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Amazzonia, via i cercatori d’oro

Incontro con il leader indigeno JÚlio Ye’kwana
Dopo quattro anni pessimi per la terra indigena, con il governo Lula la situazione è migliorata. A livello legislativo, però, la lobby latifondista non arretra. Intanto bande armate controllano porzioni di territorio. E gli indigeni hanno un progetto per proteggersi.

«Io sono Júlio Ye’kwana, del popolo Ye’kwana, vivo nella foresta amazzonica, nella regione chiamata Javaris, in Brasile, vicino al confine con il Venezuela». Incontriamo il leader indigeno a Roma, durante un viaggio di sensibilizzazione. Il suo popolo vive nella Terra indigena yanomami (Tiy), area protetta riconosciuta dal governo federale del Brasile nel 1992.

Nel Nord della Tiy si trovano cinque comunità ye’kwana, per un totale di circa 700 persone. In Venezuela, nella zona confinante, ve ne sono altre settemila. Gli Yanomami in Tiy sono, invece, circa 30mila.

«Ho quarant’anni. Sono presidente dell’associazione Wanaseruma, che partecipa alla lotta per la difesa dei diritti dei popoli indigeni e contro gli invasori della Tiy. Per questo motivo siamo in partenariato con diversi altri enti della società civile. Sono entrato nel movimento indigeno a fine 2017. Quando sono diventato presidente, ho iniziato a viaggiare per presentare quello che succede nella nostra terra».

Occhi neri e sguardo fiero, Julio non sembra spaesato nella Roma «caput mundi».

Continua con piglio deciso: «Ho imparato molto dal popolo Yanomami, in particolare dal suo leader Davi Kopenawa (cfr. MC giugno 2024). La sua lotta mi ha ispirato molto. Oggi non è più solo, gli si sono affiancati diversi leader che portano avanti la lotta per i due popoli».

Júlio è stato invitato nella capitale italiana dai Missionari della Consolata in occasione della canonizzazione di Giuseppe Allamano, lo scorso ottobre. I missionari lavorano in Tiy dal 1965.

Manifestantes aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)

Una legge pericolosa

Ci parla subito di una questione che, in Brasile, preoccupa molto i popoli indigeni. È il cosiddetto «Marco temporal» (ne abbiamo già scritto su MC, a partire da novembre 2023).

La legge numero 14.701 del 2023 è stata approvata dal Congresso (il parlamento brasiliano), ma il Supremo tribunale federale (Stf, la più alta istanza giudiziaria), l’ha dichiarata incostituzionale. Il Congresso (composto dai rappresentanti dei poteri forti, tra i quali i latifondisti, quindi a maggioranza anti-indigena), però, ha ignorato la sentenza e, paradossalmente, la legge è tutt’ora valida.

«Gilmar Mendes, un giudice del Stf ha creato una struttura complessa, chiamata istanza di conciliazione – spiega Júlio -. Vorrebbe essere un tavolo di concer- tazione sul Marco temporal al quale siano rappresentati i proprietari terrieri, i leader indigeni e il Governo. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a un accordo. La Piattaforma dei popoli indigeni del Brasile (Apib, Articolação dos povos indigenas do Brasil), della quale fanno parte molte associazioni, riflettuto se partecipare o no e ha deciso per il sì, ma quando ha visto che la negoziazione non era chiara, si è ritirata. A quel punto, Gilmar Mendes ha chiesto al ministero dei Popoli indigeni (guidato dalla ministra Sônia Guajajara) di indicare altri leader. La ministra ha indicato tutte persone facenti parte di qualche ministero o di enti governativi. Il risultato è stato che la società civile indigena non era rappresentata. E, cosa ancora più grave, sta creando conflitto tra associazioni indigene e Governo».

Júlio ci spiega cosa è il Marco temporal: «È una legge molto pericolosa, che mette in discussione il diritto dei popoli indigeni alla loro terra, perché apre la possibilità per imprenditori e privati, ad esempio nel settore minerario, idroelettrico, agroindustriale, di entrare nelle terre indigene già demarcate. La legge sostiene che hanno diritto alla terra solo le persone che ci stavano prima della Costituzione del 1988. Ma molte non erano sul posto perché erano state espulse. La legge minaccia, dunque, alcuni diritti costituzionali».

