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Una relazione inimmaginabile (Gv 1-17)

Siamo giunti al termine di un percorso lungo, accidentato e impegnativo. Come una guida alpina in territori di alta quota, l’evangelista non ha d’altronde mai promesso che il cammino sarebbe stato semplice, ma ci ha lasciato intravvedere che avremmo respirato aria pulita e rarefatta, che saremmo stati più vicini al cielo.
Come se fossimo in cima alla nostra vetta, quindi, può valere la pena ripercorrere il nostro itinerario, che da quassù si vede più chiaro e nitido.

Il punto di partenza

Siamo all’interno di un Vangelo, di un testo considerato sacro dai cristiani. Non stiamo cercando in questo scritto un modo per distenderci, per passare qualche ora di svago immaginandoci in un’altra esperienza umana, come se stessimo leggendo un romanzo o guardando un film. Stiamo ponendoci la domanda più estrema, se questa nostra esistenza che viviamo sia frutto non del caso ma di una volontà che ci ha voluti, e che volto abbia questa volontà.

Tale domanda, peraltro, non serve «soltanto» (non sarebbe poco!) per conoscere e capire, ma per decidere: come gestire la nostra vita in modo che non sia inutile? In modo che sia inserita in un orizzonte di senso e non destinata a essere dimenticata? Come fare in modo che la nostra vita, come avrebbero detto i primi cristiani provenienti dall’ebraismo, sia salvata?

Tutti noi, infatti, percepiamo l’angoscia del tempo che ci inghiotte, la fatica di costruire una vita significativa che rischia di essere cancellata dalla morte e dall’oblio.

Noi moderni preferiamo parlare di un «senso» da trovare in questa vita, gli antichi di «salvezza», ma il significato è molto simile.

I cristiani credono di aver trovato questo senso nell’esperienza storica di Gesù di Nazaret, che ci svela il volto non conoscibile del Dio della creazione. In lui si può cogliere la fisionomia divina.

Da qui parte l’evangelista Giovanni. O, meglio, con il prologo, che occupa i primi versetti del Vangelo, parte da ancora più indietro.

Ma forse, come succede spesso a chi scrive libri, anche lui ha scritto prima l’intero testo, e solo alla fine l’introduzione. Per questo noi ripercorreremo il Prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-18) in appendice a questa serie di articoli, come ultima tappa: quasi come fa chi torna a casa dopo una scalata e ripensa al percorso fatto.

Con strumenti umani

La prima comparsa di Gesù nel racconto di Giovanni avviene nelle parole e nel dito di Giovanni Battista, che indica lui come «l’Agnello di Dio» (Gv 1,29).

Gesù non ha ancora fatto nulla di significativo, sembra uno dei tanti che si aggirano attorno al Battista.

Nonostante i molti prodigi che Gesù metterà in campo (nel quarto Vangelo, in realtà, molti meno che negli altri), il volto di Dio si mostra innanzitutto nella sua umanità. E in un’umanità normale. Dio non compare con visioni poderose e violente, con segni esterni impressionanti, come ci piacerebbe e come a volte lo immaginiamo. Il Padre si svela tramite un essere umano, rispetto al quale potremmo anche chiederci che cosa abbia più di noi. Dio si fa conoscere tramite altro, e in particolare tramite l’umanità.

C’è tuttavia da dire che l’umanità nella quale si mostra non è del tutto «regolare» e prevedibile: è il Battista, che promette un perdono divino che non passa dai riti del tempio, è Gesù che, come primo «segno» dell’irrompere di Dio nella storia, sceglie di garantire che una festa di nozze possa concludersi nella gioia nonostante sia finito il vino (nozze di Cana: 2,1-11).

Anche se forse il lettore del Vangelo non sa ancora che cosa di preciso stia cercando, l’evangelista ci suggerisce già, con la scelta della parola «segno», che vediamo e ascoltiamo cose che ci rimandano a un oltre. Vediamo Gesù, ma cerchiamo (anche) il Padre.

