Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Haiti e Curaçao. La rivincita dei Caraibi

Le due isole si sono classificate, a sorpresa, ai Mondiali di calcio 2026

Haiti e Curaçao finiscono al primo posto dei loro gironi della Concacaf nelle qualificazioni al Mondiale 2026. Un risultato storico dal forte valore simbolico per due popoli da tempo in cerca di riconoscimento e riscatto internazionale. A poco meno di mille chilometri di distanza, circondate dal Mar dei Caraibi, due piccole isole stanno cambiando il volto del calcio mondiale. Spesso dimenticate o conosciute dal grande pubblico soltanto per la povertà e il conflitto interno che da anni dilania una di esse, Curaçao e Haiti hanno conquistato le cronache sportive grazie a un successo storico che le ha portate entrambe a trionfare nei rispettivi gironi di qualificazione ai Mondiali di calcio 2026.
Le due nazionali maschili, affiliate alla Confederazione di calcio del Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf), una delle sei confederazioni appartenenti alla Fifa (Federazione internazionale di associazioni di football), hanno sbaragliato avversari sulla carta più forti.
Curaçao si qualifica per la prima volta a un Mondiale, mentre Haiti torna sulla scena mondiale dopo 52 anni, sconfiggendo le favorite Costa Rica e Honduras.


Da novembre, e probabilmente fino alla prossima estate, quando si disputerà il Mondiale 2026 tra Messico, Stati Uniti e Canada, in entrambe le isole si respira un clima di festa e un desiderio di rivalsa e riconoscimento.
A Curaçao, infatti, la qualificazione rappresenta anche un atto di affermazione identitaria come Stato, nonostante il ruolo determinante dei giocatori olandesi e dei Paesi Bassi, essendo ancora parte integrante del «Regno dei Paesi Bassi».
Ad Haiti, la vittoria del girone di classificazione ha commosso tutti, da chi ancora vive sull’isola al milione di persone della diaspora, fino ad arrivare al presidente della Fifa, Gianni Infantino che si è congratulato pubblicamente su instagram per la vittoria della squadra. Questo traguardo ha rappresentato un raro momento di speranza per una popolazione segnata dall’instabilità politica e presa a ostaggio dalle bande criminali, che governano di fatto uno stato acefalo, dopo l’assassinio nel 2021 dell’ultimo presidente eletto Jovenel Moise.


Haiti: uno spiraglio di luce
Haiti è il Paese più povero del continente americano ed è sull’orlo del collasso, a causa di una paralisi istituzionale, economica, sociale e culturale che dura da anni. La presenza pervasiva delle bande criminali ha generato una crisi di sicurezza tale da rendere impossibile agli studenti recarsi a scuola, per il timore di essere coinvolti in sparatorie per strada (come abbiamo raccontato qui).
Secondo le Nazioni Unite, nei primi sei mesi del 2025 sono stati registrati circa quattromila omicidi, di cui oltre il 10% ha avuto come vittime minori. La violenza ha provocato più di 1,4 milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di persone costrette a fuggire dal Paese. Oltre un milione di haitiani vivono oggi tra Stati Uniti, Canada e altri paesi, mentre decine di migliaia tentano ogni giorno di attraversare il confine con la Repubblica Dominicana (dove la presenza di haitiani è importante), nonostante i continui respingimenti da parte del paese limitrofo.
L’economia è di fatto congelata. Anche i porti sono sotto il controllo delle bande, che gestiscono da un lato il traffico commerciale e l’ingresso delle armi e dall’altro impongono tangenti persino alle navi cariche di aiuti umanitari. Port-au-Prince è diventato terreno di battaglia di diversi gruppi armati, tra i quali spiccano le Forze rivoluzionarie della famiglia G9 e il G-Pep. Di contro, la popolazione si organizza in gruppi di autodifesa che si sta facendo giustizia da sola, eliminando chiunque venga sospettato di far parte di una gang. Amplifica la militarizzazione, la presenza nel paese la Missione multinazionale di supporto alla sicurezza (Mmss), operazione di polizia internazionale guidata dal Kenya.
È all’interno di questo scenario che la qualificazione della nazionale haitiana ai Mondiali assume contorni quasi eroici. Uno spiraglio di luce per un popolo che non può certo sperare in una fine imminente della violenza, ma che trova nello sport un raro momento di sollievo collettivo. Un effetto placebo per un popolo in sofferenza, capace forse di accendere un faro internazionale sulla delicata situazione dell’isola.
A oltre cinquant’anni dall’ultima partecipazione ai Mondiali, nel 1974 in Germania, Haiti ha conquistato la qualificazione il 18 novembre, anniversario della battaglia di Vertières, che segnò, nel 1803, la vittoria decisiva dell’esercito indigeno (composto da schiavi ribelli e mulatti) contro le truppe francesi alla fine della rivoluzione haitiana (il primo gennaio 1804 fu proclamata l’indipendenza). Una coincidenza che ha il sapore della «giustizia divina», dove la qualificazione vale molto più di un semplice biglietto per il Mondiale, come dimostrano le parole del capitano Duckens Nazon che, pochi minuti prima della partita contro il Nicaragua, ha incoraggiato i compagni ricordando che: «Nel nostro Paese c’è gente che non ha niente, ma oggi possiamo farli piangere di gioia. Giochiamo per loro. Non tradiamo le loro aspettative».

Fuori casa
A causa della situazione politica e di sicurezza, la nazionale haitiana non si è mai allenata in patria. D’altronde anche lo stadio principale, che si trova in capitale, è stato occupato dalle bande criminali. La maggior parte dei giocatori fanno parte della diaspora haitiana e molti sono nati in Europa e hanno la doppia cittadinanza. Tutte le partite vengono disputate fuori casa, senza il sostegno diretto dei tifosi, rendendo il risultato ancora più inaspettato. Se è vero che la naturalizzazione di molti giocatori ha sollevato polemiche sulla loro reale connessione con il Paese, bisogna riconoscere che gli oltre due milioni di persone appartenenti alla diaspora haitiana mantengono un forte legame con la terra di origine, come dimostrato dalle rimesse, una delle poche fonti di sostentamento per migliaia di famiglie dell’isola.


Curaçao: l’autonomia passa dal calcio?
Affiliatasi alla Fifa nel 2011, Curaçao è diventata una nazione costitutiva autonoma, ma ancora parte del Regno dei Paesi Bassi nel 2010, dopo lo scioglimento delle Antille olandesi.
La sua qualificazione ai Mondiali fluttua sul filo sottile che separa il desiderio di indipendenza dal retaggio coloniale ancora presente. Determinante è stato infatti il contributo di giocatori in gran parte nati nei Paesi Bassi, che hanno scelto di indossare la maglia del piccolo Paese caraibico in omaggio alle origini dei propri genitori. Un ruolo chiave lo ha avuto anche l’allenatore Dick Advoccat, 78enne, vecchia volpe del calcio olandese, il più anziano commissario tecnico dei Mondiali, che ha saputo portare una delle nazionali più giovani al traguardo della classificazione.
Il successo sportivo dell’isola apre una porta al rafforzamento dell’identità nazionale. Di fatti, secondo alcuni analisti, il Mondiale potrebbe persino riaccendere una spinta indipendentista di uno Stato riconosciuto dalla Fifa, prima ancora che dalle Nazioni Unite.

Simona Carnino

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Cambiare il mondo comincia da te. Diamo voce ai valori umani: iscriviti e fai la differenza!