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Quando si legge il Vangelo di Natale, c’è una frase che sempre colpisce: «Non c’era posto per loro nell’alloggio» (Lc 2,7). L’alloggio, spesso e volentieri tradotto albergo, era la «stanza degli ospiti» della casa, come quella nella quale poi Gesù, molti anni dopo, si sarebbe riunito con i suoi per l’ultima cena.
Certo, in quei giorni a Betlemme, la stanza degli ospiti della famiglia di Giuseppe era sicuramente strapiena, visto che il censimento aveva fatto arrivare i parenti da ogni dove e con tutti quegli uomini, donne e bambini accalcati insieme, non era davvero il posto più adatto per far
nascere un bambino. La stalla, con la sua quiete e il suo calore, offriva, invece, un ambiente più accogliente, intimo e discreto.
Il fatto, però, che l’evangelista faccia notare che «non c’era posto» per quella coppia in attesa, significa che non è solo un’informazione logistica, ma che vuole sottolineare proprio la mancata accoglienza da parte dei «suoi», la gente di Betlemme, la città di Davide, colui che aveva ricevuto la promessa del Messia. I «suoi» avrebbero dovuto essere i primi a gioire per la venuta di quel bambino. Invece i primi sono stati i «pastori», gli esclusi, quelli accampati fuori sotto la provvisorietà di una tenda.
Se nascesse oggi, quel bimbo troverebbe un luogo che lo accoglie? Ci sarebbe posto per lui e la sua famiglia? O farebbe la fine di tanti bambini centrati dalle bombe negli ospedali, nelle loro case, nelle scuole, nelle strade? O finirebbe in fondo al mare come tanti piccoli non ancora nati o appena nati da genitori stipati su barconi che attraversano, pieni di speranza, il mare?
Nascesse oggi, i suoi genitori non riuscirebbero neppure a entrare a Betlemme, circondata com’è da un grande muro. La sua gente è chiusa dentro: non si entra e non si esce.
Ma quello non è l’unico muro di oggi. Sembra passata un’eternità dal quel 9 novembre 1989 nel quale il mondo fece festa per la caduta del muro di Berlino, che era segno di divisione, di sfiducia, di mentalità di guerra. Doveva essere la festa per un mondo nuovo, un mondo di pace.
Invece, da allora, di muri ne sono stati costruiti in tutti i continenti, con la scusa di difendere «la patria», l’identità, la sicurezza del proprio Paese contro l’invasione di chi viene per sfruttare le nostre risorse, per sovvertire il nostro modo di vivere, per prendere possesso del nostro mondo, per sostituire la nostra cultura.
Muri fisici, barriere burocratiche o dazi esorbitanti, non importa. Quel che conta è tener fuori o buttar fuori tutti quelli che sembrano pericolosi per nostra sicurezza e il nostro benessere.
In questi tempi abbiamo perfezionato anche un’altra specialità: quella di distruggere le case e le città rendendole mucchi di macerie, costringendo chi vi abita a fuggire o a sopravvivere rintanandosi sottoterra. Chi va sottoterra diventa un invisibile, ma chi fugge, dove va? Da chi è accolto? E mentre per produrre bombe, missili e droni – tutti strumenti di morte – i soldi si trovano, per costruire tutto quello che promuove pace e giustizia, le uniche cose che davvero migliorano la vita di tutti, le risorse non ci sono.
Mi viene poi un’altra domanda guardando al nostro mondo, alla nostra Italia, dove l’invecchiamento aumenta, le coppie si sposano sempre più tardi, la natalità diminuisce giorno dopo giorno. Dovesse essere mandato oggi l’angelo, troverebbe ancora una giovane coppia disposta ad accogliere una nuova vita? E non perché le ragazze o i ragazzi di oggi non siano capaci di amare, anzi. Ma perché la nostra società cerca di uccidere in loro la speranza, offusca il loro futuro e concentra tutto nel qui e ora, nel piacere dell’immediato, nell’io invece che nel noi, nella delega ai poteri forti e agli ultra ricchi, all’Ia e ai social che danno l’illusione di essere inseriti nel mondo, ma in realtà chiudono in stanze sia virtuali che reali.
Eppure, anche solo il porsi queste domande, è un segno di speranza. Vuol dire continuare a resistere, a sognare e lottare per un mondo diverso, un mondo di pace e di fraternità, di giustizia ed equità, un mondo in cui ciascuno e tutti sono cittadini con uguali diritti e doveri, soggetti della propria storia, custodi responsabili e gioiosi del creato. La speranza generata dall’accogliere quel bambino indifeso, Gesù, che è testimone dell’immensa fiducia di Dio nell’uomo, diventa allora la forza che anima l’impegno per un mondo di vera pace.
Certo, come singoli, non abbiamo i mezzi e la forza di compiere gesti eclatanti o risolutivi, ma anche solo l’offrire una accogliente «mangiatoia» a chi bussa alla nostra porta, è un piccolo gesto di amore che come una piccola luce rompe il buio della notte.
Gigi Anataloni
direttore responsabile


