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Seul, distretto di Jongno-gu. A Insa-dong, il quartiere dell’arte, una costruzione di mattoni rossi attira la nostra attenzione perché sembra una chiesa, ma di una chiesa non presenta i simboli. Le porte sono spalancate su uno spazioso auditorio che termina in un’abside molto sobria.
Trafelato, ci raggiunge un uomo che, gentilissimo, ci dà il benvenuto e ci offre il suo biglietto da visita: Yoontaek Jung, responsabile della parrocchia di Seul, si legge sul lato in lingua inglese.
Sul biglietto è presente lo stesso simbolo (a prima vista piuttosto enigmatico) che campeggia sulla parete circolare dell’abside: un emblema a forma di cerchio composto da un punto centrale rosso, circondato da due parentesi dello stesso colore. «Benvenuti nel tempio del chondogyo, la religione della via celeste» (del cielo, del cosmo), esordisce il pastore, che poi precisa: «Il cosmo a cui ci riferiamo è quello spirituale, che è infinito e non ha né un principio né una fine». E con riferimento al simbolo (chiamato kungulzang), aggiunge: «Il punto centrale rappresenta il cuore originale dell’uomo, le due parentesi simboleggiano il corpo, mentre il cerchio esterno è lo spirito». Una descrizione che offre una prima importante indicazione: in apparente contrasto con il nome «la via del cielo», questa non è una religione trascendente, ma immanente.
A differenza del cristianesimo e del buddhismo, le due fedi più diffuse nel Paese, il ceondoismo (chondogyo) è un culto nato in Corea. Una peculiarità importante, ma non l’unica.
Fondato nel 1860 da Choe Je-u (detto Su-un), il primo Grande maestro, inizialmente esso fu soprattutto un movimento di protesta sociale conosciuto come donghak.
Il donghak – termine traducibile come «insegnamento orientale» – fu una sollevazione contadina contro i privilegi della classe dominante dell’epoca (la casta degli yangban, i funzionari confucianidel regno), ma anche contro le influenze del sohak, l’«insegnamento occidentale» (compreso il cristianesimo). Per questo è considerato un movimento nazionalista. Nel 1864, il leader Choe Je-un fu arrestato e subito decapitato dalle autorità reali.
Nel 1894 le richieste di riforme sociali sfociarono in vera e propria rivolta. Il re Gojong (della dinastia Joseon) chiese aiuto alla Cina, il che, però, causò l’intervento del Giappone, che percepiva la presenza di truppe cinesi nella penisola come una minaccia. Quest’ultimo finì con il prevalere segnando l’inizio di una lunga dominazione nipponica sulla Corea.
Nel 1898, la stessa sorte di Choe Je-un toccò a Choe Si-hyeong, il secondo leader. Nel 1905, Son Byeong-heui, il terzo leader, cambiò il nome del movimento da donghak a chondogyo, ponendo maggiore attenzione sugli aspetti spirituali (anche per non irritare gli odiati occupanti giapponesi).

Nel chondogyo, Hanulnim è «il Signore del cielo». Questi non vive in mondi trascendenti ma esiste nel cuore e nella mente di ogni persona perché «ogni essere umano è Dio» (innaecheon).
Se le persone sono come il cielo, allora tutte le persone sono fondamentalmente eguali.
«Quando si nasce, si ha il cuore di Dio. Nella vita si dimentica e si perde questo dono. Le pratiche del chondogyo consistono nel recuperare il proprio cuore originale: riconoscere l’esistenza di Dio in sé stessi e iniziare a vivere secondo la sua virtù».
Essendo nato nella seconda metà dell’Ottocento, il ceondoismo non poteva che essere una religione sincretica avendo assorbito elementi da confucianesimo, taoismo, buddhismo e anche cristianesimo.
«Nel buddhismo è estremamente difficile raggiungere l’illuminazione spirituale. Nel chondogyo è semplice se si seguono i tre principi del rispetto: rispettare Dio, ovvero il mio cuore originale, rispettare ogni persona come Dio e rispettare ogni cosa come Dio».
«In comune con il cristianesimo abbiamo l’esistenza di Dio nell’universo. La differenza è che il cristianesimo crede che solo Gesù Cristo abbia la divinità. Mentre il chondogyo crede che Dio esista in ogni persona. Quindi, rispettiamo ogni persona come Dio».
Volendo semplificare, potremmo dire che, a differenza di altre religioni, per il chondogyo il paradiso non è qualcosa di ultraterreno, ma una realtà di questo mondo, costruita risvegliando le persone e spingendole a coltivare il proprio cuore.

