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Lo scorso 20 dicembre, i paesi latinoamericani del Mercosur – Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay -, riuniti a Foz do Iguaçu, avevano utilizzato due termini – «disappunto» e «fiducia» – per commentare l’improvviso rinvio della firma finale sull’accordo commerciale con l’Unione europea. Era successo che, da parte europea (in particolare, da Francia, Italia e Polonia) erano stati sollevati alcuni problemi, prevedibili ma mai seriamente affrontati.
In discussione dal lontano 1999, il trattato prevede che, nell’arco di dieci anni, Unione europea e Mercosur (Mercosul) riducano o azzerino i dazi liberalizzando l’import-export di beni industriali (europei: macchinari, automobili, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, moda) e di prodotti agricoli e minerari (latinoamericani: carne bovina, soia, pollame, mais, minerali rari). Con i 270 milioni di abitanti del Mercosur, l’intesa creerebbe un libero mercato di circa 780 milioni di consumatori, il più grande al mondo. Circolano previsioni a due cifre – probabilmente gonfiate alla bisogna – sull’incremento delle esportazioni, la variabile su cui i fautori dell’accordo hanno sempre insistito.
L’opposizione all’accordo nasce dagli agricoltori europei che temono di finire fuori mercato a causa di prodotti latinoamericani che sarebbero venduti a prezzi inferiori e senza i controlli europei su estrogeni, antibiotici, fungicidi, insetticidi, erbicidi. Come ha riassunto la professoressa Alessia Amighini su lavoce.info, c’è il timore «di un’invasione di prodotti agricoli e alimentari non conformi agli elevati standard tecnici, fitosanitari e igienici posti a protezione dei consumatori europei e a salvaguardia di una concorrenza leale nei confronti dei produttori europei».

Tuttavia, dopo 26 anni di discussioni, non si poteva non arrivare a un compromesso. È stato raggiunto il 9 gennaio: più soldi e protezioni agli agricoltori europei da parte della Ue. La soluzione non ha però soddisfatto tutto il «popolo dei trattori», una parte del quale non si fida delle garanzie promesse ed è scesa di nuovo in piazza. Alla fine, la maggioranza dell’Unione ha dato il via libera con il «sì» del governo italiano e il «no» di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda e l’astensione del Belgio.
I problemi lamentati dagli agricoltori europei sono reali. Ma non sono gli unici: sugli altri, governi, imprese e associazioni di categoria (come l’italiana Confindustria) fanno finta di niente o li pongono alla fine della lista delle priorità. Così come fanno la maggior parte dei media e dei centri di ricerca (come l’italiano Ispi). Si tratta di questioni sollevate da anni da varie organizzazioni ambientaliste (come Climate action network o Greenpeace), contadine (come Via campesina) e dei diritti umani (come la Cúpula dos Povos o il Conselho indigenista missionário). Il riferimento è ai gravi problemi del sistema di produzione latinoamericano fatto di latifondi e monocolture, a scapito dell’Amazzonia, della biodiversità, del clima, dei popoli indigeni. In altri termini, è l’opposizione al modello estrattivista, predatorio e distruttivo proprio dell’agrobusiness.
Visti i pessimi rapporti con gli Stati Uniti di Trump e i dubbi sulla Cina di Xi Jinping, per l’Unione europea al momento c’è un’unica certezza: l’obbligo di aprirsi strade alternative per sopravvivere in un mondo sempre più competitivo. L’accordo con i paesi del Mercosur risponde a questa esigenza. Detto questo, la firma del trattato dovrà tradursi in azioni adeguate che tengano conto dei problemi degli agricoltori europei, ma anche di quelli sollevati da tutte le organizzazioni che non hanno come unici parametri di riferimento l’allargamento del commercio e il profitto.
Paolo Moiola