E l’imprevedibilità divina la si riscopre subito dopo, quando Gesù scaccia dal tempio i cambiavalute e venditori (2,13-25). Un gesto che lascia intuire un Dio che non si fa semplicemente trovare nei riti e nel culto, ma in altre forme che dovranno essere precisate. Per la prima volta, qui, Gesù parla del «Padre» suo, con il quale si lascia intuire in profonda comunione.

La meta del nostro cammino comincia a esserci chiara: la guida alpina, Giovanni, dopo i primi passi, ci indica una cima lontana e ci dice: «Oggi saliremo là».

Nella vita

Più camminiamo, più diventa chiaro che il Padre che Gesù ci mostra è imprevedibile, non ubbidisce a schemi, ma si apre a chi lo cerca con sincerità, anche se di nascosto, come Nicodemo (cap. 3), o se irregolare come la samaritana (cap. 4). Il Padre sa riconoscere l’autenticità di una ricerca anche scomposta, fuori dalle regole.

È significativo che Gesù incontri, una dopo l’altro, un «capo dei giudei» e una donna di Samaria, entrambi in contesti non consueti, clandestini (non si va a interrogare un maestro di notte, non si va ad attingere l’acqua a mezzogiorno). Eppure, Gesù, e con lui il Padre, si lasciano incontrare, vedono in profondità, «in Spirito e verità» (4,23), e si dimostrano amanti della vita, non giudici severi, ma pronti a dispensare serenità, a dissetare, a promettere gioia.

La stessa tensione verso la vita, e la vita piena, la possiamo ritrovare nel capitolo 5, nella guarigione alla piscina di Betzatà di un uomo infermo da trentotto anni. A fronte di coloro che lo criticano per una guarigione eseguita di sabato, Gesù ribadisce il volto di un Padre che ama la vita, e vuole la vita piena per le sue creature, e così, inizia a far intravvedere che quella promessa di vita non potrà fermarsi neppure davanti allo scandalo della malattia e della morte.

Se l’umanità poteva pensare a un Dio solenne, nobile e altero che dall’alto dei cieli guardava con severità la storia e la giudicava, Gesù la mette davanti al volto di un Dio che va incontro a chi è impedito e lo solleva.

Lo stesso atteggiamento prosegue anche nel capitolo 6, con la moltiplicazione dei pani che apre la strada a un lungo dibattito dal quale emergono in Gesù i lineamenti del Padre.

Pur essendo in sé autosufficiente, Gesù non si ritira in un nobile distacco, ma vede i bisogni di chi ha davanti e va loro incontro, si pone al servizio delle loro vite (mai Gesù opera un miracolo che danneggi qualcuno). Così facendo, rende sempre più chiaro che agisce in questo modo, perché è perché è così che opera. Rende chiaro che il Padre vuole stabilire con l’umanità una relazione di fiducia, e non di servitù. Un rapporto nel quale rispettare, anzi, desiderare, la libertà dell’altro. Ai discepoli che si fanno prendere da dubbi, non può che offrire la possibilità di andarsene, liberamente (6,67).

Liberi e autentici

Proprio questa libertà costringe i discepoli a prendere posizione, tenendo conto che l’opera di Gesù può essere interpretata come blasfema, problematica.

La domanda su chi Gesù sia, chi rappresenti, in nome di chi si muova, è una domanda lecita. Questo proprio perché il Padre lascia libera l’umanità, non la pone di fronte a prove incontrovertibili che la obbligherebbero a credere e la farebbero muovere fuori dal campo della fiducia (cap. 7). Che questo sia il campo in cui Dio vuole muoversi è chiarito dal fatto che Egli imposta tutto sulla relazione, profonda e autentica. Se ci si muovesse nel campo dell’autorità e dell’obbedienza, tutto sarebbe più semplice, misurabile. Nel campo delle relazioni, però, non possiamo mai smettere di interrogarci, di interpretare, di fidarci.

Nello stesso tempo, Gesù rassicura i suoi del fatto che il Padre sa leggere i cuori, vede in profondità, coglie l’autenticità di chi lo cerca con cuore sincero (cap. 8).

