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Il 2023 e 2024 sono stati anni d’oro per le banche di tutta Europa, Italia compresa. La Banca d’Italia informa che, nel 2023, i profitti lordi del sistema bancario italiano si sono attestati a 45,4 miliardi di euro, il 40% in più rispetto a quelli ottenuti nel 2022. Nel 2024 sono saliti addirittura a 51,5 miliardi di euro.
La spinta è venuta dall’aumento dei tassi di interesse decretato dalla Banca centrale europea (Bce) come mossa contro l’inflazione. L’operazione, partita nel luglio 2022, ha raggiunto il suo apice nel dicembre 2023 quando il tasso di interesse è stato portato al 4,5%. Una vera mannaia, per famiglie e imprese indebitate, ma un regalo insperato per il sistema bancario, che in Italia ha visto un’impennata degli introiti da interessi del 36% nel 2023. Tanto più che le banche avevano pensato bene di alzare gli interessi applicati sui prestiti, ma di lasciare invariati, ossia prossimi allo zero, quelli applicati sui depositi.
Nel giugno 2024, considerata vinta la lotta contro l’inflazione, la Bce ha deciso di cominciare ad allentare la morsa sui tassi di interesse intervenendo con ripetuti ribassi, fino al 2% del giugno 2025. Con viva preoccupazione del sistema bancario che ha visto svanire la sua gallina dalle uova d’oro. Per questo, vari protagonisti hanno cominciato a darsi da fare per continuare a raccogliere gli stessi profitti, ma da fonti diverse. Con ottimi risultati: a giugno 2025, le prime cinque banche italiane hanno dichiarato il 13,5% di utili in più rispetto a giugno 2024. Utili distribuiti agli azionisti.
Al giorno d’oggi, le banche sono qualcosa di più dei vecchi intermediari che raccoglievano risparmio per passarlo a chi era in cerca di prestiti.
Le banche moderne sono macchine finanziarie che usano canali molto più ampi per fare soldi attraverso i soldi. Lo dimostra tutto quel flusso di introiti che va sotto il nome di commissioni, cioè soldi incassati per i servizi più vari: la gestione dei conti corrente, i pagamenti tramite carta elettronica, la compravendita di titoli, le assicurazioni sulle esportazioni e molto altro. Voci di entrata che, nel 2023-2024, hanno rappresentato un terzo degli introiti bancari, che però erano attorno al 40% negli anni precedenti, quando i tassi di interesse erano bassi. Questo spiega perché molte banche hanno intrecci proprietari con il mondo assicurativo mentre anche le più piccole si sono dotate di «società di gestione del risparmio» (Sgr) per la creazione di fondi comuni di investimento. E con il crescere delle famiglie facoltose, molte banche si stanno anche organizzando per offrire servizi di così detto wealth management e private banking, forme di amministrazione personalizzata di grandi patrimoni, generalmente superiori ai 500mila euro, con l’obiettivo di farli fruttare in vario modo. Esempi di banche con questo genere di servizio sono Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Sella, Banca Generali e varie altre.
Una banca particolarmente attrezzata per attirare clienti desiderosi di guadagnare attraverso investimenti in titoli di proprietà (azioni), prestiti ad aziende (obbligazioni) e varie altre diavolerie finanziarie, è la Banca popolare di Milano (Bpm) che, recentemente, ha acquisito l’intera proprietà di Anima, uno dei principali gruppi finanziari italiani, gestore di fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni, per un patrimonio complessivo valutato in 190 miliardi di euro.
Non a caso Bpm è stata presa subito di mira da Unicredit, il secondo colosso bancario italiano, che nel novembre 2024 ha dichiarato di voler lanciare un’operazione d’acquisto per inglobare Bpm nel proprio impero. Ma le concentrazioni bancarie sono operazioni sensibili che richiedono il nulla osta da parte di varie istituzioni, per cui solo nell’aprile 2025 Unicredit è potuta passare alla fase operativa. La banca aveva già annunciato che il periodo di acquisto delle azioni Bpm sarebbe durato dal 28 aprile al 23 giugno 2025.

Tutto si è fermato per l’altolà imposto dal Governo italiano che si opponeva all’acquisizione in nome del golden power, il diritto di veto che consente allo Stato di bloccare le operazioni ritenute contrarie agli interessi nazionali.
