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Chaquijyá, dipartimento di Sololá. Tat Tomás Cosijuà Tuiz, guida spirituale kaqchikel, accende, a una a una, piccole e lunghe candele rosse, gialle, bianche e nere – i quattro colori del mais nativo – e le dispone in fila su un braciere. Nella sua casa di terra e paglia a Chaquijyá, un villaggio vicino al turistico lago Atitlán, nel cuore del Guatemala, Tat Tomás osserva in silenzio come le fiamme producono ombre sulle foglie di tabacco appoggiate su un altare insieme alla statua di Maximón, un santo locale, e bottiglie di Cusha, liquore cerimoniale che brucia la gola.
«Secondo il Popol Vuh, il libro sacro dei maya, gli esseri umani sono fatti di mais», racconta con voce calma. «Gli dei usarono il mais bianco per le ossa, rosso per il sangue, giallo per la pelle e nero per i capelli. In cambio gli uomini hanno imparato a coltivare la terra, come atto di ringraziamento».
Il mais, o meglio detto per il suo nome scientifico Zea mays L., è il cereale più simbolico di tutta la Mesoamerica. Con venti varietà geneticamente distinte, è la base della dieta tradizionale del sud del Messico, Guatemala, Honduras, Belize ed El Salvador. Dopo la colonizzazione, il mais è diventato una delle produzioni agricole più estese al mondo, coltivato normalmente in monocolture intensive, con uso di pesticidi ed elevato consumo idrico. Oggi, gran parte del raccolto viene utilizzato per produrre mangimi per animali in allevamento intensivo e per biocarburanti, più che per l’alimentazione umana.
«Non è così che noi coltiviamo il sacro mais», mormora Tat Tomás scuotendo la testa mentre tiene fisso lo sguardo sul suo altare. Nel suo terreno, infatti, il mais cresce secondo il sistema tradizionale della milpa, che in kaqchikel si chiama awän.

In America Centrale normalmente si utilizza il termine milpa come sinonimo di mais, ma, in realtà, si riferisce a un sistema agricolo millenario, le cui prime tracce archeologiche risalgono a novemila anni fa, basato sulla policoltura sinergica di oltre cinquanta specie vegetali. Al centro di questo tipo di coltivazione ci sono le famose «tre sorelle» (las tres hermanas): mais, fagioli e zucche, fonti rispettivamente di carboidrati, proteine e vitamine. Tra i solchi tracciati per la coltivazione del mais, vengono seminati amaranto, chile, erbe medicinali, fiori per impollinatori e alberi come il sambuco, la cui potatura viene lasciata giacere sulla terra affinché diventi un fertilizzante naturale.
Ogni pianta serve alla buona crescita dell’altra. La pianta del fagiolo, e tutte le leguminacee, fissano l’azoto nel suolo, eliminando la necessità di fertilizzanti chimici. Il mais funge da sostegno naturale per i fagioli, senza necessità di bastoni di plastica o legno su cui avvolgersi durante la crescita. Per ultimo, le foglie di zucca trattengono l’umidità nel suolo, riducendo quindi l’evaporazione dell’acqua.
«Si tratta di un sistema agricolo perfetto e in equilibrio. Di fatti non irrighiamo mai la milpa, e così risparmiamo acqua che ultimamente scarseggia a causa delle prolungate siccità dovute al cambiamento climatico», dice Eduardo Wuqu’Aj Saloj, 33 anni, ingegnere agronomo e contadino, seduto nella penombra della casa di Tat Tomás.
Saloj è cofondatore del collettivo Awän, un gruppo di giovani di origine maya kaqchikel che, da alcuni anni, promuovono nella loro comunità il ritorno a questo metodo di coltivazione ancestrale, insieme all’insegnamento delle guide spirituali. «La milpa è l’orto dei nostri antenati – continua -, garantisce autosufficienza alimentare e permette di preservare la biodiversità allo stesso tempo».
Con quattordici zone climatiche e 14mila specie vegetali e animali, il Guatemala è un hotspot di biodiversità riconosciuto in tutto il mondo, ma è anche uno dei Paesi più colpiti dal cambiamento climatico, sebbene sia uno dei territori che produce meno emissioni.
Nel 2024, piogge torrenziali e siccità hanno devastato i raccolti e la produzione è stata dimezzata. Questo ha provocato un aumento del 15% del prezzo del mais e del 43% di quello dei fagioli, rispetto all’anno precedente. In generale, in Guatemala e tutta l’America Centrale il prezzo degli alimenti è simile a quello dei prodotti europei, quindi proibitivo per buona parte della popolazione, che vive in condizione di povertà o con lavori informali.

