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Cina. Sotto (stretta) sorveglianza

Reportage dal Xinjiang

Ha appena festeggiato i settant’anni della propria autonomia. In questo lasso di tempo lo Xinjiang ha conosciuto uno sviluppo economico senza precedenti, celebrato dalle autorità cinesi. Permangono, tuttavia, dubbi sulla reale condizione degli Uiguri, l’etnia originaria spodestata dagli Han.  

Passo del Torugart. Eccolo il confine. Alexander, l’autista del pullmino kirghiso, non si stanca di ripetere: «Niente foto, per favore». Lo dice in russo ma tutti, pur non conoscendo la lingua, ne intuiscono il significato. Posto a 3.752 metri d’altezza,

Torugart è il passo che dal Kirghizistan porta in Xinjiang, regione autonoma nel Nord Ovest della Cina. Attorno le montagne sono completamente brulle, eppure belle per merito di un cielo limpidissimo e di un sole splendente. Le cime innevate non mancano – siamo a metà ottobre -, ma sono più lontane.

Davanti a noi, il confine «racconta» molte cose. Non tanto per il filo spinato sui cancelli e le bandiere rosse con le stelle, quanto per il numero esagerato di telecamere collocate in ogni possibile posizione. Questo è considerato un confine «sensibile», ma il traffico è ridotto e unidirezionale. Transitano soltanto pesantissimi tir carichi di fiammanti auto cinesi in direzione del Kirghizistan.

Noi siamo in paziente attesa ai margini della strada quando un ufficiale cinese ci raggiunge sulla terra di nessuno per dirci che dobbiamo rimanere all’interno del pullmino. Insomma, non possiamo oltrepassare il cancello finché dall’altra parte non ci sarà il bus dell’agenzia cinese, ma neppure possiamo stare all’aperto a goderci l’aria frizzante e il panorama.

Dopo oltre un’ora e mezza, ci avvertono che, a piedi, possiamo procedere. Al cancello d’entrata c’è un primo controllo del passaporto, un altro negli uffici del confine, un altro ancora davanti al bus che ci sta attendendo. Saliti a bordo, dopo pochi metri, l’automezzo si deve fermare per far salire un agente che vuole verificare i nostri documenti. E con questo siamo già arrivati al quarto controllo.

Nel frattempo, abbiamo conosciuto la guida, che qui al confine è obbligatoria. «Mi chiamo Adil», ci ha detto in un ottimo inglese. Aggiungendo, subito dopo, di essere uiguro. Una precisazione, questa, più interessante del suo nome. Gli Uiguri, infatti, sono l’etnia originaria dello Xinjiang, dotati di una propria lingua (turcofona) e seguaci dell’islam sunnita. Sulla loro condizione ci sono pareri opposti: Nazioni Unite, organizzazioni internazionali dei diritti umani, associazioni di esiliati uiguri (come il World uyghur congress) e fonti giornalistiche sostengono che la popolazione uigura è perseguitata fin dal 1949 (l’anno di annessione alla Cina comunista), accusa respinta con sdegno dal governo di Pechino. «Lo Xinjiang – scriveva a luglio 2021 l’ufficio di informazioni della Cina (Scio) – è ora una società stabile e ordinata, dove i gruppi etnici locali vivono in reciproca armonia e pace».

Bandiere e propaganda

Finalmente il nostro bus lascia il confine e inizia a scendere in direzione Kashgar percorrendo una superstrada che salta agli occhi per i guardrail di colore azzurrino.

La successiva fermata è a una stazione di polizia per un nuovo, accuratissimo controllo: raccolta dei dati biometrici per i passeggeri e scanner per i bagagli. Non sarà l’ultimo.

Dopo 165 chilometri e ben otto controlli di polizia, quando raggiungiamo l’entrata di Kashgar (o Kashi) – seconda città dello Xinjiang dopo il capoluogo Urumqi -, stanno già calando le ombre della sera, ma il buio è illuminato dal caleidoscopio delle luci urbane. A ogni angolo, davanti a ogni vetrina e ogni porta sventola una bandiera cinese. Come non bastassero le bandiere, quest’anno ricorre il settantesimo anniversario (1955-2025) dell’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang. Quindi, le autorità hanno riempito le strade di cartelloni pubblicitari e striscioni per rammentare a tutti la bontà della loro politica.

A giudicare dal numero di auto (nuove e quasi tutte di fabbricazione cinese) in circolazione, almeno per l’economia, il Partito ha ragione.