Fra i punti critici sollevati dal Governo c’è il fatto che Unicredit è ancora presente in Russia, paese sotto sanzione per la sua aggressione all’Ucraina. Ma sorprende che proprio Antonio Tajani, ministro degli Esteri, abbia votato contro il decreto di golden power e abbia addirittura chiesto che la sua contrarietà venisse scritta a verbale. Questo fatto permette alle malelingue di sostenere che il vero motivo per cui Giancarlo Giorgietti, ministro dell’Economia, abbia preteso di mettere il veto su Unicredit non sia dovuto agli interessi nazionali, ma all’obiettivo di favorire un altro progetto di fusione bancaria gradito al suo partito. La fusione, cioè, fra Bpm e Monte dei Paschi di Siena, due banche che, a detta di Salvini, sono italianissime contrariamente a Unicredit che è definita «straniera». Sulla base di quale criterio non è dato saperlo. Se l’italianità delle banche dovesse essere misurata in base alla nazionalità dei loro azionisti, si cadrebbe comunque male. I primi due azionisti di Unicredit sono BlackRock (7,3%) e Capital Group (5,1%), due fondi statunitensi. I primi tre azionisti di Bpm sono Credit Agricole (19,8%), BlackRock (5%), JPMorgan (3%), banca francese la prima, fondo e banca statunitensi gli altri due. Ma, al di là della nazionalità degli azionisti, l’aspetto che forse più interessa alla Lega è il mantenimento dello status quo in un territorio che è suo bacino di voti.
Constatato che, in territorio padano, Bpm è stato attore di stabilità economica e che la stabilità economica è garanzia di stabilità politica, la Lega teme l’arrivo di nuovi soggetti che potrebbero alterare la situazione.
A seguito del veto del Governo italiano, Unicredit ha impugnato il provvedimento di fronte al Tar il quale il 12 luglio si è pronunciato a favore della banca, almeno in parte. Per di più, del caso si è occupata anche la Commissione europea che il 16 luglio ha contestato al governo italiano la validità del suo decreto. Ciò nonostante, il 22 luglio Unicredit ha annunciato di voler gettare la spugna: rinunciava definitivamente all’acquisto di Bpm per l’allungarsi dei tempi necessari a ottenere «una risoluzione definitiva della questione golden power».
In teoria, ora Monte dei Paschi avrebbe avuto campo libero per portare avanti il suo progetto di fusione con Bpm, ma stranamente più nessuno ne ha parlato. Eppure, Bpm è già presente nell’azionariato della banca senese con una partecipazione che rasenta il 9%. Evidentemente quell’idea è stata poco più di un’ipotesi accarezzata lì per lì, ma poi lasciata cadere, perché, nel frattempo, Mps ha ufficializzato un altro progetto di acquisizione, addirittura di Mediobanca. Un progetto che molti ritengono stravagante perché una banca piccola (Mps) vuole mangiarne una grande (Mediobanca). Tanto da pensare che le vere finalità dell’operazione non siano di tipo economico, ma dettate da ragioni di potere.
Fino agli anni Duemila, Monte dei Paschi, la banca più antica d’Italia, con sede a Siena, aveva fatto parlare di sé soprattutto per i benefici economici e culturali che aveva apportato al territorio senese. Poi si è fatta prendere dal gigantismo e ha sbandato. L’inciampo più serio è avvenuto nel 2007 quando si è indebitata pesantemente per acquistare la Banca Antonveneta.
Il problema, tuttavia, non è emerso subito, perché i dirigenti erano riusciti a nascondere il marcio dietro un’intricata operazione di ingegneria finanziaria.
Quando, però, nel 2011 la magistratura ha portato a galla la gravità della situazione, lo Stato ha dovuto intervenire con potenti iniezioni di denaro per evitare il fallimento. L’intervento pubblico è avvenuto a più riprese fino a concentrare nelle mani dello Stato più di due terzi del capitale azionario di Mps. Oggi, il pacchetto azionario in suo possesso corrisponde all’11,7% perché, dopo il 2017, molte quote sono state vendute. L’ultima grande vendita è avvenuta nel novembre 2024 e ha lasciato dietro di sé una montagna di polemiche. Non tanto per la decisione del Governo di ridurre la propria presenza nella banca senese, ma per le modalità con le quali è avvenuta la vendita delle azioni in suo possesso. Tant’è che la stessa Commissione europea ha aperto un’inchiesta, non ancora conclusa, per appurare se le procedure siano state corrette, o se – come denunciano alcuni, fra cui Unicredit – siano stati utilizzati degli stratagemmi per favorire alcuni soggetti rispetto ad altri. In particolare, Francesco Caltagirone, patron di un vasto impero comprendente anche il quotidiano Il Messaggero, e Delfin, società della famiglia Del Vecchio, proprietaria, fra l’altro, di Luxottica. Le loro quote rasentano in ambedue i casi il 10% e oggi Caltagirone e Delfin sono rispettivamente il secondo e terzo azionista di Mps, seguiti da Bpm che detiene un altro 9%.
