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Domenica 30 novembre l’Honduras è andata alle urne per eleggere il nuovo Presidente del paese centroamericano, che con 60% della popolazione in condizione di povertà, è il più povero di tutta l’area mesoamericana.
A oggi il risultato elettorale non è ancora ufficiale, nonostante oltre il 90% delle schede scrutinate. Il conteggio è stato rallentato da problemi tecnici nel sistema di trasmissione dei dati del conteggio, difficoltà logistiche nel trasporto delle urne dalle aree più rurali e il sospetto di brogli.
A fronteggiarsi in un testa a testa, ancora troppo incerto per dichiarare un vincitore, ci sono Nasry Asfura, del Partito Nacional di destra, apertamente sostenuto dagli Stati Uniti, che conduce con il 40,52% dei voti, e il candidato del Partito Liberal, Salvador Nasralla con il 39,20%. Nei primi giorni dopo le elezioni il favorito è stato proprio Nasralla che di fatto si era proclamato vincitore in alcune uscite pubbliche. Tuttavia il cambio inaspettato degli ultimi giorni di scrutinio, ha accorciato le distanze tra la casa presidenziale e Asfura, al suo secondo tentativo dopo la disfatta contro Castro nel 2021.
Al terzo posto, con un timido 19%, c’è la candidata filogovernativa Rixi Moncada, del partito Libertad y refundación (Libre), con un programma che intende proseguire la linea della collega di partito e Presidente uscente Xiomara Castro.
La disfatta del partito di sinistra honduregno
L’unico partito di sinistra del Paese ha perso parte del proprio sostegno proprio durante il mandato della prima donna alla guida dello Stato, accusata di non aver rispettato molte delle sue promesse elettorali. Le sono stati rivolti sospetti di nepotismo e corruzione, nonostante fosse stata lei stessa a proporre la creazione della Commissione internazionale contro la corruzione in Honduras (Cicih), guidata dalle Nazioni Unite, che però si è trovata presto in difficoltà operative. Anche sul fronte dei diritti umani il bilancio è stato deludente, e Human rights watch ha riportato un aumento degli attacchi letali contro i difensori dell’ambiente.
La delusione per il mandato di Xiomara ha quindi alimentato una crescente sfiducia nel partito di sinistra, spianando il campo, di fatto, ai due storici partiti di centro e destra incarnati da Nasralla, che in realtà ha militato in diversi partiti tra cui quello di Castro, e dal conservatore Asfura.
Per legge, il Comitato nazionale elettorale ha fino a 30 giorni di tempo per comunicare i risultati ufficiali e verificare qualsiasi irregolarità del sistema. Tra gli osservatori della regolarità delle elezioni ci sono gli Stati Uniti, che hanno dichiarato la regolarità del processo elettorale. Tuttavia, l’aperto supporto ad Asfura solleva dubbi sull’imparzialità dell’osservazione esterna del paese nordamericano.
Lo zampino di Trump
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha più volte manifestato la sua opposizione al partito di Castro, fondato dal marito ed ex presidente Manuel Zelaya. La candidata alla presidenza Rixi Moncada ha denunciato interferenze del tycoon nelle elezioni, che sui social ha dichiarato di smettere di sostenere economicamente il Paese in caso di vittoria della candidata di sinistra o di Nasralla, mostrando invece un aperto appoggio ad Asfura.
A questo si aggiunge l’annuncio dell’indulto a Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno colluso con il narcotraffico ed ex leader del Partito nacional.
L’indulto a Juan Orlando Hernández
Hernández è tra le figure più invise al popolo honduregno. Condannato a 45 anni di carcere da un tribunale statunitense, era stato estradato nel 2022, portato a processo e poi incarcerato. Lunedì primo dicembre però è ritornato in libertà perché, secondo Trump, sarebbe stato «trattato troppo duramente» dalla giustizia degli Stati Uniti.
Una decisione che risuona come uno schiaffo all’Honduras, che ora rischia di vedere rientrare in patria Hernández, un soggetto in parte rimosso dall’opinione pubblica locale perché considerato uno dei capitoli più bui della storia politica del Paese. L’ex presidente era stato condannato da un tribunale di New York per aver favorito il traffico di tonnellate di cocaina e armi verso gli Stati Uniti. Durante il processo venne dimostrato che Hernández governava il Paese come un vero narcostato, garantendo protezione ai trafficanti, in cambio di mazzette da milioni di dollari, e impiegando la polizia nazionale per scortare i carichi di droga.
La scelta di liberarlo è stata letta come una forma di sostegno al Partito nacional, di cui Asfura fa parte. Tuttavia, anche negli Stati Uniti la decisione è stata accolta con freddezza, in particolare dalla Dea, l’agenzia federale antidroga. Secondo fonti ufficiali, un funzionario dell’agenzia avrebbe commentato il fatto come «una pazzia».
L’indulto a un ex presidente condannato per narcotraffico stride con il proposito dichiarato di Trump di combattere il crimine organizzato, missione che invece cerca di portare avanti con aggressività contro Nicolás Maduro e il Venezuela, nonostante non sia mai stata provata una collusione diretta del Presidente venezuelano con il traffico di droga.
Due pesi e due misure che restituiscono l’immagine di una «lotta al narcotraffico» negli Stati Uniti sempre più ideologica e poco improntata, invece, alla reale riduzione del potere dei cartelli.
Simona Carnino