Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Nel 2024, 36.816 persone hanno raggiunto il Regno Unito attraversando la Manica su piccole imbarcazioni. A metà ottobre 2025 il dato aveva già superato quota 36.886, 70 in più rispetto all’intero anno precedente. I numeri continuano a crescere e fanno da sfondo all’accordo annunciato il 10 luglio da Londra e Parigi per affrontare gli attraversamenti irregolari.
L’intesa prevede un meccanismo di scambio: per ogni persona entrata irregolarmente nel Regno Unito e rimpatriata in Francia, Londra si impegna ad accogliere un richiedente asilo presente sul territorio francese, la cui domanda avrebbe maggiori probabilità di successo. Da qui il nome «one in, one out». Presentandolo in una conferenza stampa congiunta, Keir Starmer ed Emmanuel Macron lo hanno definito «rivoluzionario», sostenendo che contribuirà a «spezzare il modello» dei trafficanti e ad avere un forte effetto deterrente. Ma, a qualche mese dall’avvio, è davvero questo il bilancio?
Numeri e contraddizioni
A fine novembre, gli esiti restavano modesti: 113 persone rimpatriate in Francia e 84 richiedenti asilo ammessi nel Regno Unito. Nello stesso periodo, però, in una sola giornata 217 persone hanno attraversato la Manica, quasi il doppio di quelle rimandate indietro dall’avvio del programma. Numeri che già mettono in dubbio la sua efficacia deterrente.
A rendere evidenti le contraddizioni è la storia di un cittadino iraniano, che dopo essere stato rimpatriato in Francia ha tentato nuovamente la traversata, riuscendo a tornare nel Regno Unito. Successivamente è stato riportato di nuovo a Parigi. «Se avessi pensato che la Francia fosse sicura per me, non sarei mai tornato nel Regno Unito», ha raccontato al The Guardian. Dice di essere finito, prima del primo attraversamento, in una rete di trafficanti nel Nord della Francia, dove sarebbe stato sfruttato e minacciato. Crede che lo stiano ancora cercando e dichiara: «Ho paura ogni volta che esco dal rifugio. Qui non sono al sicuro».
La sua storia è come quella di altri, fatta di pericoli e assenza di protezione, e mostra come le teorie della deterrenza possano scontrarsi con la logica disperata della sopravvivenza.
L’evoluzione della traversata
Le città portuali di Calais e Boulogne-sur-Mer sono da decenni snodi centrali delle dinamiche migratorie verso il Regno Unito. Già nel 1999 la polizia segnalava la presenza di campi attorno a Calais, dove i migranti attendevano l’occasione per salire su un mezzo diretto a Dover.
La rotta è balzata all’attenzione internazionale con la nascita della cosiddetta «giungla di Calais». Nel gennaio 2015, alla periferia della città, è sorto un insediamento di tende e roulotte che ha ospitato fino a 10mila persone. Una crisi alimentata anche dagli effetti a catena della rotta balcanica, che ha trasformato Calais in un imbuto verso il Regno Unito. La forte pressione migratoria ha portato Londra a predisporre importanti controlli sulle navi e lungo le vie di accesso dalla Francia.
Fino ad allora gli attraversamenti avvenivano soprattutto nascosti nei tir, nei container o sui traghetti. Dopo lo smantellamento della giungla e l’inasprimento delle misure di sicurezza, questa via è diventata sempre più impraticabile. È così che la rotta ha cambiato volto: migranti e trafficanti hanno iniziato a puntare su piccole imbarcazioni autonome, rendendo la traversata ancora più pericolosa.
Violenza e critiche, il bilancio della sicurezza
Chi tenta la traversata si muove in un contesto di estrema violenza. Un’inchiesta di Le Monde ha documentato episodi in cui le forze di polizia avrebbero cercato di destabilizzare, se non addirittura affondare, i gommoni. Un rapporto dell’Ong Project play ha denunciato le violenze subite dai minori e ha registrato almeno 15 bambini morti alla frontiera nel 2024, più che nei quattro anni precedenti messi insieme. Uno studio di Human Rights Network, invece, rileva che la strategia per fermare le traversate ha aumentato violenza, morti e potere dei trafficanti, senza ridurre gli arrivi. Il rapporto segnala anche l’uso della forza da parte della polizia francese, dai proiettili di gomma ai gas lacrimogeni. Anche se gli abusi avvengono sul suolo francese, il governo britannico contribuisce: dal 2018 ha versato a Parigi almeno 763,4 milioni di euro per la «messa in sicurezza» del confine.
Quindici organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto la sospensione del trattato con un ricorso avviato davanti alla giustizia francese. La contestazione riguarda il meccanismo di riammissione. «Queste misure non offrono garanzie sufficienti per tenere conto della situazione individuale delle persone in esilio. L’approccio è altamente discutibile e non rispetta adeguatamente il principio della dignità umana», ha spiegato l’avvocato che ha presentato il ricorso.
Eva Castelletti