Il fatto intrigante è che Caltagirone e Del Vecchio compaiono anche fra gli azionisti di Mediobanca, la banca che Mps vuole inglobare.
Fondata nel 1946 da tre banche di proprietà statale, dieci anni più tardi Mediobanca è stata quotata in borsa e data in pasto ai privati, rappresentando, così, una sorta di sperimentazione ante litteram di privatizzazione. Mediobanca è stata però una sperimentazione anche di un nuovo modo di fare banca. Essa, infatti, non è una banca ordinaria, ma una banca d’affari o banca d’investimenti che dir si voglia. Mentre le banche ordinarie, cosiddette commerciali, si rivolgono al grande pubblico con l’intento di raccogliere risparmio da chicchessia per offrire prestiti e servizi finanziari di uso comune, le banche d’affari si rivolgono a un pubblico ristretto, ma più facoltoso, desideroso di investimenti più lucrosi anche se più rischiosi. Inoltre, si rivolgono al mondo delle grandi imprese per aiutarle a realizzare non solo i loro investimenti produttivi, ma anche i loro progetti di riorganizzazione aziendale, tramite ristrutturazioni, acquisizioni, fusioni. Le banche d’affari, insomma, svolgono un ruolo centrale nella definizione degli assetti proprietari dei grandi complessi societari, per cui tutti gli imprenditori di un certo calibro vogliono parteciparvi per poter dire la propria su questioni strategiche per l’assetto produttivo e finanziario dell’economia nazionale.
Mediobanca non ha fatto eccezione, tanto da essere stata definita il «salotto buono» d’Italia.
Nel momento in cui scriviamo (agosto 2025), Mediobanca conta migliaia di azionisti per la maggior parte con quote al di sotto dell’1%, con l’eccezione di tre: Delfin (Del Vecchio) con il 19,8%, Caltagirone con il 10%, BlackRock con il 3,5%. In teoria, in Mediobanca dovrebbero comandare Del Vecchio e Caltagirone, ma la vecchia dirigenza continua a godere della fiducia del piccolo azionariato che riesce ad agire in maniera compatta. Il governo della banca, infatti, continua a essere nelle mani di Alberto Nagel, un banchiere che ricopre la carica di amministratore delegato da più di un quindicennio. Questo con profondo disappunto dei due azionisti di maggioranza, che – tra l’altro – sono azionisti importanti anche in un’altra società di cui Mediobanca è il maggiore azionista: Generali.

Stiamo parlando della più grande società assicuratrice d’Italia, che ha come primo azionista Mediobanca (13,2%), seguita da Del Vecchio (10%) e da Caltagirone (7%). Inutile dire che, in Generali, comanda Mediobanca e che la «sfortunata» coppia Del Vecchio-Caltagirone non comanda né di qua né di là, pur avendo numeri consistenti. La frustrazione dei due soci deve essere grande e molti leggono l’intenzione del Monte dei Paschi di Siena di voler acquisire Mediobanca, come una mossa che permetterebbe alla coppia Del Vecchio-Caltagirone di conquistare, con un colpo solo, il governo di due banche e una società d’assicurazione. Prospettiva, questa, gradita anche al Governo italiano, perché si troverebbe anch’esso al comando di due banche e un’assicurazione, due realtà che possono giocare un ruolo importante nell’assorbimento dei titoli di debito pubblico, che rappresentano una fonte strategica di entrata governativa.
Con un comunicato dell’11 luglio 2025, il Consiglio di amministrazione di Mediobanca si è dichiarato contrario all’operazione annunciata da Mps nei suoi confronti. Invano.
Ricevute tutte le approvazioni da parte delle autorità competenti, il 14 luglio Mps ha diramato un avviso per informare tutti i possessori di azioni Mediobanca di essere disposta ad acquistarle tramite una modalità particolare, definita di scambio. In data 8 settembre, Monte dei Paschi ha raggiunto il 62,3 per cento del capitale, conquistando la maggioranza assoluta di Mediobanca e divenendo così il terzo colosso bancario italiano dopo Intesa San Paolo e Unicredit. Qualunque sarà il prosieguo della vicenda, non sarà comunque la fine del risiko bancario, bensì il suo inizio.
Francesco Gesualdi