Oggi il ceondoismo è una religione di nicchia contando soltanto 200-300mila fedeli.
Al pastore Yoontaek Jung chiediamo come si spiega un numero così esiguo. «Le attività storiche del chondogyo – racconta – includono non soltanto la rivoluzione contadina del donghak, ma anche vari movimenti per la liberazione dalla dominazione giapponese. Tutto questo ha portato alla nascita della repubblica di Corea e ha influenzato lo sviluppo della democrazia fino alla recente “rivoluzione delle candele” (nata nel 2017 da un movimento di preghiera e di resistenza nonviolenta, ndr). In questo percorso storico per la giustizia, il chondogyo ha dovuto sacrificare migliaia di vite e la quasi totalità delle risorse materiali. Per questo, oggi, non ci sono molte persone nella nostra Chiesa. Tuttavia, sono certo che – conclude con visibile orgoglio il pastore – la situazione è temporanea».
Se quest’ultima è soltanto una speranza, è invece una certezza che il ceondoismo, fin dalla sua nascita, ha influenzato il corso della storia coreana, soprattutto con le proprie istanze sociali e il suo afflato nazionalista.
Così, anche per darci più elementi di comprensione, prima di lasciare il tempio ceondoista di Seul, il pastore Yoontaek Jung ci regala la guida ufficiale della Chiesa: «Chondogyo, la religione del cosmo che sbocciò in Corea». Con una confessione finale: «Nel chondogyo non esiste un ruolo sacro, perché ogni credente è rispettato come Dio. Io sono soltanto un responsabile amministrativo (non spirituale) della parrocchia di Seul. Tuttavia, penso che sia difficile trovare una parola adeguata per descrivere il mio ruolo. Quindi, se volete, continuate a chiamarmi pastore o sacerdote».
Paolo Moiola

Andong, villaggio Hahoe. Il villaggio dista meno di trenta chilometri dalla città. Da quando è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco, sono arrivati tanti turisti ma, in compenso, è rimasto immune da auto, strade asfaltate, costruzioni moderne.
Fondato nel 1400 da membri della famiglia Ryu, Hahoe significa «circondato dal fiume», perché è stato costruito tra le anse del Nakdong. La sua principale caratteristica è di essere formato da sole case hanok, le tradizionali abitazioni coreane, una parte di esse ancora con il tetto in paglia. Le pareti delle case, i muretti di cinta, la pavimentazione delle stradine, tutto ha tonalità terrose: una sorta di rosso argilla che esalta il verde dei giardini. Nonostante la presenza di turisti, il luogo è tranquillo e silenzioso. Oggi, Hahoe ospita circa 230 residenti, sempre appartenenti alla famiglia Ryu, la stessa che – oltre seicento anni fa – fondò il villaggio.
Defilata rispetto alle vie centrali, s’intravede una chiesetta con un tetto dalla forma curva, tipico dell’architettura coreana tradizionale. Ad alcuni metri di distanza s’innalza un piccolo campanile sormontato da una croce, dall’aspetto simile a una ciminiera eppure bello nella sua semplicità. Accanto al cancello in legno, su una grossa pietra è riportata una scritta: Chiesa presbiteriana di Hahoe.
Un altro cartello spiega che è stata fondata il 20 ottobre del 1921. Sorta in una comunità profondamente confuciana come quella di Hahoe, all’inizio della propria storia, la piccola chiesa presbiteriana sopravvisse per merito delle donne, che vi scorsero una via di fuga dal rigido sistema patriarcale vigente.
Proprio mentre ci aggiriamo curiosi attorno alla chiesetta, notiamo un uomo elegantemente vestito – indossa pantaloni scuri, camicia candida, cravatta – che, in una mano, stringe un grosso volume. «Sì, sono il pastore», ci dice con un sorriso. Son Sung-mun – questo il suo nome – opera ad Hahoe dal 2017. Racconta di avere una moglie e due figli, un maschio e una femmina che frequentano un college lontano da qui.
Poi ci spiega il significato della campana esposta all’entrata. «Durante il periodo coloniale giapponese, Ryu-Si Jeung, il primo anziano della chiesa, la seppellì sottoterra per nasconderla dalle mire dei soldati d’occupazione. La conserviamo come testimonianza di fede e di speranza».
Paolo Moiola
Alla Corea del Sud è stato dedicato il dossier pubblicato sul numero di agosto-settembre e sul sito di MC.