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Dar es Salaam: tre parole arabe che significano «porto della pace».
Siamo in Tanzania. Ma, a partire dal 29 ottobre 2025, Dar es Salaam, capitale economica del Paese, non è piu il «porto della pace». Idem per le città di Mwanza, Arusha, Mbeya, Iringa, Tonduma, coinvolte in tragici eventi con circa 700 morti ammazzati nel giro di 48 ore.
Che cosa sta capitando in Tanzania, decantata oasi di tranquillità dell’Africa? Prima di rispondere a tale domanda, occorre fare dei passi indietro.
Julius Nyerere merita apprezzamento. Con Léopold Senghor del Senegal, Nyerere fu l’unico presidente dell’Africa ad avere liberamente rinunciato al potere. Leader indiscusso fin dall’indi-
pendenza del Tanganyika nel 1961, nel 1985 Nyerere abbandonò la presidenza della repubblica del Tanzania. Nel 1995 si dimise pure dalla carica di presidente del partito di maggioranza Chama cha Mapinduzi (Partito della Rivoluzione), che dettava la politica del Paese.
Nyerere si ritirò senza essersi arricchito. Evento più unico che raro in Africa. Nel contempo Nyerere non fu scevro da scelte infauste: «nodi cruciali», che a suo tempo destarono malumori e resistenze. Ignorarli sarebbe offendere lo stesso «mwalimu» (maestro) del Tanzania, amante della verità.
Un nodo cruciale furono le leggi sulla detenzione preventiva dei sospettati di agire contro lo Stato.
Discutibile fu poi l’allontanamento dal Tanzania del politico Oscar Kambona e di altri personaggi, rei di opinioni contrarie al Presidente.
Ancora: Nyerere peccò di spirito antidemocratico quando adottò «il sistema del partito unico». Il presidente spiegò: il partito unico è una scelta obbligata, perché il Paese non è politicamente preparato al pluripartitismo; con più partiti, la nazione cadrebbe nel marasma degli altri Stati africani, divenendo facile preda di demagoghi abili nel cavalcare malumori tribali o religiosi.
Poi, il 30 ottobre 1978 Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda, invase il Tanzania. Tra i due Paesi fu guerra. L’esercito tanzaniano non solo cacciò l’invasore, ma occupò persino la capitale ugandese Kampala.
Fu l’episodio più sconcertante del mwalimu. Molti Paesi africani lo accusarono di violare i principi dell’Organizzazione dell’unità africana. Lui replicò: nella guerra contro l’Uganda ha prevalso «la ragione di Stato» e la consapevolezza che con l’imprevedibile e sanguinario Amin era impossibile ragionare.
Il Tanzania uscì vittorioso dal conflitto, ma affamato e stremato, senza riserve monetarie. Il Paese non poteva concedersi il lusso di una guerra.

I presidenti successori di Nyerere furono: Ali Hassan Mwinyi (1985-1995), Benjamin Mkapa (1995-2005) e Jakaya Kikwete (2005-2015). Dopo Kikwete, fu la volta di John Magufuli, che morì nel 2021 probabilmente di Covid-19. Seguendo la Costituzione, il defunto presidente venne rimpiazzato dalla vicepresidente, Suluhu Samia Hassan.
C’è un denominatore comune fra questi cinque presidenti: ed è la «dittatura».
In Tanzania vige il pluripartitismo, ma è solo una parvenza di democrazia, giacché il Chama cha Mapinduzi detiene sempre in Parlamento la maggioranza assoluta: è il megafono del presidente di turno, un rullo compressore contro i partiti di opposizione, spesso irrilevanti perché divisi.
La Costituzione fa del presidente un «deus ex machina», quasi insindacabile. Dittatore, appunto. Esiste poi uno stretto connubio fra polizia e Presidenza della repubblica. Di qui il quesito cruciale: chi comanda in Tanzania? Il Parlamento o la polizia?
Durante il secondo mandato del presidente Kikwete vi fu un lodevole tentativo di riformare la Costituzione, grazie all’apporto di alcuni movimenti democratici, anche cattolici. Ma le loro proposte furono insabbiate. Un buco nell’acqua.