Conclude Júlio: «Il Congresso ci è ostile, perché i suoi membri non amano i popoli indigeni, non capiscono che essi stanno mettendo in sicurezza il pianeta. I politici puntano solo al denaro».

Presidente Lula visita Boa Vista nel 2023 (Felipe Medeiros/Amazônia Real)

La terra yanomami

Júlio conosce bene la Tiy. Vi è nato e vi abita, anche se il suo impegno di leader lo porta spesso a Boa Vista, capitale dello stato di Roraima (il più a Nord del Brasile), e in giro per il mondo.

Gli chiediamo di aggiornarci: «Tra il 2018 e il 2021 abbiamo sofferto molto in Tiy. I bambini sono morti in grande numero, oltre 500 per malattie portate dai garimpeiros (cercatori d’oro, illegali nelle aree demarcate, ndr), come malaria, infezioni respiratorie, intossicazione da mercurio. In quel periodo il numero di siti minerari è aumentato: erano incentivati dal governo di Jair Bolsonaro (che perseguiva una politica antindigena, ndr). I cercatori erano oltre 20mila».

Il primo gennaio del 2023 si è insediato il governo federale del presidente Luis Ignacio da Silva, detto Lula, al suo terzo mandato non consecutivo. È stata dichiarata la crisi umanitaria per gli Yanomami. Sono iniziate operazioni nella Tiy per mandare via i garimpeiros, e questi, infatti, sono diminuiti. «Oggi la situazione è migliorata – continua Júlio – e potrà migliorare ancora. Però siamo preoccupati perché il processo è lento. Il Governo deve fare più in fretta possibile per risolvere i problemi nella Tiy, perché quando finirà il suo mandato (fine 2026, ndr), non sappiamo cosa farà la prossima amministrazione».

La preoccupazione è comprensibile. Alle prossime elezioni potrebbe – nuovamente – andare al potere un presidente ostile ai popoli indigeni (come Bolsonaro). La cosiddetta «Operazione zero invasione» deve terminare il prima possibile, con il recupero delle aree distrutte dai minatori. Ma questo è molto difficile. Nella Tiy ci sono infatti ancora molti cercatori d’oro, con i loro macchinari, le piste di atterraggio illegali e gli aerei.

Il Governo dello Stato di Roraima è tradizionalmente anti-indigeno, al punto da appoggiare i garimpeiros.

A Roraima, ad esempio, è nato il «Movimento garimpo legale», che chiede la liberalizzazione dell’accesso dei cercatori d’oro alle terre indigene. Ne fanno pure parte candidati deputati e imprenditori. In effetti, le classi politica, economica e, in parte, anche intellettuale, sono favorevoli al garimpo, anche in terra indigena demarcata.

I gruppi criminali

Júlio Ye’kwana continua il suo racconto: «I cercatori d’oro hanno portato nella Tiy molte cose negative: violenza, armi, droga, morte e, in ultimo, le “fazioni”. Si tratta di gruppi criminali organizzati. Chi scappa dalla galera dove va? Dove non c’è la polizia, dunque va in terra indigena. Lì viene subito assoldato come mano d’opera per la sicurezza dai capi dei gruppi di garimpeiros». Così si formano bande armate, che controllano zone di foresta. Talvolta ci sono conflitti tra gruppi di cercatori d’oro e gli uomini della sicurezza compiono veri massacri.

«Inoltre, le miniere sono anche utilizzate per fare transitare armi e droga tra Paesi – continua Júlio -. Ad esempio, un piccolo aereo arriva dalla Colombia e atterra su una pista clandestina di un garimpo. Lì deposita droga, prende armi. Il carico poi riparte con un altro aereo verso Nord. Il tutto in un’area fuori dalla legalità messo in sicurezza da queste “fazioni” che vogliono controllare quello che viene chiamato “narco garimpo”. L’attuale Governo federale ha manifestato interesse a lottare contro tutti questi traffici. Adesso nell’area entra l’esercito, la polizia, l’Ibama (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili), oltre alla Funai (Fondazione nazionale dell’indio). I garimpeiros stanno silenziosi, vanno oltre confine in Venezuela e Guyana, nascondono i macchinari sottoterra. Però, appena finisce l’operazione, ritornano. Hanno finanziamenti internazionali».

