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Il primo a prendere la parola è Simon Pietro (Gv 13,36). Dopo le parole di Gesù che affermano: «Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma […]: dove vado io, voi non potete venire», il discepolo gli domanda «Signore, dove vai?». La risposta di Gesù si incentra dapprima sul rinnegamento di Pietro, poi, con l’inizio del capitolo 14 il discorso diventa più profondo. Succede anche grazie alle domande che Giovanni, nel suo Vangelo, attribuisce ad altri discepoli. Questa è una caratteristica tipica dello stile di scrittura giovanneo, e la troveremo molto presente nei capitoli successivi.
Il capitolo 14 inizia con le parole di Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14,1). Per il mondo semita il cuore non è la sede dei sentimenti (che sono collocati nelle viscere) ma delle decisioni. Il cuore è l’organo che media tra viscere e testa. Ci può succedere di non riuscire a dominare le nostre emozioni, però normalmente manteniamo noi il controllo sulle nostre decisioni. Ed è a questo livello che Gesù invita a non farsi prendere dall’agitazione o dal panico.
Il Dio della Bibbia, e ancora di più del Nuovo Testamento, non vuole spaventarci, impressionarci, tenerci legati a sé con la paura o le minacce. Sempre interviene invitando a non temere, a non piangere, ad avere fiducia accogliendo la pace. Se nella storia della Chiesa a volte si è preferito sostenere l’immagine di un Dio severo e solenne, perché pareva più adeguato ed efficace, esso però non è il volto di Gesù, né, quindi, del Padre.
Quello a non temere non è un semplice invito vuoto e generico. Gesù sostiene che si debba mantenersi sereni perché nella casa del Padre ci sono molti posti, altrimenti non avrebbe detto che va a prepararli (v. 2), e siccome va a prepararli, questo significa che tornerà (v. 3). D’altronde, i discepoli conoscono già la via per arrivare alla casa del Padre (v. 4). Certo, questo non toglie che sia necessario avere fiducia (v. 1), perché non vediamo ancora tutto. Ma il legame con Gesù ci può spingere a fidarci delle sue promesse. Non ci sono dimostrazioni scientifiche, la nostra serenità non si fonda su dati oggettivi incontrovertibili, ma su una relazione personale che è di amicizia e affidabilità. La nostra serenità si fonda non sulla prova che tutto andrà bene, ma sulla rassicurazione di Gesù che saremo sempre con lui.
A questo punto, interviene un secondo discepolo: Tommaso. Normalmente è conosciuto per il suo «non credere» all’apparizione del Risorto (Gv 20,24-28), ma è già stato colui che nel capitolo 11 ha lucidamente osservato che tornare a Gerusalemme avrebbe comportato il rischio della morte (11,16). Tommaso è la persona razionale, che muove una domanda ragionevole: «Non sappiamo dove vai. Come facciamo a conoscere la strada?» (14,5).
La risposta di Gesù è però, almeno in apparenza, tutt’altro che razionale: «Sono io la via, la verità e la vita» (v. 6). È una risposta spiazzante, come è tipico del Vangelo di Giovanni. Vale quindi la pena provare a capire le cose come vengono dette.
Normalmente, per sapere quale percorso intraprendere, fissiamo prima la meta. Gesù ci invita a capovolgere l’ordine: noi conosciamo lui, che è la via. Guardare a Gesù ci fa cogliere come andare al Padre. Non importa il dove andare, ma il come: cioè con la modalità di vita di Gesù. Questo ci dice che già adesso non siamo separati dal Padre, Lui, in qualche modo, è già con noi, nel nostro andare. Il cammino è la meta.
Ecco allora che deve aver ragione Gesù a definirsi anche la verità e la vita. Se lui è la strada per andare al Padre, e non importa il tragitto, ma il cammino sulle sue tracce, è lui a metterci in comunione autentica con il Padre, la verità che ci dà la vita.