Nel terreno dietro casa, Ixmukané Saloj, 24 anni, sorella di Eduardo e socia del collettivo Awän, raccoglie bietole tra amaranto e rampicanti di fagiolo.
«Qui coltiviamo unicamente con l’uso di semi nativi della nostra comunità, o delle zone vicine, che sono riusciti ad adattarsi nel tempo a questo suolo e a queste condizioni climatiche – spiega Ixmukané, contadina e studentessa della facoltà di agronomia -. Non usiamo assolutamente semi transgenici, né pesticidi, né insetticidi che seccano il terreno».
Ogni anno, lei ed Eduardo selezionano con cura le spighe più grandi e i frutti più sani da cui successivamente ricavano i semi che vengono conservati per gli anni successivi.
Dal 2018 li custodiscono in un «santuario dei semi», un deposito sotterraneo costruito in cemento con temperatura e umidità controllate.
«I semi sono vivi, per questo motivo vengono conservati in silos di terracotta traspirante a 17 gradi centigradi costanti», spiega Ixmukané.
Da anni il collettivo Awän promuove lo scambio di semi gratuito, cercando quindi di incoraggiare la produzione di alimenti a «chilometro zero» in loco, in modo che i contadini della loro comunità non siano costretti a dipendere dai semi transgenici.
«Ogni gruppo di semi porta il nome della famiglia che li ha raccolti – spiega Eduardo Saloj -. Ci riuniamo periodicamente per scambiare i semi e capire quali si sono adattati meglio alla stagione passata e quindi usarli anche per quella futura», continua.
Le varietà native sono fertili e soprattutto riproducibili, al contrario di quelle ibride o Ogm, che sono sterili e costringono i contadini a comprare i semi di anno in anno.
Per il collettivo Awän poter diffondere gratuitamente i semi nativi è una forma di lotta per garantire l’autonomia alimentare ed economica dei contadini di fronte alle grandi multinazionali che vendono semi geneticamente modificati, insetticidi e pesticidi necessari per massimizzare la loro produttività, ma estremamente dannosi per la flora e la fauna del territorio.
Cecilia Saloj, 38 anni, madre di due figli e impiegata in una piccola libreria di Sololá, ha iniziato a coltivare la milpa da poco. «Risparmio circa 2.400 quetzales all’anno (300 euro) solo in mais – racconta -, che investo nell’istruzione dei miei figli. E mangiano pure meglio, perché è molto più sano far colazione con due uova e tortillas di mais che con le merendine industriali piene di conservanti».

Con la globalizzazione avvenuta negli ultimi quindici anni, anche nei villaggi più remoti del Guatemala è possibile comprare snack industriali. Al posto di frutta e verdura, i negozietti di periferia hanno scaffali pieni di Coca Cola, biscotti e patatine fritte in buste di plastica minuscole, che danno la possibilità anche a chi non possiede una grande disponibilità economica di comprare quattro o cinque patatine, producendo rifiuti che contaminano le strade a causa della mancanza di un sistema efficiente di raccolta. Questi alimenti stanno prendendo il posto della dieta tradizionale, generando un aumento di casi di diabete, obesità e una malnutrizione generalizzata. A questo si aggiungono i messaggi pubblicitari dei grandi marchi, che associano l’immagine di chi beve e consuma alimenti processati con un ideale di successo, svalorizzando di conseguenza l’alimentazione locale, tradizionale e di provenienza rurale.
Le giovani generazioni collegano l’immaginario del lavoro contadino al concetto di povertà sia economica che intellettuale, preferendo una vita urbana e abbandonando il campo. «I ragazzi della mia età preferiscono andare al supermercato – spiega Yessica Julajuj, 23 anni, anche lei del collettivo Awän -. Comprano prodotti più cari, meno freschi e soprattutto meno sani che molto spesso arrivano da monocolture intensive dove vengono usati fertilizzanti chimici. Per noi si tratta di ribaltare questo concetto e far innamorare nuovamente i giovani dell’agricoltura familiare».

Il dibattito sull’uso dei semi nativi è piuttosto controverso in Guatemala. Da una parte, il ministero dell’Agricoltura promuove l’uso di semi migliorati, come strategia per combattere l’insicurezza alimentare, e una iniziativa di legge depositata al Congresso permetterebbe a grandi multinazionali agroalimentari di privatizzare e modificare i semi nativi. Dall’altra, comunità indigene e movimenti contadini difendono la proprietà collettiva dei semi antichi che si tramandano da generazioni e stanno portando al centro del dibattito la discussione per l’approvazione della legge 6.086 sulla biodiversità e i «saperi ancestrali» che punta a promuovere le conoscenze e le pratiche indigene e campesinas, così come la diversità biologica dei suoi territori.
«Coltivare la milpa è un atto politico – afferma Saloj -. Le multinazionali vogliono toglierci quello che è nostro, impoverendo le comunità. Se perdiamo i nostri semi, saremo costretti a comprare sementi Ogm e veleni per coltivarli. Non lo possiamo accettare».
La Fao (l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura) ha riconosciuto l’importanza di chi custodisce e seleziona i semi tradizionali, diffondendo una cultura della diversificazione. A oggi, sebbene esistano oltre 30mila piante commestibili, solo cinque cereali: riso, grano, mais, miglio e sorgo, forniscono il 60% dell’apporto calorico mondiale, mentre le altre piante non vengono né coltivate dalle grandi aziende né consumate dal grande mercato.

Nel santuario dei semi nativi, Eduardo Saloj, insieme a sua sorella Ixmukané, pesa piccole quantità di semi di zucca da distribuire alle famiglie della comunità. Tra queste ci sono Estela Meletz Quisquiná e sua madre, Juana, che da qualche tempo hanno creato un vivaio forestale. Regalano piantine di cipresso, querce e sambuco a chi vuole riforestare aree al limite della desertificazione a causa della monocoltura del mais.
«Anche questi alberi fanno parte della milpa – spiega Estela -. Le loro fronde nutrono gli uccelli e il suolo. La milpa alimenta tutto: esseri umani, animali, terra. Per questo è perfetta».
Dall’altra parte della comunità, Tat Tomás si inginocchia di fronte al suo altare. Guarda la foto della moglie morta da pochi mesi e quella del figlio maggiore, disperso mentre stava migrando verso gli Stati Uniti. La vita non è stata clemente con Tat Tomás. Eppure, sorride.
«La milpa è facile da capire: è la vita che non muore mai», dice, prima di lasciarsi avvolgere dal silenzio, rotto solo da qualche preghiera in kaqchikel, appena udibile.
Simona Carnino
