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Grazie Marco per il tuo dossier sulla Chiesa nell’isola di Celebes (Indonesia), e in particolare sulla diocesi di Manado. Questa è informazione buona e molto utile per il mondo, e in particolare per i lettori di Missioni Consolata. Ho mandato questo dossier a monsignor Rolly Untu. Saluti da Manado, da «la gente che sorride».
padre Polce Pitoy, missionario del Sacro Cuore, Manado, 6/11/2025
La presenza di Marco Bello, della rivista Missioni Consolata, è stata fonte di gioia e cordiale amicizia per me personalmente e per monsignor Fransiskus Nipa, arcivescovo di Makassar. Marco ha svolto un’eccellente attività giornalistica sulla Chiesa cattolica, in particolare sulla nostra comunità nella parte meridionale dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. La sua pubblicazione sulla rivista Missioni Consolata ha mostrato al mondo la ricchezza storica e culturale della nostra società, arricchita dall’atmosfera islamica e, naturalmente, la vita della comunità cattolica come «piccola Chiesa» in questa vasta area pastorale. Apprezzo e amo questo dossier intitolato «Sulawesi Crossing», che racconta la città costiera di Makassar, con la sua cattedrale, luogo sacro e culturale iconico nel cuore di questa dinamica città. E anche l’incredibile cultura della società Toraja nella zona montuosa, la città natale di quasi il 60% dei cattolici dell’arcidiocesi. Grazie di cuore a Marco e a tutti i missionari della Consolata.
don I Made Makus Suma, Makassar, 12/11/2025

Ho conosciuto i Missionari della Consolata nel 1972-1973; ho frequentato alcuni sacerdoti: p. Antonio Lasaponara, p. Vittorio Aquilino, p. Raffaele (Garzia), p. Luigi. La benedizione al mio matrimonio nel 1980 è avvenuta con la celebrazione di padre Antonio. Il 20 Ottobre 2024 ero personalmente presente in piazza San Pietro per la canonizzazione di San Giuseppe Allamano. Negli ultimi mesi ho pregato il nostro comune santo affinché fosse posto rimedio ad una situazione di «umana» e palese ingiustizia.
Il Signore Dio nostro ha ascoltato l’intercessione di San Giuseppe. Per tale motivo rendo grazie.
Spero di essere presto a Torino per rendere personalmente grazie al santo.
Desidero che il mio nome non sia pubblicato.
Lettera firmata
Brindisi, 21/09/2025
La foto, da cui è tratto il particolare del volto di San Giuseppe Allamano qui sopra, ha una sua storia, che comprende anche un accurato lavoro di restauro e colorazione.
Un giovedì di primavera del 1915, come annota il diario del seminario di Torino dei Missionari della Consolata in corso Ferrucci, i chierici vanno in passeggiata a Rivoli, dove sanno che il canonico Allamano li attende. Dopo una conferenza di formazione
e la lettura di diverse lettere di missionari dal Kenya, il fondatore raccomanda loro di tenere frequenti e vivi contatti epistolari con i confratelli in missione. I seminaristi si commuovono.
Finito l’incontro, il chierico Mario Borello, che tiene in mano una macchina fotografica, prega il fondatore di lasciarsi fotografare da solo. Egli cede alla richiesta soltanto davanti alla esplicita promessa del giovane di intensificare subito la corrispondenza con l’Africa. Sapendo della riluttanza che lui aveva nel lasciarsi fotografare da solo, si apprezza ancora di più la sua «paterna concessione» per far crescere lo spirito di famiglia tra i suoi
missionari.

Martedì, 16 febbraio, alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Rev.mo canonico GIUSEPPE ALLAMANO, Fondatore e Superiore Generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino.
La mano, tremante, quasi si ribella a dare il tristissimo annunzio, perché vorremmo ancor persuaderci che non è così; né ci par vero che si siano chiusi per sempre quegli occhi limpidi e sereni che penetravano addentro dei cuori per scoprirne i segreti affanni; e che più non ci sia dato sentir quella voce che tante parole disse di bontà, di consiglio, di conforto e di perdono; e che si siano per sempre irrigidite quelle mani che ognora s’aprivano a beneficare, o s’alzavano a benedire.
Eppure è questa la dura realtà; e nessuna parola noi troviamo che valga ad esprimere il nostro dolore. […] Lutto gravissimo adunque, non solo per il nostro Istituto, né solo per la Diocesi torinese, ma per la Chiesa Cattolica, di cui era e sarà fulgida gemma.
In quest’ora di suprema amarezza, altro conforto non troviamo, né vogliamo trovare, che in pronunziare le parole ch’Egli ripeteva durante il corso della breve malattia e che gli erravano ancora sul labbro moribondo: « Sia fatta la volontà di Dio!»; e ripeterle, com’Egli faceva, con lo sguardo rivolto all’immagine della SS. Consolata, per confidare a Lei tutta la nostra ambascia, per versare nel Suo Cuore materno tutte le nostre lacrime.
E tu, Padre, dal bel Paradiso, di presso al trono della SS. Consolata di cui fosti il Figlio più tenero, a fianco del Beato Cafasso di cui fosti imitatore perfetto nelle virtù, volgi lo sguardo a noi tuoi Figli, che hai lasciato orfani, a tutte le persone che ti volevano bene e, impetrandoci conforto nel dolore, ottienici pure la grazia di poter seguire le tue orme benedette, per consumare la nostra vita, ed ogni istante di essa, come tu facesti, per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

