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Ci sono due punti di vista prevalenti nel descrivere i risultati della Cop30, la 30° Conferenza sul clima che si è conclusa il 22 novembre scorso a Belém, in Brasile, e nessuno di questi vede il bicchiere mezzo pieno. Si tratta di decidere se è mezzo vuoto o vuoto del tutto.
L’assenza degli Usa, il secondo emettitore di gas serra del pianeta, ha condannato la Cop già in partenza a raggiungere risultati limitati. Per questo, l’accordo finale, per quanto annacquato, ha indotto il segretario esecutivo della Convenzione quadro dell’Onu per il clima (Unfccc nell’acronimo inglese), Simon Stiell, ad affermare nel suo discorso conclusivo che la Cop è «alive and kicking», viva e vegeta@. In una situazione mondiale piena di fratture, infatti, non era scontato che si arrivasse a un accordo. Anzi, per alcuni, la semplice «tenuta» del meccanismo è stato già un successo.
D’altro canto, però, se si pensa alle aspettative generate dalla dichiarata intenzione del Brasile, Paese ospitante, di realizzare una Cop delle azioni concrete, e alla speranza che emergesse una nuova leadership mondiale a ridare forza ai negoziati climatici – e, per questa via, al multilateralismo nel suo complesso – allora è fin troppo facile dire che la cooperazione sul clima sarà anche viva, ma di certo non vegeta.
O per metterla giù dura, come ha fatto il presidente della Colombia Gustavo Petro@: «Non accetto che nella dichiarazione della Cop30 non si dica con chiarezza, come dice la scienza, che la causa della crisi climatica sono i combustibili fossili usati dal capitale. Se non si dice questo, tutto il resto è ipocrisia».
Perché nel testo dell’accordo finale manca, fra le tante cose, anche questo: l’indicazione inequivocabile dei combustibili fossili come responsabili della crisi climatica.
Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile, lo aveva detto alle Nazioni Unite a settembre 2025: ora basta negoziare, è il momento di fare. In realtà, le Cop sono sempre luogo di negoziati: quello che intendeva Lula era che le negoziazioni dovevano concentrarsi sulle azioni per mettere in atto gli accordi, non sui loro contenuti.
Facciamo un passo indietro (e semplifichiamo molto): l’accordo di Parigi, raggiunto nel 2015 durante la Cop21, è il punto di riferimento normativo che il mondo si è dato per reagire alla crisi climatica. Il suo primo pilastro è la mitigazione, cioè le azioni da compiere per attenuare i cambiamenti climatici. Il secondo è l’adattamento, cioè quello che va fatto per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Il terzo riguarda la finanza, cioè gli strumenti economici per realizzare i primi due. L’articolo 9 del trattato, infatti, assegna ai Paesi sviluppati un ruolo chiave nel fornire le risorse finanziarie ai Paesi in via di sviluppo.
Nei dieci anni seguiti all’accordo di Parigi, il lavoro delle Cop è stato tradurre questi pilastri in impegni precisi, messi nero su bianco. Alcune Cop sono state del tutto inefficaci, altre hanno invece fissato degli impegni, per quanto limitati e migliorabili. È il caso della Cop27 a Sharm el-Sheikh, Egitto, che ha stabilito di istituire un «fondo perdite e danni» con cui compensare i Paesi più poveri e vulnerabili per le conseguenze dei disastri climatici. È anche il caso della Cop28 a Dubai, Emirati arabi uniti, che ha sancito l’impegno della comunità internazionale ad allontanarsi progressivamente (transition away, nel testo originale) dai combustibili fossili. Quanto alla Cop29 di Baku, Azerbaijan, dell’anno scorso, il risultato concreto, per quanto insoddisfacente, era stato l’impegno a destinare ai Paesi in via di sviluppo aiuti crescenti fino a raggiungere i 300 miliardi l’anno entro il 2035, a fronte però di una loro richiesta che era oltre quattro volte più grande.

Con tutti questi pezzi dell’accordo di Parigi già tradotti in impegni, il lavoro della Cop30 doveva essere quindi quello di mettere in piedi gli strumenti operativi per rispettarli, fra questi: una tabella di marcia (roadmap) per abbandonare i combustibili fossili; un obiettivo globale sull’adattamento definito e misurabile – il «gemello», lo definisce l’associazione Italian climate network (Icn)@, dell’obiettivo sulla mitigazione, che è 1,5°C di riscaldamento massimo -; e un incremento dei fondi per la finanza climatica.
Il risultato è stato il cosiddetto Pacchetto politico di Belém@, di cui la parte forse più simbolica è il Mutirão globale, documento finale dell’accordo che prende il nome da un termine della lingua indigena Tupi-Guarani che significa sforzo collettivo, lavoro comunitario, volontario. Un concetto simile a quello della minga colombiana e anche all’harambee keniano. In esso l’approccio volontario l’elemento distintivo – e per molti deludente – di questa Cop: la tabella di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili nell’accordo non c’è, viene affidata all’iniziativa volontaria portata avanti, fuori dal quadro Onu, da un gruppo di 24 Stati guidati da Colombia e Paesi Bassi che si incontrerà ad aprile nella città portuale colombiana di Santa Marta@ per lavorare a una giusta transizione fuori dal fossile.
L’obiettivo globale sull’adattamento è finalmente definito – fissare gli indicatori, cioè i valori di riferimento per misurarlo, è stato un lavoro lungo e complicato – spiegava il giornalista Ferdinando Cotugno nei suoi dispacci giornalieri da Belém per il quotidiano Domani@ -, ma nell’accordo si legge che è «volontario, non prescrittivo, non punitivo, agevolante, di natura globale, rispettoso della sovranità e delle circostanze nazionali e gestito dai Paesi».
