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Quello che sta sotto i ghiacci

L’espansionismo polare del gigante asiatico
L’apertura di nuove basi cinesi nell’Antartide fa paura a molti. Il loro scopo ufficiale è la ricerca scientifica per combattere il cambiamento climatico. Ma c’è chi teme obiettivi di tipo strategico e militare. Mentre quelli economici sono una certezza.

Un piccolo edificio di cemento e acciaio si staglia isolato nella tundra ghiacciata. Siamo sulla costa rocciosa dell’Isola Inesprimibile, nel gelido Mare di Ross, in pieno Oceano antartico.

Qui, alla fine del 2024, la Cina ha inaugurato la stazione Qinling, la sua quinta base antartica e la terza in grado di lavorare 365 giorni all’anno.

L’edificio è arredato con mobili in legno in stile scandinavo ed è dotato di sistemi di riscaldamento per affrontare temperature esterne sotto i -40°C. Può ospitare fino a ottanta persone.

Ma la Repubblica popolare non si ferma qui e ha già presentato il progetto per una sesta stazione di ricerca estiva nell’Antartide occidentale. Questa potrebbe diventare operativa entro il 2027.

Un piano ambizioso che, secondo l’ambasciatore cinese in Australia, Xiao Qian, proietterà Pechino in prima fila nella ricerca globale sui cambiamenti climatici marini per il bene della comunità internazionale.

Felton Davis_flickr. – La stazione di Qinling si trova nella Victoria Land tra la base degli Stati Uniti e quella della Corea del Sud.

Gli annunciati scopi scientifici

L’intero continente antartico è ricoperto da oltre 14 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio e neve. «Con l’accelerazione del riscaldamento globale, lo scioglimento della calotta glaciale antartica potrebbe portare a un innalzamento del livello del mare considerevole, con implicazioni di vasta portata per la sopravvivenza umana». Questo affermava tempo fa il tabloid statale Global Times per spiegare ai cittadini della Repubblica popolare l’importanza del monitoraggio cinese della regione, ma soprattutto per rassicurare l’opinione pubblica internazionale.

Le rassicurazioni, però, non hanno funzionato molto: come altrove, anche nella terra dei ghiacci, l’espansionismo della Repubblica popolare, alimentato da enormi risorse statali, non ha mancato di provocare diverse alzate di sopracciglio.

La Cina ha istituito la sua prima base antartica nel 1985, all’alba delle riforme economiche.

A distanza di poco meno di quarant’anni, oggi, la seconda potenza mondiale, solleva polvere ovunque si muove. E nell’Antartide, le sue manovre, passate a lungo relativamente inosservate, danno sempre più nell’occhio.

Ogni anno Pechino spende nella regione circa 60 milioni di dollari tra fondi per la ricerca e costi operativi.

I cantieri cinesi hanno costruito navi rompighiaccio a un ritmo impressionante dal varo della Xue Long 2 – la prima e la più grande delle attuali cinque – in servizio dal 2019.

I temuti scopi militari

Per quanto non nuove, le mire cinesi nell’estremo Sud della Terra vengono, quindi, osservate con crescente preoccupazione,

specialmente dall’inaugurazione della stazione Qinling. Questo non solo perché la struttura sorge vicino alla base americana McMurdo, ma anche perché acquisire una presenza marittima, aerea e terrestre nell’Antartide – in particolare nel Mare di Ross – potrebbe permettere alla Cina di monitorare le comunicazioni di Paesi come Australia e Nuova Zelanda.

Il sistema di navigazione satellitare BeiDou, la versione cinese del Gps, viene impiegato già da almeno un anno per il monitoraggio in tempo reale dei veicoli da neve e i cambiamenti dinamici delle fasce di ghiaccio.

Sebbene la Cina neghi secondi fini, sono diversi gli esperti che temono l’utilizzo della tecnologia da parte cinese per scopi di intelligence.

Ad aumentare i dubbi contribuisce la relativa vaghezza dei piani cinesi. A differenza che per l’Artide, Pechino non ha una politica specifica per il Polo Sud e dintorni, nonostante entrambe le regioni ricadano sotto la supervisione della medesima agenzia statale: l’Amministrazione cinese dell’Artico e dell’Antartide, che si occupa dello «sviluppo di una strategia nazionale integrata per la ricerca, le spedizioni scientifiche e la cooperazione con altre nazioni e organizzazioni internazionali».

