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Il mercato del carbonio

Introdotto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi (2015), il meccanismo dei crediti di carbonio è ingegnoso, ma consente molti imbrogli. Anche per l’assenza di controlli da parte degli Stati. 

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca a assorbirne. Un paio di numeri illustrano bene la situazione.

Secondo l’organizzazione Global carbon project, nel 2024 l’umanità ha prodotto 41 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ma gli oceani e il sistema vegetale sono stati capaci di assorbirne solo il 50-60%. Pertanto, un’altra ventina di miliardi di tonnellate sono salite in atmosfera, accrescendo ulteriormente la concentrazione di anidride carbonica che oggi si calcola in 430 parti per milione.

Come termine di paragone, nel 1700, prima della Rivoluzione industriale, la sua concentrazione è stata stimata in 280 parti per milione. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con inevitabili ripercussioni sul clima. I climatologi ci dicono che, oggi, la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850.  

Ricerche condotte da Our world in data dicono che Stati Uniti e Unione europea sono i maggiori responsabili delle emissioni accumulate fra il 1750 e il 2017: i primi avendo contribuito per il 25%, la seconda per il 22%. Quanto all’Africa, il suo contributo è stimato nell’ordine del 2-3%. La responsabilità non è, quindi, identica per tutti.

Lontani da Parigi

I primi richiami alla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica risalgono al 1972 da parte della Conferenza scientifica delle Nazioni Unite riunita a Stoccolma. Ma solo nel 2015, 43 anni dopo, i governi di tutto il mondo hanno accettato di accordarsi su un piano per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 2 gradi centigradi, meglio ancora 1,5 gradi, rispetto all’epoca preindustriale.

Si tratta dell’Accordo di Parigi che, tuttavia, traccia solo delle direttrici di marcia che gli Stati devono (dovrebbero) trasformare in impegni concreti tramite incontri annuali noti come Cop, acronimo inglese per Conferenza delle parti (Conference of the parties).

L’ultima (fallimentare) Cop, la numero 30, si è tenuta a novembre a Belém, in Brasile (articolo a pag. 63), senza la partecipazione degli Stati Uniti che – per decisione di Trump – hanno abbandonato l’Accordo di Parigi. Un abbandono che rischia di fare naufragare definitivamente un’intesa già traballante perché – al di là delle parole – governi ed imprese non sembrano realmente intenzionate a fare ciò che serve per fermare i cambiamenti climatici.

Tecnologia e politica

Il punto è molto semplice. Dal momento che i cambiamenti climatici sono la conseguenza di un utilizzo eccessivo di combustibili fossili, l’unico modo per fermare il processo è ridurre il consumo di petrolio, carbone e metano.

Un obiettivo che si raggiunge agendo contemporaneamente su due fronti: quello tecnologico, per ottenere energia da fonti non fossili, e quello politico, per ridurre il livello dei consumi. Ma il sistema economico fa difficoltà ad accettare sia l’uno che l’altro: il primo per ragioni di costi, il secondo per ragioni di impostazione.

Due difficoltà che si colgono bene analizzando alcuni dei settori più inquinanti: acciaio, cemento, abbigliamento, allevamenti, trasporti.

Per ridurre le emissioni da parte dell’industria dell’acciaio e del cemento servirebbero altre tecnologie, che però non vengono introdotte perché molto costose. La vicenda dell’acciaieria di Taranto ne è una triste conferma: benché siano noti i suoi danni (non solo ambientali, ma anche sanitari), il rinnovamento non avviene perché costa tanto e le due sole opzioni in campo sembrano essere quella della chiusura o del tenersi l’industria inquinante.

Per ridurre le emissioni provenienti da abbigliamento, allevamenti e trasporti, la soluzione più semplice è quella di ridurre i consumi. Potremmo vivere benissimo senza fast fashion, senza carne a tutti i pasti, senza automobile, ma il sistema non può accettare una simile prospettiva perché la sua sopravvivenza si basa sulla crescita. L’obiettivo del capitalismo è garantire profitto alle imprese, possibile solo se c’è certezza di vendite. Così il consumo, e di conseguenza la produzione, sono i due snodi centrali. Ma poiché l’inclinazione al consumo non fa parte della nostra natura umana, il sistema si è organizzato in tutti i modi possibili per spingerci a consumare oltre misura.