Infine, sempre osservando dal finestrino del bus, ci accorgiamo con sorpresa anche di un altro fatto: l’immagine stereotipata di sciami di cinesi in bicicletta non esiste più. Oggi tutti si muovono in motorino (e questo è, necessariamente, elettrico).

Lungo la mitica Karakorum Highway

Per il primo giorno, Adil ha previsto un’escursione al lago Karakul, posto a 3.600 metri d’altezza, lungo la mitica Karakorum highway. Per andarci è però necessario chiedere un permesso in un ufficio della città (Kashi city immigration service center) che troviamo affollato all’inverosimile. Secondo le statistiche governative, nel 2024 lo Xinjiang è stato visitato da 300 milioni di turisti, per la quasi totalità domestici. La cifra è mostruosa, ma plausibile: sinizzare la regione uigura è da sempre un obiettivo di Pechino, ancora più evidente da quando Xi Jinping è a potere (2013). Completata nel 1978, la Karakorum highway è una strada moderna con un Dna antico visto che segue in gran parte la leggendaria Via della seta di cui Kashgar era il fulcro. Costruita dai governi di Pakistan e Cina lungo il sistema montuoso del Karakorum, lunga circa 1.300 chilometri, la via viene considerata la strada asfaltata più alta del mondo.
Al passo del Khunjerab – sul confine tra i due Paesi – essa tocca i 4.693 metri d’altezza.

Nonostante le fermate per gli immancabili checkpoint e una coda infinita di bus, il tragitto è spettacolare perché la strada s’insinua tra montagne innevate (con almeno tre cime oltre i 7.500 metri) e laghi dai colori magnifici. I cinesi l’hanno trasformata per un lungo tratto (fino al lago di Karakul) in un ricco business con centinaia di bus turistici che la percorrono ogni giorno per molti mesi all’anno. Tuttavia, la quasi totalità dei turisti si ferma – per fortuna, viene da dire – sulle sponde del Baisha e del Karakul senza inoltrarsi nelle valli e nelle praterie circostanti.

Sui laghi il panorama è unico. La gente del posto – probabilmente allevatori – si è quindi inventata una nuova occupazione: accompagnare lungo le sponde i turisti a cavalcioni di uno yak bianco o di un cammello. In ogni caso, anche qui tutti sono «osservati»: basta alzare un poco la testa per vedere una sequela di telecamere issate su pali bianchi.

La storia cancellata dalle ruspe

L’anima di Kashgar è la Città vecchia, la cui fondazione risale a oltre duemila anni fa. Oggi occupa una superficie di quasi nove chilometri quadrati, con venti vie e innumerevoli vicoli, rigorosamente vietati alle auto. È un luogo sicuramente suggestivo e piacevole, ma definirlo «vecchio» è una forzatura. Infatti, quasi tutto il quartiere è stato abbattuto (con le ruspe) e ricostruito a partire dal 2009. All’epoca, le autorità cinesi giustificarono la scelta con ragioni di sicurezza: gli edifici sarebbero stati a rischio crollo in caso di terremoto. Dunque, in realtà, la Città vecchia è una nuova Città vecchia. Le case sono più solide, le vie molto più ampie, ma il suo cuore è molto più cinese che uiguro e islamico.

Prima della demolizione, vi abitavano oltre duecentomila uiguri, oggi i residenti sono pochissimi. Il dubbio che il pericolo di terremoto sia stata una buona scusa per far passare una scelta politica di Pechino è fondato. Nella nuova Città vecchia tutto è a misura di turista che può trovarvi ogni tipo di cibo e di merce. E non è tutto.

Già ci eravamo stupiti per il numero e la minuziosità dei controlli alla frontiera, ma non è da meno lo stupore provato alle porte d’ingresso della Città vecchia. Per accedervi occorre passare – sempre e comunque – attraverso scanner e metal detector. È vero che gli addetti non sono quasi mai agenti, ma la sensazione di essere sotto sorveglianza in ogni luogo e momento si percepisce.

L’entrata della moschea di Id Kah (Etigar), a Kashgar. La polizia staziona stabilmente davanti alla moschea. Foto Paolo Moiola.

Un religioso silenzio

La grande maggioranza degli Uiguri è musulmana sunnita. A Kashgar, però, la presenza islamica è silenziosa. La moschea di Id Kah (Etigar) si affaccia sull’omonima piazza, a poche centinaia di metri da una delle entrate della Città vecchia. Costruita con uno stile architettonico molto lineare, di colore giallo tenue, e con due minareti identici ai lati della porta d’ingresso, è considerata la più grande della Cina, anche se a prima vista non sembrerebbe.