Ma mentre si definisce un «Paese semi-artico», la Cina non ha mai adottato una terminologia analoga per l’Antartide. Né il progetto «Polar silk road», introdotto nel 2017, che mira a creare una rete di infrastrutture e collegamenti tra l’Asia, l’Europa e l’Africa, arrivando fino all’Artide, prevede ancora diramazioni nell’emisfero meridionale.

Nondimeno, le ambizioni di Pechino per la regione sono rintracciabili tra le righe di numerosi documenti ufficiali. E non sono tutti di natura scientifica.

Nel volume «La scienza della strategia militare», pubblicato dall’Università della Difesa nazionale di Pechino nel 2020, si afferma che «le regioni polari sono diventate una direzione importante per l’interesse del nostro Paese a espandersi oltreoceano e oltre i confini». Di più. Il documento sottolinea come «la commistione tra affari militari e civili è il modo principale per le grandi potenze di raggiungere una presenza militare polare».

Screenshot da Google Earth

Una normativa ambigua

Dalle parole ai fatti, negli ultimi anni l’ibridazione tra le due sfere ha già preso forma. Complice un’architettura normativa internazionale che lascia ampio margine all’ambiguità.

Il Trattato antartico, sottoscritto nel 1959, pur vietando l’uso militare del continente, consente l’impiego di personale ed equipaggiamenti militari per scopi scientifici. Concessione di cui Pechino si è avvalso più volte fin dal 2008, quando sei ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione furono spediti presso la stazione di Zhongshan – costruita vent’anni prima sulla costa di Prydz Bay – per installare un radar ad alta frequenza in grado di disturbare i satelliti americani.

Porte d’ingresso al Polo Sud

Come intuibile, è proprio negli Stati Uniti che viene percepito con maggiore timore l’attivismo cinese nell’Antartide – e le sue potenziali implicazioni «a duplice uso» -. Tanto più con la penetrazione economica e diplomatica di Pechino in Sud America, in particolare in Cile e
Argentina, Paesi che, per la loro posizione geografica, rappresentano due delle cinque «porte di ingresso» globali al circolo polare antartico.

Dal 2019 la Cina è in trattative con il governo di Santiago del Cile per ottenere l’accesso al porto di Punta Arenas, potenziale snodo logistico per il trasferimento di personale e attrezzature scientifiche verso le varie basi polari.

Sebbene ancora in fase negoziale, un accordo di questo genere oggi acquisirebbe una particolare rilevanza strategica alla luce delle tensioni politiche con l’Australia, dove la città di Hobart, in Tasmania, negli anni pre-pandemia, si era affermata tra le mete predilette dalle rompighiaccio cinesi. Specialmente dopo la visita del presidente Xi Jinping nel 2014.

A rimarcare l’importanza strategica del quadrante, lo scorso febbraio la marina militare cinese ha tenuto esercitazioni a fuoco vivo non segnalate nel Mar di Tasman, all’interno della zona economica esclusiva di Canberra.

2023,Antarctic Peninsula,Antarctica Trip,Gentoo penguin,Greenwich Island – Jay Eisenberg_flickr

Minaccia immaginaria?

La minaccia è reale o immaginaria? Difficile rispondere. Persino negli Stati Uniti si fatica a comprendere le finalità dei piani antartici di Pechino. Soprattutto considerata la dubbia necessità di un avamposto tanto «scomodo»: la lontananza e il clima estremo della regione polare limitano il potenziale delle attività militari cinesi, almeno con la tecnologia esistente.

E poi, perché provare a spiare Australia e Nuova Zelanda dal Mare di Ross, quando Pechino può farlo molto più facilmente dagli atolli artificiali costruiti nel Mare cinese meridionale? Qui, nonostante le operazioni di Washington e alleati per un «Indo-Pacifico libero e aperto», la Cina tiene saldo il controllo sugli avamposti insulari più estesi, alcuni a «soli» 3.200 chilometri dalla costa australiana.

È di questo avviso il think tank americano Rand che, analizzate fonti in lingua inglese e cinese, propende per attribuire natura prevalentemente economica all’interesse del gigante asiatico per la regione antartica.

Secondo i ricercatori, essere lì oggi, per la Cina è importante per una eventuale futura rinegoziazione del Trattato antartico, nell’ottica di avanzare maggiori rivendicazioni commerciali sulle riserve minerarie ed energetiche che oggi sono intoccabili per il Protocollo di Madrid.

