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In queste ore le acque del Mediterraneo sono solcate da decine di imbarcazioni dirette verso Gaza. È la «Global sumud flotilla», la più grande operazione umanitaria indipendente mai organizzata, con l’obiettivo dichiarato di rompere l’assedio navale imposto da Israele e aprire un corridoio umanitario per portare cibo, acqua, medicinali e beni di prima necessità alla popolazione palestinese.
Si tratta di un’iniziativa dalla portata storica, sia per il numero di barche che compongono la flottiglia – circa 50, un numero mai raggiunto in precedenti missioni simili – sia per l’impatto che sta generando a livello mediatico, politico e simbolico nella società civile internazionale. Le delegazioni che formano gli equipaggi provengono da 44 diversi Paesi e stanno partendo principalmente da Spagna, Italia e Tunisia. Tra di loro figurano personalità di rilievo globale come l’attivista Greta Thunberg e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau. Dall’Italia partecipano anche quattro parlamentari: le eurodeputate Benedetta Scuderi (Avs) e Annalisa Corrado (Pd), il deputato Arturo Scotto (Pd) e il senatore Marco Croatti (M5s).
Le tempistiche
Il primo gruppo di imbarcazioni è salpato da Barcellona il 31 agosto e, dopo alcuni rallentamenti causati dal maltempo, ha raggiunto la Tunisia, dove ad attenderlo c’era un’altra parte della flottiglia. È stato però lì che sono iniziati i veri problemi: il 9 e il 10 settembre due droni hanno sganciato materiale incendiario su due delle barche ormeggiate nel porto di Tunisi. Gli incendi sono stati domati rapidamente e non sono stati registrati feriti, ma sebbene le dinamiche restino da verificare agli occhi degli attivisti appaiono come chiari tentativi di intimidazione contro la missione. Nonostante ciò, hanno ribadito la loro determinazione a proseguire: ieri la flotta è ripartita, sia da Tunisi che da Siracusa, dove si erano riunite le imbarcazioni italiane. La flottiglia si incontrerà presto al completo nelle acque del Mediterraneo per poi dirigersi compatta verso Gaza.
Perché «sumud»
La flottiglia globale si riconosce nella parola «sumud», termine arabo che significa «resistenza» ed è profondamente legato alla resistenza palestinese. Allo stesso modo gli organizzatori puntano a mettere in campo un atto di resistenza civile e nonviolenta contro il totale controllo su tutti i confini di Gaza imposto da Israele, che impedisce ogni movimento via terra e via mare sia alle persone che agli aiuti umanitari. Gli organizzatori sono consapevoli che i quantitativi di aiuti trasportati sono modesti rispetto alle necessità reali, ma chiariscono che il vero obiettivo è aprire un varco nel blocco navale, quindi creare le condizioni per l’arrivo di altre imbarcazioni e, in prospettiva, per un corridoio umanitario permanente.
C’è poi un altro obiettivo, che è implicito ma sempre più chiaro alla popolazione che segue l’evolversi di questa operazione. La flottiglia grazie al numero di persone e di paesi coinvolti è, e sarà, un grande catalizzatore di attenzione su come reagirà Tel Aviv e su come risponderanno i governi di tutto il mondo quando i loro cittadini si confronteranno con le decisioni israeliane. Il tutto si inserisce in un contesto globale dove l’opinione pubblica è sempre più sconcertata da quello che accade a Gaza e sempre meno disposta a lasciar correre. La flottiglia raccoglie questi sentimenti di rabbia e orrore e li incanala in un’azione concreta, dove tutti sono chiamati a partecipare in diversi modi.

L’equipaggio di terra
Grande eco ha avuto la raccolta di aiuti svoltasi a Genova, dove in pochi giorni sono state raccolte 300 tonnellate di cibo, ben oltre le aspettative e molto oltre la capacità della flottiglia, che ha però comunicato che conserverà quanto arrivato per future missioni, e che in caso di impossibilità nel raggiungere Gaza recapiterà i beni ad altre missioni umanitarie. Il gesto ha assunto un forte valore simbolico, rafforzato dalle parole di un rappresentante dei portuali genovesi: «Se anche solo per venti minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, noi blocchiamo tutta l’Europa, dal Porto di Genova non uscirà più nulla». Questa promessa di una reazione radicale a qualsiasi problema che potrà venir causato alla flottiglia è diventata il motto delle migliaia di persone che in queste settimane si stanno organizzando a sostegno dell’iniziativa e che si definiscono come equipaggio di terra della flotta. «Blocchiamo tutto» recitava lo striscione più grande del corteo romano del 7 settembre dove migliaia di persone si sono dette pronte a mobilitarsi, dalle scuole alle fabbriche, in caso di difficoltà per la missione.
Il blocco navale su Gaza continua dal 2009, e si è fatto via via più pressante, oggi è vietato ai palestinesi pescare nelle proprie acque e addirittura fare il bagno in spiaggia. Per questo negli anni ci sono stati diversi tentativi intaccare questo muro marittimo, un precedente tragico avvenne nel 2010 quando una spedizione, organizzata dal Free Gaza movement e dalla Ong turca Humanitarian relief foundation, venne assaltata dall’esercito israeliano e ne risultarono 10 morti. Da allora diverse operazioni terminarono in fallimenti a causa di sabotaggi, arresti ed espulsioni. Uno degli ultimi casi riguarda la barca Conscience, che nel maggio del 2025 è stata colpita due volte da quelli che si suppone siano stati droni israeliani, mentre era ancora vicina alle coste di Malta.
Organizzazioni unite
La Global sumud flotilla fa tesoro di tutte queste esperienze, e mette insieme le diverse organizzazioni che in passato hanno agito su questo fonte. Il Global movement to Gaza (ex Global march to Gaza), la Maghreb sumud flotilla, la Sumud nusantara e il supporto della Freedom flotilla coalition sono il cuore di questa operazione. Tutto e stato organizzato nei minimi dettagli per ridurre i rischi ed essere teoricamente inattaccabili. Tutti gli equipaggi hanno partecipato a precisi addestramenti, non solo di navigazione ma anche su come regire a ogni possibile situazione. Sono stati istruiti a non rispondere alle provocazioni, a non reagire a nessuna violenza e sono stati preparati sul diritto internazionale, per fare in modo che ogni loro azione si muova sempre e comunque nel rispetto delle leggi. Le barche partecipanti sono tante, in modo da essere difficilmente attaccabili tutte contemporaneamente, ma sono anche piccole, in modo da essere facilmente manovrabili in caso di emergenza e da non incutere timore per non essere accusate di nessun altro fine.
I rischi per la missione sono tanti, e concreti, ma la situazione in Palestina si aggrava giorno dopo giorno, sono sempre di più gli studiosi e gli esperti che parlano apertamente di genocidio. La società civile non vuole più restare a guardare. La Global sumud flotilla raccoglie questi sentimenti e sta forzando le istituzioni globali a confrontarsi con le proprie responsabilità. L’attivista Tony La Piccirella portavoce italiano dell’operazione che sta navigando con il resto della flotta, durante un collegamento ha spiegato chiaramente: «Da questo momento in poi si capirà come cambierà il mondo».
Mattia Gisola