In un forum al quale erano presenti 250 leader di comunità della Tiy, nella località Auaris, a settembre dell’anno scorso, Nilton Tubino, rappresentante del governo federale a Boa Vista, ha dichiarato che il 77% dei garimpos nell’area demarcata erano stati chiusi. Ma la situazione può rapidamente capovolgersi.

«Il nostro ruolo è fare pressioni presso le istituzioni affinché proseguano con questa bonifica.

Inoltre, secondo noi è necessario un piano di protezione, che consiste nel mettere delle basi del governo nella Tiy, ma anche in un programma di vigilanza indigena».

Brasília (DF), 10/04/2025 – Indígenas de várias etnias participam da marcha do acampamento terra livre (ATL). Foto: Joédson Alves/Agência Brasil

Minaccia diretta

Le bande criminali, inoltre, minacciano anche direttamente i popoli indigeni. «Ad esempio, nella zona di Waicas, sul rio Uraricoera, i membri di una banda hanno minacciato una comunità, dicendo: “Voi non potete più venire qui, è pericoloso, potremmo spararvi. Adesso è un nostro territorio”. Però quello è un territorio di caccia abituale, dove gli abitanti reperivano diversi animali selvatici, necessario al loro sostentamento. Ecco che queste bande prendono interi territori e li controllano, togliendoli alle popolazioni indigene». 

Chiediamo a Julio chiarimenti sul programma di vigilanza indigena: «Si tratta di avere delle nostre basi e fare monitoraggio, al fine di proteggerci. È una vigilanza non armata. Per questo stiamo facendo la formazione di giovani delle nostre comunità, ad esempio all’uso di droni o altri strumenti e metodi di monitoraggio. Tutto questo serve per denunciare alle autorità la presenza di garimpos e bande criminali, al fine di proteggerci». Per fare questo, però, occorrono fondi.

«Questo progetto è autonomo, non necessita dell’approvazione della Funai, ma deve essere autofinanziato. Io sono venuto a Roma anche per questo, per cercare appoggi e finanziamenti internazionali».

È stato valutato che una base di vigilanza indigena possa costare circa 400mila reais (64mila euro) per la costruzione e l’attrezzatura e circa 870mila reais (136mila euro) per la gestione annuale. La somma pare elevata, ma è realistica. Prevede la costruzione della base, il suo equipaggiamento, lo stipendio di cinque persone tutti i giorni dell’anno, svariati voli aerei per gli spostamenti, cibo, carburante e tutto ciò che serve a farla funzionare.

Per fare un confronto, il Governo, nel 2024, avrebbe investito un miliardo e 200 milioni di reais per le operazioni nella Tiy (circa 180 milioni di euro).

Oro insanguinato

I paesi europei importanto oro dal Brasile. E c’è modo di verificare la provenienza del prezioso metallo. Julio ci conferma: «L’Italia è uno dei paesi che importa oro illegale. Secondo lo studio dell’Istituto Escolhas di São Paulo, dell’agosto 2024, il 94% dell’oro importato in Europa dal Brasile era ad alto rischio di avere origini illegali. Questo vuol dire che proveniva da terra indigena. Sono le terre di Yanomami, Ye’kwana, Kyapó e Munduruku le aree di estrazione aurifera illegale nel Paese. Esistono percorsi clandestini, come quelli per il lavaggio del denaro, che permettono di immettere sul mercato questo oro, come se fosse legale. Ogni settimana, a Boa Vista, arrivano persone cariche di oro da “legalizzare”. Il traffico è gestito dai finanziatori dei garimpo, coloro che, alla fine, si arricchiscono». Júlio è risoluto: «Siamo qui in Europa anche per denunciare questo fatto».

Le comunità indigene della Tiy hanno paura che i garimpos siano legalizzati: «I siti auriferi hanno avuto un impatto negativo su educazione, salute, struttura sociale e, in particolare, sui giovani. Questi sono influenzati e tentati a lavorare nelle miniere. È stata la rovina di molte comunità. I bambini, inoltre, si ammalano o, comunque, sono fortemente colpiti dalla situazione. Crescono vedendo fiumi sporchi, scarsità di pesca e cacciagione, e pensano che il mondo sia fatto così. Non sanno che prima dell’arrivo dei garimpeiros l’Amazzonia era un posto migliore».

Marco Bello

Indígenas aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)
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