Enormi risorse da sfruttare

D’altronde Pechino non ha mai nascosto le proprie aspirazioni regionali. Nel 2009 uno studio dell’Istituto nazionale di ricerca polare ha definito l’Antartico un «tesoro globale di risorse», per via delle enormi riserve di gas e petrolio nascoste sotto i ghiacci.

Secondo rilevamenti della Russia, il bottino ammonterebbe a 511 miliardi di barili di greggio, circa dieci volte la produzione del Mare del Nord negli ultimi 50 anni.

Più in superficie, invece, sono le risorse ittiche a stuzzicare l’appetito del gigante asiatico.

La questione non è meno spinosa dei presunti piani militari: nel 2023, la Cina è stata fortemente criticata per aver bloccato, insieme alla Russia, la creazione di nuove aree marine protette. Il disaccordo all’interno della Commissione per la conservazione delle risorse marine biologiche dell’Antartide (Ccamlr) ha interessato soprattutto la pesca del krill.

L’Australia, pur senza fare nomi, ha definito l’opposizione di «alcuni membri» al rinnovo delle restrizioni sulle attività ittiche come un «passo indietro» nella tutela ambientale.

Il piccolo crostaceo rappresenta infatti un’importante fonte di cibo per pinguini, foche e balene e le limitazioni alla pesca sono pensate per alleviare la pressione sulla fauna selvatica, minacciata dal cambiamento climatico.

Respingendo le critiche, l’ambasciatore Xiao ha giustificato l’ostruzionismo cinese nell’ottica di «un equilibrio tra protezione degli ecosistemi, ricerca scientifica e sviluppo commerciale».

Antarctic krill in the water column of the Southern Ocean off the coast of the Antarctic Peninsula – Botanic Gardens of Sydney_lfickr

Pesca in espansione

Eppure, alcuni segnali lasciano intravedere una calcolata sovrapposizione tra operazioni tollerate e operazioni bandite dagli accordi internazionali, tra la corsa alle risorse naturali e la riforma dell’ordine mondiale.

La flotta peschereccia cinese – la più vasta al mondo – sta espandendo le sue attività con imbarcazioni di grandi dimensioni per la pesca a strascico.

Con il movente della ricerca scientifica, le navi di Pechino rastrellano le acque regionali catturando più di quanto consente il Sistema territoriale antartico.

Lo fanno seguendo le direttive esposte dal governo cinese nel 14° piano quinquennale (2021-2025), che prevede un’espansione della pesca internazionale, nonché della cantieristica navale con la pianificazione di cinque nuove imbarcazioni per la cattura del krill.

Controverso di per sé, il veto cinese alla Ccamlr è reso ancora più discutibile dal coordinamento di Pechino con Mosca. Un affiancamento, ormai collaudato in sede Onu, sempre più evidente anche per l’Artide.

Qui la Russia, indebolita dalla guerra in Ucraina, si trova suo malgrado, ormai da diverso tempo, ad accettare l’intrusione della Cina in cambio di investimenti e supporto economico. Ma, se al Nord, Mosca gioca in casa, la presenza russa nell’Antartide è apparentemente meno giustificabile. Almeno lo è considerando solo l’appetito per i crostacei.

Tutto questo, però, acquista più senso guardando al contenzioso sulla pesca da una prospettiva più ampia.

Le regole del gioco

Correva l’anno 2012 quando, in tempi non sospetti, Anne-Marie Brady, direttrice del «Polar Journal», sottolineò come la gestione poco limpida della governance antartica – contraddistinta da controlli permissivi e scarsi vincoli legali – stava favorendo la Cina. Pechino «ha dichiarato di non gradire l’ordine attuale – scriveva l’esperta -, e vuole contribuire alla definizione delle norme locali per proteggere i propri interessi nazionali. Ma non è ancora abbastanza potente per procedere da sola».

Secondo gli studiosi cinesi, all’epoca, il Trattato antartico si presentava come un «club di ricchi» (furen de julebu), uno strumento di «egemonia collettiva» (jiti baquan) contro la Cina, ancora giudicata dai Paesi sviluppati un «cittadino di classe B» (er deng gongmin).

Insomma, Pechino già allora prendeva posizione sullo scacchiere polare con un occhio al futuro. Un futuro in cui i primi arrivati avrebbero dettato le regole del gioco.

Quel futuro oggi è arrivato.

Alessandra Colarizi

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