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Ebbene sì, la conferma è arrivata lo scorso 27 ottobre. Paul Biya, 92 anni, è stato rieletto presidente del Camerun, per il suo ottavo mandato. Da 43 anni ininterrottamente al potere, Biya è oggi il secondo presidente più longevo dell’Africa, dopo Teodoro Obiang Nguema, al potere in Guinea Equatoriale dal 1979.
Ma le elezioni, avvenute il 12 ottobre, non sono andate così lisce come la macchina organizzativa avrebbe voluto.
Il risultato, vede Biya con il 53,66% delle preferenze, e Issa Tchiroma Bakary, già ministro del «grande vecchio», al secondo posto con 35,15%. Il primo, candidato del partito Raggruppamento democratico del popolo camerunese (Rdpc), il secondo con il Fronte per la salvezza nazionale del Cemerun (Fsnc). Il tasso di partecipazione complessivo è stato del 57,76% degli aventi diritto.

La rivolta delle piazze
Mentre la gran parte dei candidati sconfitti hanno riconosciuto la vittoria del «neo» presidente, Tchiroma – come viene comunemente chiamato – ha accusato la macchina elettorale di frodi, dicendo di avere le prove (copie di verbali di scrutinio), e si è autoproclamato vincitore. Non solo, ha esortato i suoi sostenitori a scendere in piazza «pacificamente». E così è stato. Però già domenica 26, a Douala, la capitale economica, le manifestazioni sono degenerate in scontri con la polizia. Ci sono stati quattro morti e decine di feriti. Anche a Garoua, città di Tchiroma, e in altre città del Nord (Maroua, Kondengui) si sono verificate manifestazioni e disordini. Come pure in alcuni quartieri della capitale Youndé.
In effetti, Issa Tchiroma Bakary, essendo stato a lungo nel sistema, conosce bene come vengono realizzate le frodi elettorali nel Paese centro africano.
Un fatto insolito da registrare è che alla proclamazione dei risultati da parte del Consiglio costituzionale, non erano presenti i rappresentanti di Unione europea, Usa, Francia, Canada e Gran Bretagna.
L’economia frena
Anche l’economia è rallentata, a causa dei tafferugli e dei problemi di sicurezza (tra l’altro, alcune stazioni di benzina sono state incendiate). Gli autotrasportatori si sono fermati, così carburante e beni di prima necessità iniziano a scarseggiare. Gli imprenditori delle piccole e medie imprese manifestano una certa preoccupazione.
Il 28 ottobre, Issa Tchiroma Bakari, in una nuova dichiarazione pubblica ha detto: «Questa volta non ci fermeremo. Abbiamo già vinto. Nessuna proclamazione falsificata potrà toglierci la legittimità delle urne. Noi chiediamo, senza ritardo, di fermare tutti gli atti di barbarie: le uccisioni, gli arresti arbitrari e le intimidazioni. Mettere il Paese a ferro e fuoco per restare attaccati al potere non è solo un errore morale, è un crimine contro il popolo e contro l’umanità. […] Continueremo a restare mobilitati e a resistere fino alla vittoria finale».
L’arcivescovo di Garoua, monsignor Faustin Ambassa Njodo, preoccupato delle violenze, chiede che si fermino i disordini. Mentre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, con un messaggio su X ha pure chiesto il ritorno alla calma e l’apertura di un’inchiesta sulle violenze.
Intanto, i Paesi della comunità internazionale restano in attesa senza sbilanciarsi, per vedere cosa succederà.
Marco Bello