Le vie sono quelle della pubblicità, della moda, dell’introduzione di nuovi prodotti che generano nuovi bisogni. Tipico il caso dei telefonini. Questo continuo lavaggio del cervello ha fatto breccia in tutti noi e perfino i sindacati si oppongono alla prospettiva della sobrietà in nome del lavoro. Un ragionamento che conosciamo fin troppo bene: per vivere ci serve un salario, quindi un lavoro, ma il lavoro lo danno le imprese solo se vendono ciò che producono. Dunque, dobbiamo consumare sempre di più, anche se questo comporta conseguenze negative per molti: per il pianeta a causa dell’inquinamento, per le nostre vite a causa di un eccesso di cose, per le relazioni umane e sociali a causa della mancanza di tempo, per le generazioni che verranno perché erediteranno un pianeta tossico ed esaurito.

Per uscire da questa trappola, le alternative ci sarebbero, ma le nostre «gabbie mentali» ci impediscono anche solo di prenderle in considerazione.

Foto Tyler Casey – Unsplash.

I palliativi del sistema

Non volendo intraprendere le strade che servirebbero per toglierci dai guai, il sistema si sta inventando un sacco di palliativi, come quello inserito all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi secondo il quale uno Stato o un’impresa può dimostrare di avere ridotto le proprie emissioni di anidride carbonica non perché le abbia ridotte davvero, ma perché ha finanziato una buona pratica attuata in un altro paese.

Un po’ come un’impresa di armi che, pur continuando a produrre bombe, pretende di essere considerata nonviolenta perché finanzia la Croce Rossa.

Immaginando che la questione ambientale possa essere ridotta a un bilancio economico, nella colonna dei debiti scriveremmo le quantità di anidride carbonica emesse, nella colonna dei crediti scriveremmo le quantità di anidride carbonica eliminate tramite iniziative positive.

L’Articolo 6 dell’accordo di Parigi permette agli Stati di iscrivere nella colonna dei crediti anche le tonnellate di anidride carbonica che i loro finanziamenti contribuiscono ad abbattere in un paese straniero, di solito scelto tra i più poveri. È in virtù di questa trovata che, nell’Accordo di Parigi, il trasferimento delle riduzioni di anidride carbonica da un’entità all’altra è indicato come «meccanismo dei crediti di carbonio».

Cosa prevede l’articolo 6

L’articolo 6 non definisce quali progetti possono rientrare nei crediti di carbonio, ma – per consuetudine – comprendono le iniziative di riforestazione o di tutela delle foreste, gli investi-

menti nell’ambito delle energie rinnovabili, qualsiasi altra iniziativa tesa a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

L’articolo 6 impone, però, una serie di regole per impedire la degenerazione dello strumento. Fra esse, l’obbligo di trasparenza, il divieto di doppio conteggio, la creazione di organismi internazionali addetti al controllo.

Purtroppo, gli Stati ci hanno messo nove anni per accordarsi su tutti i dettagli, e solo nel 2025 il meccanismo è entrato ufficialmente in funzione con tanto di regole e organismi di governo. Un’attesa che è durata nove anni per gli Stati, ma non per le imprese che, nel frattempo, hanno deciso di agire da sole ravvisando in quel meccanismo un ottimo strumento per farsi passare (a buon mercato) come «verdi».

Le imprese più inquinanti possono, infatti, continuare a emettere grandi quantità di anidride carbonica, comunicando di averle ridotte in virtù dei crediti acquistati. Così, a partire dal 2016, si è assistito all’esplosione del mercato volontario dei crediti di carbonio che, fino ad allora, aveva funzionato in maniera embrionale.