Il 5 ottobre 2022 il quotidiano britannico The Guardian denunciò il governo del Tanzania per volere sradicare circa 100mila Masai dal loro habitat ancestrale di Ngorongoro e dintorni. Il Governo replicò: «No, noi li vogliamo proteggere meglio».
La verità, invece, è un’altra: creare una riserva di caccia di lusso per i turisti (cfr. MC notizie 6 ottobre 2025). Alla faccia del rispetto dei diritti umani. Il contenzioso tra Masai e potere politico è ancora aperto.
Perplessità destava, inoltre, la voce che circolava in Tanzania nel 2023: il Governo intende affidare la gestione dell’importante porto di Dar es Salaam a un paese arabo. Per il cittadino comune il progetto era uno schiaffo, un sentirsi tacciato di incapacità. I vescovi cattolici se ne fecero carico con una lettera aperta, chiedendo al governo di sottoporre alla volontà del popolo il problema dello scalo di Dar es Salaam.
Il sottoscritto lesse il documento dei vescovi, intitolato Vox populi vox Dei, nella parrocchia Ubungo Msewe di Dar es Salaam, che fu salutato da scroscianti applausi.
Il risultato? Zero. Il 22 ottobre 2024 quattro moli del porto suddetto furono affidati alla gestione degli Emirati arabi uniti.
Però il fenomeno più inquietante è un altro. Da circa due anni in Tanzania, durante la presidenza di Hassan, scompaiono persone. Scompaiono per non comparire più. Sono desaparecidos come quelli dell’Argentina del 1976-1983.
Nella prima metà di ottobre del 2025 Yuda Tadei Ruwa’ichi, arcivescovo di Dar es Salaam, stigmatizzò il dramma esigendo spiegazioni dall’autorità nazionale. No comment.

Arriviamo al 29 ottobre 2025. In Tanzania sono in corso le elezioni presidenziali. La riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan è scontata, anche perché alla tornata elettorale non partecipa il maggiore partito di opposizione Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo), che ritiene inutile votare se prima non si cambia la Costituzione che garantisce poteri enormi al presidente eletto.
Assente forzato dalle elezioni è lo stesso presidente del Chadema, Tundu Lissu, imprigionato con l’accusa di tradimento. Lissu, l’8 settembre 2017, sfuggì miracolosamente a un attentato, restando gravemente ferito da 16 colpi di arma da fuoco.
In vista delle elezioni politiche, l’esecutivo ha dispiegato pesanti e costosi strumenti repressivi, per scardinare i restanti esponenti dell’opposizione. Tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.
La mattina del 29 ottobre 2025 tanti seggi elettorali sono quasi deserti. Fra i non votanti, primeggiano i giovani, disamorati della presente politica. Giovani che, nel pomeriggio, iniziano a radunarsi per le strade di Dar es Salaam, per manifestare il loro dissenso verso il regime.
Oltre a denunciare l’inutilità di un’elezione il cui risultato è deciso da tempo, i manifestanti sfogano la loro rabbia contro il sistema politico, bruciando veicoli, scardinando distributori di carburante, devastando stazioni di polizia. Le forze dell’ordine reagiscono con gas lacrimogeni e blocchi stradali. Scende in campo pure l’esercito, rafforzando la repressione.
E si spara. Corre voce che alcuni soldati tanzaniani rifiutino di sparare contro i propri concittadini. Intervengono allora mercenari dell’Uganda e del Rwanda.
La sera del 29 ottobre viene proclamato il coprifuoco. Ma i manifestanti lo ignorano, sfidando polizia ed esercito. La protesta si estende a macchia d’olio anche in altre città, non solo a Dar es Salaam. È uno «tsunami» di rivolte. Sulle strade giacciono circa 700 cadaveri.
Nel frattempo la situazione diventa ancora più caotica. Già prima del voto, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto controllo.
Gli aeroporti sono chiusi: non si parte né si arriva, specialmente a Dar es Salaam.
Sabato, primo novembre 2025, vengono notificati i risultati ufficiali delle elezionia: Suluhu Samia Hassan stravince con un plebiscito «bulgaro», pari a quasi il 98 per cento. Però i votanti sono stati circa 30 milioni, in un Paese che conta oltre 70 milioni di persone. È evidente che hanno votato solo gli aderenti al Chama cha Mapinduzi.
Evviva la Presidente! Oggi ha vinto.
Il domani del Tanzania è già iniziato il 3 novembre 2025, con il prezzo della benzina schizzato da tremila scellini il litro a diecimila, mentre il valore dello scellino è collassato: uno scellino vale 0,00035 euro (18/11/2025).
L’aumento del carburante è il volano per l’aumento immediato di tutto. Così il costo dei generi alimentari è triplicato dal mattino alla sera. Ma guai a criticare il Governo. Il potere ti vede e ti sente. La gente vive nel terrore.
E se i parenti dei 700 morti ammazzati decidessero di vendicare i loro congiunti?
«Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza, ed ecco il terrore» (Geremia 14, 19).
Il Tanzania ha perso la verginità. Nulla sarà più come prima. I bagni di sangue sono là in attesa di… «Quod Deus avertat!», che Dio ce ne scampi.
Francesco Bernardi
