi vicendevolmente e collaborare per il bene comune, sulla scia dell’ampio cammino compiuto negli ultimi decenni.

Forme di dialogo tra cattolici ed ebrei sono sempre state presenti nella storia, ma la loro formalizzazione risale al Concilio Vaticano II e alla dichiarazione conciliare del 1965 «Nostra Aetate» sulle relazioni della Chiesa con le fedi non cristiane. Il paragrafo che fa riferimento al dialogo ebraico cattolico è il 4°: «Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. […] Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo».

Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto, ma benedetti

Prendendo come riferimento il versetto 3 del capitolo 12 del libro della Genesi, nel quale Dio dice ad Abramo «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», il tema centrale dei messaggi dei vescovi e dei rabbini d’Italia è quello della benedizione.

Il dialogo tra cattolici ed ebrei, affermano i due messaggi, si fonda sul riconoscimento di essere tutti destinatari (e portatori presso i popoli del mondo) della stessa benedizione divina.

«È meraviglioso ricordare – scrive la Cei -, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. […] Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. […] cammina incerto verso un futuro sconosciuto […]. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. È così che avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. […] Dunque, dobbiamo sempre ripartire da questa certezza, anche dopo le crisi, anche nei momenti di crisi».

«Il passo biblico scelto quest’anno […] – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini».

Il ruolo di Gesù e della teologia della terra

Il dialogo autentico tra diverse comunità parte dagli elementi che accomuna le identità, senza dimenticare quelli che le distingue. È volontà di collaborare tenendosi lontani dal rischio di assimilazione di un gruppo all’altro o di dissoluzione dei diversi in un unico indistinto. L’alterità degli uni e degli altri va preservata e sottolineata.

Così, nei due messaggi, sono espressi in modo chiaro almeno due differenze fondamentali.
La prima, ovvia, riguarda la figura di Gesù di Nazareth: «Come diceva Schalom Ben Chorin, rabbino riformato tedesco, “La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide”», scrivono i vescovi.

La seconda, altrettanto ovvia, ma forse meno conosciuta, riguarda la teologia ebraica della terra, che, ci pare, ha a che fare con la differente lettura tra cattolici ed ebrei della guerra in Israele: «La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro – scrivono i rabbini d’Italia nel loro messaggio -, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele. Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti».

Il desiderio comune di servire

Per aiutare le comunità locali di fedeli a concretizzare il dialogo ebraico cattolico, l’ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in collaborazione con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ha messo a punto una serie di schede per conoscere l’ebraismo, scaricabili singolarmente o tutte insieme in un unico volume in formato pdf.

Il messaggio dei vescovi si chiude con un richiamo alla speranza, un’invocazione alla pace e un appello a proseguire nel dialogo: «Auspichiamo dunque la continuazione del dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno. Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono».

In modo simile si chiude anche il messaggio dell’Assemblea dei rabbini d’Italia: «L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli».

Luca Lorusso

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