Dal 2005 al 2024, attraverso questo canale, i crediti commercializzati sono passati da 13 a 84 milioni di tonnellate con un coinvolgimento particolare delle imprese petrolifere, automobilistiche, informatiche. Nel 2024 il più grande acquirente di crediti di carbonio è stato Shell che si rifornisce da progetti agricoli e forestali avviati in varie parti del mondo fra cui Australia, Filippine, Senegal. Altri grandi acquirenti sono Microsoft, Eni, PetroChina, Volkswagen, per un giro d’affari che nel 2024 è stato calcolato in 535 milioni di dollari.

La preservazione delle foreste non è l’unica via individuata per liberare il pianeta dall’anidride carbonica. Ci sono anche progetti che puntano a ridurre le quantità emesse. Nel qual caso sono poste in vendita le negaCO2, ossia le tonnellate di anidride carbonica non prodotte.

Esempi che vanno in questa direzione sono gli impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, o progetti che promuovono stufe per cucinare a basse emissioni. I gestori di tali progetti calcolano le tonnellate di anidride carbonica risparmiate rispetto agli impianti tradizionali e le cedono a chi ha bisogno di alleggerire il proprio carico di CO2 in cambio di denaro per le spese di impianto o di gestione. Ad esempio, Acqua minerale San Benedetto compensa le sue emissioni acquistando crediti generati in vari paesi del mondo, non solo da progetti di riforestazione, ma anche da impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, come una centrale idroelettrica del Pamir, in Tajikistan.

Elaborazione da un grafico di earth.org

L’imbroglio è certificato

In apparenza sembra tutto lineare, ma uno dei problemi di questo circuito è che non esistono controlli pubblici: l’intero sistema è affidato a società private di certificazione che rilasciano certificati sulla validità dei progetti e sulle tonnellate di anidride carbonica eliminate secondo i loro criteri. Per di più la certificazione è pagata dai proprietari dei progetti che hanno tutto l’interesse a ricevere attestati che gonfiano il servizio reso al pianeta in modo da avere più crediti di carbonio da mettere in vendita. Del resto, le stesse società di certificazione hanno una partecipazione sui crediti commercializzati.

In conclusione, numerose indagini, non solo giornalistiche, ma anche universitarie, hanno evidenziato vari casi di conti che non tornano. Tanto da avere indotto alcune società certificanti ad adottare misure correttive. Ad esempio, nel settembre 2025, Verra, una società di certificazione statunitense, fra le più grandi del mondo, è stata costretta ad ammettere di avere validato la vendita di 15 milioni di crediti inesistenti vantati da un progetto di riforestazione nello Zimbabwe gestito dalla società Carbon green investments. Fra i clienti invischiati nella frode compaiono anche Volkwagen, Nestlé, Total che ora dovranno valutare come correggere i propri bilanci di sostenibilità.

Truffe a parte, vari esperti ritengono che i crediti di carbonio possano svolgere un ruolo positivo, ma solo se provengono da progetti che riducono realmente l’anidride carbonica presente in atmosfera senza produrre alcun tipo di danno collaterale né di tipo ambientale, né sociale.

Sulla questione giungono molti allarmi, soprattutto dall’Africa dove è stata da poco istituita l’Africa carbon market initiative per promuovere la vendita dei crediti di carbonio ottenuti nel continente. Un’impresa molto attiva nella vendita dei crediti di carbonio è Green resources di proprietà del fondo African forestry impact platform (Afip), a sua volta partecipato da varie multinazionali, fra cui le giapponesi Mitsui e Nomura.

Green Resources si presenta come la più grande impresa africana di sviluppo forestale e trasformazione di legname. In effetti, gestisce all’incirca 38mila ettari di piantagioni legnose in Mozambico, Tanzania e Uganda. Per la maggior parte si tratta, però, di monoculture di pino ed eucalipto, che pongono al tempo stesso problemi di ordine ambientale e sociale. Quello di carattere ambientale è che le monoculture distruggono la biodiversità e hanno bisogno di molti trattamenti chimici. Quello di ordine sociale è che mettono in moto un processo di land grabbing, ossia di sottrazione di terre a spese delle comunità locali.

L’umanità deve trovare i modi per arrestare i cambiamenti climatici, ma non è certo con l’abuso e con l’inganno che potrà riuscirci.

Francesco Gesualdi

 
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