Per accedere si paga un biglietto e si passa attraverso l’immancabile body scanner. Al suo interno, a parte la grande sala della preghiera, l’unica cosa degna di nota è il cortile, che ospita molti alberi d’alto fusto. E un cartello che riporta la storia della moschea, ma soprattutto pone l’accento sui fondi pubblici concessi alla struttura, a dimostrazione – si legge – della «politica di libertà religiosa» e della «preservazione delle tradizioni etniche» del governo cinese.

Fuori di Id Kah, un drappello di di poliziotti – due della polizia civile e sei della polizia armata del popolo (la Pap) – gira all’unisono tra una folla variegata di persone.

Dopo aver rinviato per giorni, proviamo a fare qualche domanda d’attualità ad Adil, necessariamente generica per non metterlo in difficoltà. Le sue risposte sono, però, prevedibili e non chiariscono nulla della realtà della regione. La situazione politica – ci spiega – non presenta alcun problema. L’economia funziona molto bene e quasi non ci sono poveri. Su quest’ultimo punto troviamo un riscontro attendibile: in Xinjiang, la povertà (multidimensionale) riguarda il 5,73 per cento della popolazione (2025), che in effetti è un dato basso.

E internet che non consente di aprire i siti stranieri?, azzardiamo ancora. «Abbiamo i nostri – risponde Adil -. Non so perché gli altri non si aprano».

Tutte le persone che entrano nella Città vecchia debbono passare attraverso accessi sorvegliati e dotati di scanner e metal detector. Foto Paolo Moiola.

Gli Uiguri sono al mercato

Se la Città vecchia è stata ricostruita a misura di turista (o, per i critici più severi, di centro commerciale diffuso), se il tratto cinese della Karakorum highway è spesso un lungo serpente di bus carichi di gitanti, il mercato degli animali – aperto ogni domenica in una località a qualche chilometro dalla città – rimane ancora un posto autentico, se non altro perché lo frequentano contadini e allevatori, molti indossando il tipico copricapo uiguro (noto con il nome di «doppi»).

Con un andirivieni di camioncini e motocarri, gli spazi sotto i capannoni si riempiono di pecore, capre, mucche, yak, cavalli, asini e qualche cammello. Venute fin qui per concludere affari, le persone osservano, discutono, contrattano vendite o acquisti.

E sopportano con pazienza (a volte, regalando pure qualche sorriso) anche l’invadenza degli estranei – siano curiosi o turisti – che s’infilano tra pecore e mucche soltanto per il gusto di scattare qualche foto.

L’altro passo

È tempo di rientrare in Kirghizistan. Nel nostro, pur breve, soggiorno in Xinjiang abbiamo certamente lasciato molte impronte digitali, dal momento dell’entrata a quello dell’uscita dalla regione. Anche qui, a Irkeshtam, i controlli sono minuziosi e tecnologici. Rispetto a quello del Torugart (da dove siamo entrati), il passo di Irkeshtam si trova a un’altitudine inferiore, poco meno di tremila metri. Da qui si passa per andare a Osh, la seconda città del Kirghizistan.

La frontiera è semideserta, ma probabilmente è una circostanza temporanea, visto che i cinesi stanno costruendo strade ed edifici. E loro non fanno nulla per caso.

Paolo Moiola

La gigantesca statua di Mao a Kashgar; ai piedi, è riportata la scritta: «Celebriamo calorosamente il 76° anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese» (1° ottobre 1949- 1° ottobre 2025). Foto Paolo Moiola.

Lo Xinjiang (新疆) e l’avanzata degli Han

Cronologia essenziale (1949-2025)

1949, 1° ottobre

In seguito alla vittoria del Partito comunista di Mao Zedong nella guerra civile, viene proclamata la Repubblica popolare cinese (Rpc). In Xinjiang, si concludono le fugaci esperienze della «Repubblica islamica del Turkistan orientale» (Kashgar) e della «Repubblica del Turkistan orientale» (Ghulja).

1953

Al momento del primo censimento, oltre il 75 per cento della popolazione totale della regione è costituita da Uiguri, in maggioranza musulmani sunniti, mentre i cinesi di etnia Han rappresentano solo il 7 per cento.

1955, 1° ottobre

Il governo cinese istituisce la «Regione autonoma uigura dello Xinjiang» (Xinjiang uygur autonomous region, Xuar) e inizia a incoraggiare i cinesi Han a stabilirsi nella regione.

Anni Novanta

Gli Uiguri accusano gli Han di discriminazione ed emarginazione. Cresce, di conseguenza, un sentimento anti Han e separatista.