Sulla finanza climatica, poi, il Pacchetto di Belém prevede di triplicare le risorse, ma lo fa più che altro attraverso delle esortazioni, e sposta la data per farlo dal 2030 al 2035. Qualche avanzamento, osserva@ Icn, si registra sulla giusta transizione, che mostra maggiore sensibilità verso i temi di giustizia sociale, diritti umani, dignità del lavoro. Ma le fonti fossili non sono mai menzionate nel testo, e questo è, senza dubbio, un arretramento. Anche per chi non è esperto di linguaggio giuridico, è evidente il depotenziamento di un dispositivo normativo che, almeno negli intenti del Brasile, era dato per assodato e doveva «solo» essere messo in pratica.
La scomparsa dei combustibili fossili dal testo dell’accordo è una vittoria degli stati produttori di petrolio. Come osservava@ l’inviata del Guardian a Belém, Fiona Harvey, in oltre 30 anni di conferenze sul clima, solo l’accordo della Cop28 del 2023 a Dubai – il cosiddetto United arab emirates consensus – li aveva menzionati, e i delegati del gruppo di 22 Paesi arabi, della Russia e di alcuni altri stati, «erano determinati a impedire che questo si ripetesse».
Dopo una lunga e tesa trattativa, l’Arabia saudita e i suoi alleati hanno accettato solo il riferimento, nel testo finale, al Consensus del 2023.
Questa riscossa dei Paesi produttori di petrolio è stata possibile, spiegano diversi osservatori, per una concomitanza di altri fattori, a cominciare dallo sfilarsi della Cina dal ruolo di possibile guida nella lotta ai cambiamenti climatici. «Alla Cop, la Cina offre borse con i panda, ma nessun nuovo impegno», titolava l’articolo@ di Lisa Friedman e Somini Sengupta sul New York Times il 21 novembre scorso, riferendosi alla massiccia auto promozione che la superpotenza asiatica ha messo in piedi nel proprio padiglione espositivo, offrendo gadget, incontri con esperti di energia e mostre celebrative dei traguardi cinesi nell’energia pulita. La Cina è ormai leader mondiale nella produzione di elettricità da fonti rinnovabili, ma non ha fra i suoi piani (e interessi) quello di riempire il vuoto lasciato dagli Usa.
A rafforzare la posizione degli Stati produttori di petrolio sono state anche le divisioni all’interno dell’Unione europea: mentre il negoziatore Ue, Wopke Hoekstra, tentava di puntellare le posizioni più ambiziose della maggioranza degli Stati membri, alcune nazioni – Polonia, Ungheria e Italia – hanno assunto posizioni che Icn definisce «di retroguardia»@, e, al G20 in corso in Sudafrica negli stessi giorni della Cop, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiarava@ che l’Ue «non sta combattendo i combustibili fossili, sta combattendo le emissioni che derivano dai combustibili fossili», indebolendo, secondo il giornale online Politico, la posizione europea a Belém@.
A completare lo scenario, la gestione del negoziato da parte del Brasile, che nella puntata del 25 novembre@ del suo podcast Areale, Ferdinando Cotugno ha definito populista e opaca, per aver creato grandi aspettative con un’agenda ambiziosa senza però avere davvero un piano efficace per farla approvare.

La prossima Cop sarà in Turchia, ma sotto la presidenza australiana: una soluzione irrituale che ha messo fine allo stallo nelle trattative per la prossima sede della Conferenza delle parti.
A detta di molti osservatori, la scelta della Turchia ha almeno due limiti: il primo è quello di togliere visibilità agli stati del Pacifico, come le Isole Marshall, Tuvalu e Kiribati, per i quali il cambiamento climatico è già oggi una minaccia alla loro stessa esistenza. Inoltre, dopo tre anni di Cop in Paesi autoritari, la società civile alla Cop30 aveva potuto di nuovo riappropriarsi dello spazio pubblico con manifestazioni e proteste, con i popoli indigeni in un ruolo di primo piano: in Turchia, questo ruolo della società civile rischia di nuovo di essere molto limitato.
In ogni caso, al di là di questi aspetti, le domande rimangono tante, a partire da quella che mette in discussione l’efficacia stessa delle Cop, che riflettono il mondo in cui si svolgono e che, per questo, funzionano meno di quanto si speri in anni di conflitti e lacerazioni, lasciando spazi crescenti ai lobbisti del fossile e dell’agrobusiness.
Da questa Cop emerge anche un tentativo di costruire forum alternativi – come la Conferenza di aprile in Colombia – dove provare a tradurre in azioni quello che in sede Onu non riesce ad andare oltre la dichiarazione d’intenti.
Ma forse uno spunto di riflessione viene dal paragrafo 10 del Mutirão, nel quale si «riconosce che la transizione globale verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo resiliente al clima è irreversibile e rappresenta la tendenza del futuro».
Che la transizione sia ormai nelle cose – perché conviene, perché c’è già una fiorente economia collegata ad essa, perché la sensibilità ormai si è radicata, perché una delle due superpotenze, la Cina, traina il mondo in quella direzione – è opinione diffusa. Ma forse non è sempre chiaro a tutti che il ruolo del multilateralismo, della cooperazione sul clima, e quindi delle Cop, da anni non è più solo quello di promuovere la transizione: è anche realizzarla rendendola «giusta ordinata ed equa».
Chiara Giovetti