La domanda di Tommaso avrebbe pieno senso, anche metaforico, se il Padre ci chiedesse un «minimo etico»: fare almeno certe cose, osservare almeno dei comandamenti specifici. Una comunità organizzata si dà inevitabilmente anche dei precetti e delle regole. Lo ha fatto anche la primissima Chiesa. Giovanni ci invita però a riscoprire che le regole sono secondarie. La risposta di Gesù ha senso se al Padre sta a cuore non ciò che facciamo, ma il fatto di essere in comunione con Lui. Allora il camminare verso Lui è già essere alla sua presenza. Ha ragione Gesù: anche se non conosciamo la meta, conosciamo già la via. L’arrivo ci sorprenderà. Intanto sappiamo di non essere fuori strada.
E Gesù può arrivare a dire esplicitamente che, se conosciamo lui, abbiamo già visto il Padre (v. 7). Il volto di Dio lo conosciamo già, anche se siamo ancora in cammino. Anzi, siamo in cammino perché conosciamo il volto del Padre, che è quello di Gesù. Ciò che cogliamo in Gesù è già la comunione piena con il Padre.

Filippo ci sembra l’entusiasta dei Dodici: chiamato da Gesù mentre dal Giordano ritorna in Galilea, coinvolge anche Natanaele (Gv 1,43-46). È lui a reagire subito prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6,5-7) e a informare Gesù che dei greci lo stanno cercando (Gv 12,21-22).
Lui chiede a Gesù di poter vedere il Padre, di avere direttamente la meta davanti a sé. Questo offre a Gesù la possibilità di ripetere ai discepoli che, per vedere il Padre, basta guardare al Figlio (v. 9). Anzi, la piena comunione tra il Padre e il Figlio, che permette di conoscere il Padre senza averlo visto, è una dimensione in cui Gesù inserisce da subito anche i discepoli.
Seguiamo i passaggi: il Padre e Gesù sono l’uno dentro l’altro, vedere Gesù implica vedere il Padre, come si può notare dalle azioni di Gesù (vv. 9-11).
L’accenno alle azioni è interessante, perché la conoscenza del Padre non è qualcosa di teorico, di astratto, ma si innesta nella vita, anima la vita stessa, quella di Gesù e, quindi, quella dei discepoli. Allo stesso tempo, queste azioni hanno bisogno delle parole di Gesù che le spieghino, perché il suo rapporto con il Padre non è una relazione magica, di eventi e segni che accadono da sé, ma è una vita piena, autentica, concreta che conosce le proprie coordinate, sa le ragioni della propria fiducia. Non c’è una conoscenza astratta senza vita vissuta, né lo spontaneismo di una vita che non si interroghi su di sé.
Il secondo passaggio è che in questa armonia tra Padre e Figlio è inserito anche chi crede in Gesù (vv. 12-14), al punto da arrivare a dire che i discepoli faranno opere più grandi di Gesù stesso.
Perché un’affermazione del genere abbia senso occorre che Dio non sia un giudice severo che vaglia le scelte umane, ma un padre amorevole che vuole vivere nella comunione con i suoi figli, al punto da non offendersi, ma, anzi, inorgoglirsi nel vedere che i figli hanno fatto di più e meglio del padre. È solo con un Dio così che ha senso un Gesù tutto concentrato sulla comunione.
Il terzo passaggio (vv. 15-21) è un appello di Gesù, apparentemente incongruo, a rispettare i comandamenti. In realtà di incongruo non c’è niente, perché i comandamenti che Gesù lascia sono quelli dell’amore, di quella stessa dimensione di affetto e dono di sé che lega Padre e Figlio e che accoglie anche gli esseri umani. È in questo contesto che si ricomincia a parlare dello Spirito, soffio divino inafferrabile ma percepibile, che non si presenta come un «di più», ma come colui che entra nella stessa relazione di amore rendendo possibile anche agli uomini di farne parte.
Nulla parla di ubbidienza a regole formali, tutto si esprime con il linguaggio dell’affetto.
Al versetto 22 Giovanni presenta la quarta domanda, formulata da Giuda. L’evangelista precisa: «Giuda, non l’Iscariota».