Il cartellone celebrativo delle autorità cinesi affisso in tutto lo Xinjiang: «Celebriamo il 70° anniversario della fondazione della Regione autonoma uigura dello Xinjiang» (1955-2025). Foto Paolo Moiola.
Anni Duemila

La Cina afferma che il «Movimento islamico del Turkestan orientale» (Eastern turkistan islamic movement, Etim), un movimento separatista islamico, è responsabile delle violenze. Pechino affronta la questione con un mix di repressione e sforzi per stimolare l’economia della regione, anche attraverso maggiori investimenti da parte delle proprie aziende pubbliche.

2009

Pechino lancia un piano milionario – in inglese, «Kashgar dangerous house reform» – per abbattere e ricostruire la città vecchia di Kashgar. La motivazione ufficiale delle autorità cinesi è la pericolosità delle vecchie case. La comunità uigura e quella internazionale ritengono che la vera motivazione del piano sia la cancellazione dell’identità uigura e islamica.

2009, 5 luglio

Avvengono scontri tra Uiguri e cinesi Han a Urumqi, la città principale della regione. La morte di 200 persone induce Pechino a inviare un gran numero di truppe.

2013, 28 ottobre

Cinque uiguri a bordo di una jeep con bandiere jihadiste entrano in piazza Tiananmen a Pechino, uccidendo due civili e ferendo più di quaranta passanti.

2014

In nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo, il governo cinese adotta una serie di politiche e normative repressive che – di fatto – criminalizzano qualsiasi normale espressione di identità culturale e religiosa. Nel gennaio del 2014, viene condannato all’ergastolo con accuse di separatismo Ilham Tothi, economista e professore di etnia uigura.

2018, agosto

In seno al Comitato antidiscriminazione delle Nazioni Unite (Committee on the elimination of racial discrimination, Cerd) si discute sulla situazione delle minoranze etniche in Cina. Si riconoscono i miglioramenti in campo economico, ma si contesta il trattamento riservato alla minoranza uigura e musulmana.

2019, luglio

Ventidue ambasciatori dell’Onu inviano una lettera di protesta per il trattamento degli Uiguri da parte della Cina. In risposta, pochi giorni dopo, altri trentasette ambasciatori (tra cui quelli di Russia e Corea del Nord) scrivono una lettera in difesa di Pechino.

2022, maggio

Per la prima volta in 17 anni, l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu (Office of the high commisioner for human rights, Ohchr), Michelle Bachelet, riesce a visitare la Cina e lo Xinjiang (Kashgar e Urumqi).

2022, 31 agosto

Esce il rapporto dell’Alto commissario per i diritti umani (Ohchr). In esso si afferma che le politiche della Cina nello Xinjiang potrebbero costituire crimini contro l’umanità. La Cina risponde con un controrapporto dal titolo «Combattere contro il terrorismo e l’estremismo nello Xinjiang: la verità e i fatti».

Un locale si gusta uno spiedino di carne nei pressi del mercato degli animali. Foto Paolo Moiola.
2024, gennaio

L’Ufficio informazioni del Consiglio di stato (Scio) di Pechino rende pubblico il quadro giuridico delle misure antiterrorismo del Paese. Uno spazio di rilievo viene dedicato alla situazione nello Xinjiang.

2025, 1°ottobre

Esperti delle Nazioni Unite esprimono seria preoccupazione per la crescente criminalizzazione degli uiguri e di altre minoranze in Cina, citando il caso dell’artista Yashar (Yaxia’er Xiaohelaiti) e dell’antropologa Rahile Dawut, condannata all’ergastolo nel 2023 con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato.

2025, 1° ottobre

Ricorre il 70° anniversario dell’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang uiguro (1955-2025). «In questi 70 anni – scrivono con grande enfasi i media cinesi -, lo Xinjiang ha registrato straordinari cambiamenti».

2025, 9 novembre

Il Congresso uiguro mondiale (Wuc) denuncia la deportazione di una donna uigura, Rizwangul Bekri, dalla Germania alla Cina.

2025, 12 novembre

Approfittando della polemica tra Donald Trump e la Bbc, un editoriale del quotidiano cinese Global Times attacca la televisione pubblica inglese per i suoi servizi sullo Xinjiang. Repressione e lavori forzati – scrive il giornale di Pechino – sono soltanto invenzioni giornalistiche per screditare la Cina.

Pa.Mo.

Cammelli a riposo nei pressi del lago Karakul, lungo la Karakorum highway. Sullo sfondo uno scorcio del ghiacciaio. Foto Paolo Moiola.
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