«Sive vivimus, sive morimur, Domini sumus». Sia che viviamo sia che moriamo siamo sempre del Signore. Furono queste le parole che il Can.co Giuseppe Allamano pronunziò quando dovette mettersi a letto. Era il 1° febbraio. Due giorni dopo, sembrandogli d’essersi ri-messo alquanto, volle alzarsi nella speranza di poter celebrare la S. Messa; e a chi dolcemente rimproveravalo per questo sforzo, più di volontà che di reale miglioramento, rispondeva: «Son già due giorni che non celebro…; essi, i dottori, non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa …; faccio la Comunione, è vero, ma la Messa, la S. Messa!» e il suo occhio, reso più vivo da tanta passione eucaristica, si fissava, con la solita espressione di fede e d’amore, sul crocifisso che stava davanti a Lui, sopra lo scrittoio.
Povero Padre! La Messa quel giorno non poté celebrarla, e non la celebrò più; il Maestro Divino era già alla porta e bussava, per invitarlo alla Messa eterna del Paradiso. Ed egli, con lo stesso ardore con cui, durante la sua lunga carriera sacerdotale, aveva offerto ogni giorno all’Eterno Padre il calice del Sacrificio, offriva ora tutto se stesso, in unione alla Vittima Divina. […]
«Prego per voi – diceva [a coloro che], vedendolo assorto nella contemplazione dell’immagine della Consolata, lo interrogavano con filiale confidenza che cosa stesse facendo – prego per tutte voi, per tutti i Missionari… è questa la mia continua occupazione… non posso far altro». Ed ai Superiori dell’Istituto, che gli promettevano, alla lor volta, le preghiere dei Missionari, diceva: «Sì, sì, pregate per me… ; vedete, questo poco di vita che ancor mi resta è per voi… vi ho dato tutto!».
[…] La sua abituale giaculatoria, dopo le invocazioni alla SS. Consolata tutte riboccanti di tenero e filiale affetto, erano le parole di Gesù nel Getzemani: «Mio Dio, sia fatta la tua santa volontà». […]
Era lui a confortare quanti, amici e ammiratori, figli e beneficati, venuti a recargli conforto, erano invece vinti dalla commozione al vedere quella preziosa esistenza spegnersi per sempre, e prorompevano in lagrime attorno al suo letto. Li confortava col suo aspetto calmo e sereno, con la parola piena di spirituale unzione, col cenno della mano additante la patria celeste, col dolce e paterno sorriso, con la sua benedizione. […]
Il lunedì, 15 febbraio, nelle prime ore del pomeriggio, il male precipitò improvvisamente, gettando nella più viva costernazione quanti, da due settimane, venivano trepidando intorno a Lui. […]
L’occhio del Morente pare rianimarsi e la sua mano ha un leggero movimento, in un supremo sforzo per alzarsi e benedire. Certo, in quel momento, davanti al suo occhio dovette passare la visione delle care Missioni, dei diletti figli e figlie eredi del suo apostolico spirito, dei poveri africani […]; ed oh, con quale e quanta effusione di cuore egli dovette, in quell’istante, tutti benedire! Fu così, nella visione delle lontane Missioni, ch’Egli, lentamente, dolcemente spegnevasi […].
Ancora dalle sue labbra, qual soffio lieve lieve, uscì il saluto alla celeste Mamma che gli tendeva le braccia: “Ave Maria!”, ancora abbozzò sul crocifisso un lungo, fervido bacio… e il bacio al suo Signore si prolungò nel gaudio e nella luce eterna.

da «La Consolata», marzo 1926