E lui stesso si muove in libertà: ci cerca e ci desidera astenendosi sempre da qualunque forma di giudizio (cap. 9), come chi vuole la comunione ed è motivato dall’amore.

Relazione non immaginabile

Negli ultimi capitoli del Vangelo, il tono si alza, e Gesù parla sempre più spesso del Padre, rimanda in modo sempre più chiaro a lui: il Signore e l’umanità sono il pastore e il suo gregge che si conoscono, e riconoscono la voce dell’altro (10,1-21). La loro è una relazione che non si può spiegare nei dettagli ma è fatta di protezione e fiducia (10,22-42). Il Padre ridona la vita (a Lazzaro) e si muove sempre dentro a relazioni personali, di amicizia, di affetto (cap. 11).

Anche nel «glorificare il Figlio», il Padre dona la vita (cap. 12), tanto da proporsi non come datore di un elenco di precetti, ma come un esempio da imitare, per vivere una esistenza autentica e sensata, segnata fino in fondo dall’amore (cap. 13).

Quell’amore che Dio vive innanzi tutto dentro sé, in una relazione tra il Padre e il Figlio che non ha condizioni ma solo dono e fiducia reciproci (cap. 14), e in cambio non chiede altro che amore (cap. 15).

Proprio questo passo, con l’immagine della vite (che è Gesù stesso), del coltivatore (che è il Padre) e dei tralci (che sono coloro che confidano in Gesù), ci apre lo sguardo sull’ultima, sorprendente tappa.

Il Padre che Gesù ci mostra non solo preferisce essere amato piuttosto che servito, ma vuole fare entrare tutta l’umanità nella relazione che lo lega al Figlio (capp. 16 e 17).

Il punto d’arrivo del nostro percorso, che ci ha portato ad altezze non preventivabili, è l’invito a fare parte della relazione d’amore tra Gesù e il Padre.

L’antica distanza tra il divino e l’umano, che l’uomo ha sempre percepito, è annullata, per volontà dell’unico che potrebbe farlo, ossia Dio.

Gesù con la sua vita mostra questo amore profondo del Padre per l’umanità, e chiama tutti ad accoglierlo e farlo proprio, per essere accolti, a nostra volta, nella comunione che, da sempre, esiste tra il Padre e il Figlio e che, come ogni amore autentico, si apre agli altri senza gelosia.

Sintonia tra divino e umano

Forse anche noi, persino noi cristiani consapevoli dell’amore di Dio mostrato in Gesù, restiamo stupiti di fronte a un divino che non mantiene le distanze, ma ci offre di entrare nell’intimità di quella relazione di amore che esiste da sempre dentro la divinità stessa. E che, coerentemente, ma in modo imprevedibile, ci chiede di vivere soltanto quella dimensione umana che, pure, lo sappiamo, è ciò che ci fa autenticamente umani e rappresenta il più vero e profondo desiderio nostro: amare ed essere amati. Come se tutto, nella nostra ricerca e nella promessa divina, finisse imprevedibilmente per poi ricomporsi, incastrarsi come i pezzi di un puzzle.

Siamo forse entrati nella lettura spirituale del Vangelo convinti che la nostra dimensione religiosa fosse più importante delle nostre aspirazioni umane, quasi pronti a rinunciare all’umanità per guadagnare il divino. E scopriamo che le due dimensioni sono in totale sintonia. E che ciò che vediamo nel divino esalta la nostra umanità più autentica.

Anche noi, come l’evangelista, sentiamo forse il bisogno di meditare ancora su questo stupefacente mistero. Giovanni lo fa nel prologo, che anche noi, prendendoci ancora una tappa, rileggeremo con calma, il mese prossimo.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 21 – continua)

Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre».
(Gv 19,26-27)
Con questa immagine vorremmo esprimere la bellezza e la gioia del fatto che Gesù non solo ci ha fatto conoscere il vero volto del Padre, ma anche quello della Madre, sua e nostra, Maria.

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