Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Congo Rd. Attacco alla chiesa di Komanda

Il Paese in balia dei gruppi armati

La mattina di domenica 27 luglio, il villaggio congolese di Komanda (nel territorio di Irumu, Sud della provincia orientale dell’Ituri) si è svegliato di soprassalto. Nel cuore della notte, è scattata l’allerta: l’innalzarsi di colonne di fumo nella cittadina aveva insospettito le autorità.

Ma, una volta giunti sul posto, gli ufficiali non hanno trovato gli aggressori: i responsabili dell’attacco se ne erano già andati, lasciandosi dietro una scia di distruzione. Molte case e diversi negozi erano stati saccheggiati e dati alle fiamme. Mentre all’interno della chiesa – dove era in corso una veglia di preghiera notturna – sono stati ritrovati numerosi cadaveri.

Cento gruppi armati

Quella notte, alcuni membri delle Forze democratiche alleate (Adf) – uno degli oltre cento gruppi armati attivi nelle province orientali della Repubblica democratica del Congo (Rdc) – avevano circondato la chiesa di Komanda. Armati di machete, coltelli e fucili, i ribelli avevano attaccato chi si trovava nell’edificio, causando – secondo le Nazioni Unite – almeno 49 vittime e rapendo una dozzina di persone.

A lungo – fino al ritorno in attività del Movimento del 23 marzo (M23) nel 2021 -, le Adf sono state considerate il gruppo armato più letale tra quelli operativi nell’Est della Rdc. Nate negli anni Novanta in Uganda per rovesciare il presidente Yoweri Museveni, a inizio anni Duemila hanno spostato le proprie basi nelle province orientali congolesi (soprattutto Ituri e Nord Kivu).

Nel 2019 poi, il gruppo – che oggi conta circa 1.000-1.500 combattenti – ha dichiarato fedeltà allo Stato islamico (Isis) e i suoi leader hanno annunciato di voler creare un califfato islamico in Uganda. Nel frattempo, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha incluso le Adf – che già dal 2014 erano sotto sanzioni Onu – tra le organizzazioni terroristiche.

Eccidio di cristiani

Vivian van de Perre, rappresentante della Monusco (la missione di peacekeeping dell’Onu presente nella Rdc dai primi anni Duemila), ha denunciato che «questi attacchi – mirati contro civili indifesi, in particolare in edifici religiosi – sono una violazione netta dei diritti umani e della legge umanitaria internazionale».

L’aggressione di Komanda, infatti, è solo una delle tante che le Adf hanno realizzato negli ultimi mesi, in un crescendo di violenze. A inizio luglio, sempre nell’Ituri, il movimento aveva provocato 82 morti, in quello che le Nazioni Unite avevano definito un «bagno di sangue». Pochi mesi prima, a febbraio, aveva rapito e poi ucciso 70 persone nel villaggio di Kasanga nel Nord Kivu.

Spesso, la violenza del gruppo colpisce la componente cristiana (fede che, secondo la Commissione statunitense sulla libertà religiosa, è professata dal 96% della popolazione congolese), ma non mancano anche attacchi a civili di altre religioni. Tuttavia, il Global christian relief (organizzazione che sostiene i cristiani nel mondo) ritiene che, proprio a causa delle violenze delle Adf, la Rdc sia tra i Paesi di tutto il mondo con il maggior numero di cristiani uccisi.

L’M23 e gli eserciti statali

Nel frattempo, tutte le province orientali si trovano in perenne emergenza. Nonostante l’accordo provvisorio di pace tra Rdc e Rwanda siglato a Washington a fine giugno e le discussioni a Doha in Qatar tra Rdc e M23, le violenze non accennano a fermarsi. L’M23 – che gli esperti ipotizzano abbia un patto di non aggressione con le Adf – continua a conquistare terreno nei Kivu e il Rwanda non ha mostrato una reale volontà di ritirarsi.

Dal canto suo, anche l’esercito ugandese – nonostante, da novembre 2021, sia presente sul suolo congolese di concerto con le autorità di Kinshasa per combattere le Adf – è accusato di saccheggiare le risorse della Rdc. Oltre ad approfittare della sua presenza per ritagliarsi una sfera di influenza che permetta di controbilanciare quella che il Rwanda – attraverso l’M23 – si sta creando poco più a Sud.

Sette milioni di sfollati interni

Nel frattempo, crescono anche i flussi di sfollati (attualmente, quelli interni sono più di 7 milioni). Nei Kivu, la violenza dell’M23 provoca movimenti continui. Nell’Ituri, a fine luglio, circa 20mila persone si sono spostate dal territorio settentrionale di Djugu verso la capitale provinciale Bunia, a causa dell’insicurezza.

Il giorno dopo l’attacco alla chiesa di Komanda, più della metà della popolazione del villaggio se ne era già andata. I distretti di Base, Zunguluka, Umoja e Ngombenyama – ritenuti i più esposti a nuovi possibili attacchi – si erano pressoché svuotati. Molti cittadini erano fuggiti a piedi, diversi altri con motociclette, altri ancora su taxi sovraffollati. La maggior parte si era diretta ancora una volta a Bunia, qualcun altro aveva preso la direzione di Kisangani, più a Ovest.

Ovunque, il sistema di accoglienza è al collasso. I campi di sfollati sono saturi, mancano di servizi igienico-sanitari e generi alimentari. Mentre i fondi per mantenerli operativi sono sempre meno.

Aurora Guainazzi

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Cambiare il mondo comincia da te. Diamo voce ai valori umani: iscriviti e fai la differenza!