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Quando si sente il nome Tolstoj, il pensiero va subito ai suoi grandi romanzi – Guerra e pace, Anna Karenina -, e alle immagini delle numerose trasposizioni cinematografiche e tele- visive.
Eppure, Lev Tolstoj (1828-1910) non è soltanto il grande scrittore russo che abbiamo letto e studiato, ma anche – o, forse, soprattutto – un grande pensatore sociale e politico, oltre che un attivista, fondatore della nonviolenza politica, o quanto meno un suo precursore.
Esiste una data di svolta nella sua vita, il 1878, quando avvenne quella che lui stesso chiamò la conversione al messaggio di Cristo. La sua attività di romanziere si svolse prevalentemente prima di quella data. Successivamente, uscirono: La sonata a Kreutzer (1889), Resurrezione (1899), in cui traspone la sua nuova filosofia, e poco altro. Abbiamo invece molti scritti che tendono ad esporre e spiegare le sue idee riguardo la religione, la società, la politica.
Citiamo i tre principali: La confessione (1882), La mia fede (1884), Il regno di Dio è in voi (1893). Oltre a una miriade di articoli, lettere, appelli, tra cui vale la pena citare Lettera ad un indù del 1908, cui seguirà un carteggio con il Mahatma Gandhi.

Dagli anni Ottanta alla sua morte, avvenuta nel 1910, l’attività prevalente di Tolstoj fu quella di attivista politico.
La sua «conversione» consistette nello scoprire l’essenza del messaggio cristiano nelle beatitudini del discorso della montagna (Mt 5,3-12).
Egli maturò la convinzione che la coerenza con il messaggio evangelico comporta l’astensione dalla violenza, sotto qualsiasi forma, anche a livello politico-istituzionale; il comandamento del «non uccidere» vale sempre e senza eccezioni. Pertanto, per lo scrittore russo, le Chiese, tutte, a cominciare dalla sua Chiesa ortodossa, tradiscono il messaggio cristiano, consentendo di benedire eserciti, tribunali e imperatori. Gli eserciti andrebbero aboliti e dovere di ogni cristiano è rifiutarsi di farne parte.
Sempre in coerenza con il discorso della montagna, egli ritiene che il modo per combattere Stati, eserciti, e sfruttatori, sia quello che definisce di «non resistenza al male per mezzo del male», o «resistenza passiva».
Tolstoj ha una concezione politico religiosa sostanzialmente anarchica, perché vede nello Stato l’esercizio della violenza, ritiene che la rivoluzione debba consistere in una conversione per tornare a quello che lui chiama lo spirito originario del cristianesimo.
Sul piano sociale, Tolstoj condanna la proprietà privata e predica la comunanza dei beni, avvicinandosi ai movimenti rivoluzionari russi a lui contemporanei.

Dopo il 1884 si dedica sempre più a seguire i movimenti popolari: difesa di minoranze (vecchi credenti, gruppi di eretici sparsi in tutta la Russia e oltre, ed emarginati o perseguitati, obiettori di coscienza, pacifisti). Si occupa di movimenti alternativi in tutto il mondo, cerca di entrare in contatto con essi, mentre la sua fama si diffonde e sono molti i rivoluzionari, pacifisti, «cercatori di verità» a entrare in contatto con lui.
In sostanza si può dire che con Tolstoj, la «resistenza passiva» (all’epoca, il termine «nonviolenza» non veniva ancora usato) diventa un metodo di lotta contro l’oppressore da opporre alla rivolta armata e all’assassinio politico del tiranno, a quei tempi abbastanza in voga.
La sua rivoluzione è basata sulla presa di coscienza che ciascuno ha la responsabilità delle proprie azioni, anche quando queste vengono ordinate da un’autorità legittima; che occorre una società senza oppressi né oppressori, e che questa va costruita dal basso e «praticata» da subito.
Il giovane Gandhi, alle prese in Sudafrica con la lotta contro il razzismo e per i diritti degli immigrati indiani, legge gli scritti di Tolstoj, e ne trae ispirazione per il suo metodo di lotta politica e con lui intrattiene un breve ma intenso carteggio.

Il libro di Bruna Bianchi si occupa soprattutto del Tolstoj pacifista, del suo pensiero e della sua attività a favore dell’obiezione di coscienza.
Il primo capitolo si apre illustrando il contesto storico politico dell’epoca: dopo la guerra franco prussiana del 1870-71, tutti gli Stati ritengono di dover essere pronti in qualsiasi momento alla guerra: di qui l’adozione di un esercito permanente, organizzato, numeroso, ben armato e lo sviluppo di un’industria militare potente.
La coscrizione obbligatoria si estende a tutti gli Stati europei, con periodi sempre più lunghi di leva militare.
Tolstoj ritiene che uno dei mali principali della sua epoca fosse proprio l’obbligo del servizio militare; alla sua opposizione dedica buona parte della sua attività. Il suo è un richiamo alla coscienza: la coscienza morale contro il dovere di ubbidire agli Stati che vengono visti come strumenti per l’esercizio della violenza. La sua concezione è una sorta di anarchismo social cristiano.

Nei capitoli successivi ci si sofferma sulla concezione sociale di Tolstoj: la sua opposizione alla proprietà della terra, la sua adesione a una forma di comunismo di ispirazione religiosa, anche se rimase molto distante dal marxismo.
L’ultimo capitolo è dedicato all’influenza che le idee tolstojane hanno avuto dopo la sua morte. Nacquero in Europa e in America movimenti e gruppi che fecero dell’obiezione di coscienza il proprio scopo e che trovarono nelle idee tolstojane un punto di riferimento.
Quello di Bruna Bianchi può sembrare un libro storico, un’analisi su un periodo ormai lontano. In realtà, quella storia, fatta di grandi piani di riarmo e di preparazione alla guerra è tornata di stretta attualità.
Anche il vecchio Tolstoj può aiutarci a fare le scelte giuste. Il suo richiamo a una religione e a una spiritualità che dia forza e linfa alla resistenza nonviolenta e rifugga dal virus del nazionalismo è pienamente valido e attuale.
Paolo Candelari
di Centro Studi Sereno Regis