Per la tradizione, questo Giuda coincide con il discepolo che negli altri Vangeli è chiamato Taddeo. Questa è un’altra sorpresa che Giovanni ci riserva: sceglie di introdurre qui un personaggio finora non nominato, omonimo di un altro ben più noto, quell’Iscariota che ha deciso di ragionare secondo il mondo, tradendo per denaro.
Grazie al confronto con l’Iscariota, risulta ancora più evidente il percorso inverso di questo Giuda, che si pone la domanda sul mondo a partire da quello che ha scoperto su Gesù: «Perché ti sei rivelato a noi, e non al mondo?» (v. 22). È una domanda generosa, buona.
La risposta di Gesù riprende le modalità che abbiamo già imparato a riconoscere. Proviamo a usare parole diverse da quelle del Vangelo: «Voi mi avete conosciuto, mi avete seguito, quindi avete visto il Padre, avete osservato i suoi comandamenti (cioè, mi avete amato) e siete dunque coloro che possono ricevere lo Spirito Santo».
Tutto è relazione personale, non il semplice rispetto di una regola esteriore. Non si è di «quelli di Gesù» perché si fanno delle cose o si rispettano delle norme, ma perché si ama. E l’amore è fatto di relazioni, che possono non avere ragioni. Non esiste uno statuto con delle norme alle quali si decide di aderire così che poi si venga premiati; c’è invece un aver incontrato le persone giuste, forse semplicemente perché si camminava in un certo luogo in un certo momento. Questa casualità sarebbe ingiusta, se l’amore fosse poi giudicante ed escludente. Ma non lo è.
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Padre di Gesù, che avrebbe potuto essere pensato come un giudice giusto ma solennemente severo, si mostra semplicemente come amorevole e amante.

A questo punto, per la prima volta nel Vangelo, Gesù utilizza l’espressione «Spirito Santo», due parole che quasi non si dovrebbero mettere insieme perché esprimono due realtà contraddittorie: lo «spirito» (o il «soffio», il «vento») è una realtà inafferrabile, incontenibile e invisibile, anche se la si percepisce. Il «santo», invece, nel mondo ebraico è qualcosa di messo da parte, riservato, rinchiuso e protetto perché non sia contagiato dal profano.
Lo Spirito Santo è Dio che si mostra in modi imprevedibili e inafferrabili, eppure logici, coerenti con Gesù, legati indubitabilmente a Dio, al Padre.
È in questo contesto che Gesù promette la pace, ma una pace che è la sua, non simile a quella del mondo. Quando il mondo dà la pace, lo sappiamo e lo vediamo, spesso la dà sterminando le opposizioni: «Fecero un deserto, e lo chiamarono pace» (dal De Agricola di Tacito, ndr). Persino noi che siamo senza potere, quando vediamo ingiustizie, guerre e distruzioni, sentiamo l’istinto di distruggere chi distrugge. Vorremmo combattere la morte senza uscire dalla logica di morte.
Gesù non spiega in che cosa la sua pace sia diversa, ma invita di nuovo a non avere il cuore turbato, e parla della sua assenza, che parrebbe non entrarci niente. In realtà la serenità del cuore a cui ci invita è esattamente quella di chi sa di non essere solo anche se non vede nulla.
Sì, è vero, sta arrivando «il capo del mondo», che vorrà mettere le mani su Gesù, ma l’amore del Padre e di Gesù renderà i discepoli intoccabili. Non perché il capo del mondo non possa dare la morte (Gesù verrà ucciso) ma perché non potrà fermare l’amore, che vince anche la morte. E la stessa sorte di vita toccherà chi vive in comunione con Gesù e con il Padre.
La pace di Gesù è questo volto del Padre che ama, senza condizioni e senza regole. Al punto che può dire che per rispettare i suoi comandamenti è sufficiente amare.
Al versetto 31, Gesù sembra finire il discorso («Alzatevi, andiamo via da qui»: v. 31), anche se poi parlerà ancora molto. È un segno per il lettore: il discorso continuerà, ma sarà un approfondimento, in quanto l’essenziale è già stato detto tutto.
Il volto del Padre è già visibile nella vita di Gesù, in una vita che sta per essere donata per amore, ma non verrà cancellata. «Non sia turbato il vostro cuore».
Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 17 – continua)