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Lo scorso 15 agosto, le autorità della Guinea-Bissau hanno sospeso tre testate giornalistiche portoghesi accreditate nel Paese – Radio e Televisão de Portugal (che comprende Rtp rádio e Rdp television) e Agência Lusa – e ai loro 11 corrispondenti sono stati dati quattro giorni di tempo per lasciare Bissau.
Immediatamente dopo la sospensione, i direttori delle tre testate hanno pubblicato una dichiarazione congiunta a condanna di «una misura discriminatoria e selettiva che costituisce un attacco deliberato alla libertà di espressione». Hanno però anche sottolineato come la decisione sia parte di uno sforzo più ampio del governo «di silenziare i giornalisti». Negli ultimi anni, infatti – soprattutto dopo l’arrivo al potere dell’attuale presidente Umaro Sissoco Embaló nel 2020 – si è assistito a crescenti pressioni e violenze nei confronti degli operatori del mondo dell’informazione.
Clima di repressione
Il Primo ministro guineano Braima Camará ha giustificato la sospensione dicendo che le tre testate «devono capire che la Guinea-Bissau è uno Stato sovrano». Ma il problema è che, per le autorità, rivendicare la sovranità del Paese vuol dire ostruire – se non impedire – il lavoro dei giornalisti e ostacolare il più possibile la circolazione libera e trasparente di notizie.D’altra parte, anche l’Indice sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere (Rsf, organizzazione per la difesa della libertà di stampa nel mondo) fotografa un clima di crescente repressione: in un anno, la Guinea-Bissau ha perso 18 posizioni, crollando dal 92° al 110° posto globale.
Intimidazioni, aggressioni e violenze nei confronti di giornalisti e opinionisti contrari al governo sono sempre più frequenti. A febbraio 2022, ad esempio, uomini armati hanno sparato nella sede di Capital Fm a Bissau. Poche ore prima, la radio indipendente aveva ospitato Rui Landim, analista politico critico nei confronti dell’esecutivo. Anche Landim stesso poi ha pagato il prezzo delle sue parole, venendo aggredito in casa dalla polizia. Pochi mesi dopo, una sorte simile ha colpito anche Marcelino Intupé, avvocato e commentatore politico per Rádio Bombolom, anche lui colpevole di aver criticato il governo.
A dicembre 2023, invece, uomini armati hanno attaccato la sede di Tgb, l’unica rete televisiva del Paese, per impedire la messa in onda di un servizio sulla dissoluzione del Parlamento (ordinata il 4 dicembre da Embaló, sostenendo di aver sventato un tentato colpo di stato). Pochi giorni dopo, c’è stato un avvicendamento alla guida dell’emittente, passata così sotto il controllo dell’esecutivo.
Con l’approssimarsi delle elezioni – previste inizialmente per dicembre 2024 – e il ritorno nel Paese di diversi esponenti dell’opposizione, il tentativo del governo di controllare la stampa è diventato ancora più marcato. Nel giro di pochi giorni, ai giornalisti è stato impedito di coprire il rientro in Guinea-Bissau di Braima Camará (attuale Primo ministro e all’epoca oppositore) e Domingos Simões Pereira (leader dello storico Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde).
Censura elettorale
Il clima di repressione si è poi acuito a fine 2024, quando Embaló ha annunciato la decisione di posticipare le elezioni. Citando l’instabilità politica, diverse difficoltà logistiche e il dibattito sui limiti al mandato presidenziale, il presidente ha rimandato il voto di un anno, nonostante le proteste di opposizione e società civile.
Le presidenziali sono previste per il 23 novembre 2025 e Embaló ha annunciato la ricandidatura. Al contempo, la libertà di stampa – cruciale in momenti come le campagne elettorali per diffondere informazioni corrette e trasparenti e costruire consapevolezza nei cittadini – si sta riducendo sempre di più.
Secondo Sadibou Marong, direttore di Rsf Africa, infatti, non è un caso che la decisione di espellere le testate portoghesi sia giunta tre mesi prima del voto. È piuttosto un «indicatore chiaro del fatto che le autorità intendono restringere e influenzare la copertura mediatica delle elezioni. Ciò lancia un segnale preoccupante a tutti i professionisti dell’informazione che potrebbero essere spinti all’autocensura, minando così la qualità della copertura del voto».
Anche dall’opposizione si sono alzate voci critiche. L’ex Primo ministro Baciro Dja ha accusato il governo di voler creare un ambiente poco trasparente, nel quale manipolare con tutta calma il risultato elettorale. Pereira (la cui coalizione è stata esclusa dalle legislative, programmate anch’esse per il 23 novembre) ha invece detto che la pressione sulla stampa mostra che ormai «il Paese è pericolosamente vicino alla dittatura».
Ma per un’élite politica corrotta – la Guinea-Bissau è 158° su 180 Paesi nell’Indice sulla percezione della trasparenza – e che si regge su reti clientelari, limitare la libertà di informazione è fondamentale per mantenere un saldo controllo sulle strutture politiche.
Aurora Guainazzi