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Guinea. Elezioni scontate

Il golpista Mamady Doumbouya confermato alla presidenza

Il 28 dicembre, il generale Mamady Doumbouya – salito al potere in Guinea nel 2021 con un colpo di stato – ha vinto le elezioni presidenziali. Secondo i risultati ufficiali, Doumbouya ha ottenuto quasi l’87% dei consensi. Una percentuale che supera ampiamente la maggioranza assoluta, assicurandogli immediatamente la presidenza senza il ballottaggio. Infatti, Yero Balde, secondo classificato (su nove partecipanti totali), ufficialmente, ha raccolto il 6,5% dei voti.

Legittimazione del potere
Le elezioni di fine dicembre 2025 sono state le prime dopo il colpo di stato che, nel 2021, ha deposto il presidente Alpha Condé. Eletto nel 2010 – con la prima transizione democratica nella storia di un Paese martoriato da continui golpe sino dall’indipendenza dalla Francia (1958) – Condé era poi stato confermato presidente nel 2015. Nel 2021, però, la sua decisione di candidarsi per un terzo mandato – legittimato da una modifica costituzionale approvata con un controverso referendum l’anno precedente – ha creato terreno fertile per il colpo di stato capitanato da Doumbouya.
Il voto dello scorso dicembre è quindi diventato un modo per legittimare il mantenimento del potere da parte dell’esercito, nonostante la Carta di transizione, adottata subito dopo il golpe, avesse escluso categoricamente qualsiasi candidatura militare al termine della transizione. La cui durata di 18 mesi, tra l’altro, è stata ampiamente disattesa: sono serviti più di quattro anni perché il Paese tornasse a votare.
Nel frattempo, era diventato sempre più chiaro che i militari non avrebbero rispettato la promessa di non ricandidarsi. A settembre 2025, con un referendum – che secondo i risultati ufficiali è stato approvato con l’89% dei consensi, ma è stato boicottato dall’opposizione -, i golpisti hanno ottenuto una nuova Costituzione, che permetteva loro di candidarsi.

Repressione e brogli
Secondo i dati del direttorato generale delle elezioni, l’81% dei 6,7 milioni di votanti registrati si è recato alle urne. Ma – denuncia l’opposizione – gli osservatori internazionali non hanno avuto accesso ai seggi, così come non hanno potuto assistere al conteggio dei voti. E, quindi, gli oppositori sostengono che sia i risultati dell’elezione, sia le cifre dei votanti siano state volutamente «gonfiate» dal regime per enfatizzare il consenso nei suoi confronti.
D’altronde, nei mesi precedenti il voto, l’attività politica dell’opposizione e qualsiasi forma di dissenso sono state impedite. Una settimana prima del 28 dicembre, l’accesso a Facebook è stato bloccato. Volker Turk, responsabile dei diritti umani per le Nazioni Unite, ha quindi denunciato: «La campagna elettorale è stata fortemente limitata, marcata da intimidazioni nei confronti degli oppositori, sparizioni forzate e politicamente motivate, oltre che da limitazioni alla libertà dei media».
Il principale oppositore di Doumbouya, Cellou Dalein Diallo (ex primo ministro e leader dell’Unione delle forze democratiche di Guinea), è stato costretto all’esilio per sfuggire ad accuse di corruzione. Squalificato dal voto poiché residente in un Paese straniero – come anche Sidya Toure, candidato dell’Unione delle forze repubblicane e da anni in Costa d’Avorio -, ha visto restare fuori dai giochi anche il suo partito per «mancanze nei documenti». Anche il movimento di Condé, il Raggruppamento del popolo guineano, è stato escluso per «non aver soddisfatto tutte le richieste necessarie». In generale, più di 50 partiti sono stati sciolti o sospesi e innumerevoli manifestazioni dell’opposizione vietate.

Ricchezza e povertà
La Guinea ha le maggiori riserve globali di bauxite (minerale fondamentale per la produzione di alluminio) e uno dei principali depositi di ferro al mondo. Lo sfruttamento di quest’ultimo – grazie al progetto Simandou avviato a novembre 2024 – è uno dei fiori all’occhiello del regime di Doumbouya. Il generale infatti punta – anche nella retorica – sulla crescita di progetti minerari come evidenza dell’effetto positivo delle sue politiche di crescita economica e creazione di posti di lavoro.
In più, Doumbouya – al pari dei golpisti in Mali, Burkina Faso e Niger – ha avviato piani di nazionalizzazione. Ad esempio, ha revocato la licenza di sfruttamento alla Guinea alumina corporation (sussidiaria di Emirates global aluminium), trasferendola a una compagnia statale.
Ma, nonostante le ricchezze minerarie, più della metà dei 15 milioni di abitanti della Guinea si trova in condizioni di povertà. Mentre l’insicurezza alimentare, secondo il World food programme (agenzia Onu per la sicurezza alimentare), sta raggiungendo livelli record con 3 milioni di famiglie in insicurezza alimentare. Il tutto in un Paese con un’età media di 19 anni e dove la disoccupazione riguarda metà degli abitanti.
Ancora una volta, il rischio è che il Paese sia governato da un’élite più interessata ad arricchirsi che al reale miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.

Aurora Guainazzi

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