Rd Congo-Rwanda. È traballante la «pace trumpiana»

Il 27 giugno, a Washington, i ministri degli Esteri di Repubblica democratica del Congo (Rdc) e Rwanda – affiancati da un sorridente Marco Rubio, segretario di Stato statunitense – hanno siglato un accordo di pace provvisorio (secondo quanto dichiarato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il testo definitivo sarà firmato nel corso del mese di luglio, sempre a Washington, dai presidenti dei due Paesi).

Intenzionato a porre fine ai conflitti che da circa trent’anni imperversano nell’Est della Rdc e dove il Rwanda gioca un ruolo cruciale, il documento include disposizioni come disarmo dei gruppi armati, ritorno di rifugiati e sfollati, rispetto della sovranità territoriale e cessate il fuoco.

Ma i punti traballanti sono tanti. Tali da mettere in dubbio l’efficacia di un accordo di pace che sembra più apparenza che reale sostanza. In un intrecciarsi di interessi economici e competizione geopolitica, a mediare i negoziati sono stati gli Stati Uniti, il cui presidente è da tempo più interessato alle risorse minerarie congolesi che a una pace reale e duratura nella regione.

Una «pace interessata»

Di fronte ai giornalisti, Rubio ha dichiarato che l’accordo è «win-win», fruttuoso per tutti: per Rdc e Rwanda perché porta pace e investimenti; per gli Stati Uniti perché si aprono a territori ricchi di risorse naturali, soprattutto minerarie.

Una «pace interessata», non a caso, l’ha definita Fridolin Ambongo, cardinale di Kinshasa. Questa intesa, infatti, contribuisce al ritorno degli Stati Uniti in Africa. O meglio, in aree strategiche del continente (un altro caso è la ristrutturazione del Corridoio di Lobito, una ferrovia che collega i giacimenti minerari di Angola, Rdc e Zambia all’Oceano Atlantico). In questo modo, gli Stati Uniti tentano di contrastare il monopolio cinese (ma non solo) e di riacquistare parte dell’influenza persa in regioni cruciali per il futuro economico, politico e militare mondiale.

Il richiamo dei minerali

Parallelamente ai negoziati per l’accordo di pace, gli Stati Uniti hanno portato avanti trattative separate con la Rdc per garantire alle proprie aziende l’accesso ai giacimenti minerari delle province orientali congolesi.

È soprattutto sulla miniera di coltan di Rubaya – fonte del 15% del coltan mondiale ed essenziale per la transizione ecologica – che Trump ha messo gli occhi. Ma, da aprile 2024, il sito è sotto il controllo del Movimento del 23 marzo (M23) – gruppo armato che negli scorsi mesi ha conquistato ampie porzioni di Nord e Sud Kivu – e del Rwanda che, sfruttando i legami con il movimento, esporta tonnellate di coltan sul mercato internazionale, come se fossero estratte dal suo sottosuolo.

Lavoratore congolese in una miniera di coltan. Screenshot da un reportage di RAI2.

Già a febbraio, il presidente congolese Félix Tshisekedi aveva offerto a Trump i minerali del suo Paese, in cambio di assistenza securitaria. Era il periodo in cui il tycoon stava cercando un accordo simile con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Da quel momento, Rubio e Massad Boulos (incaricato da Trump di mediare tra Rdc e Rwanda) hanno avviato i dialoghi tra le due parti. Chiedendo la pace e promettendo, in cambio, investimenti economici e infrastrutturali degli Stati Uniti nella regione.

Tanti dubbi

Dunque, per Trump, la strada per riaffermare la grandezza dell’America passa anche dalla Rdc e dai suoi minerali. Poco importa se l’accordo di pace congo-rwandese sarà realmente efficace. D’altra parte, le perplessità sono già numerose e a rafforzarle contribuisce la storia che, negli ultimi dieci anni, racconta di almeno cinque intese tra Rdc e Rwanda, fallite poco dopo la firma. E se una delle condizioni dell’accordo del 27 giugno è il ritiro dalla Rdc dei militari rwandesi (di cui però Kigali non ha mai ammesso la presenza), si delineano premesse concrete per un nuovo insuccesso.

A ciò bisogna aggiungere che nei negoziati a Washington non è stato coinvolto l’M23 (che invece sta dialogando separatamente con la Rdc a Doha, grazie alla mediazione qatariota). Tant’è che, subito dopo la firma, il gruppo ha dichiarato: «Qualsiasi accordo che ci riguarda e che è stato fatto senza di noi, è contro di noi».

Per Trump non conta nemmeno il fatto che le sue mire sui minerali congolesi non facciano altro che riprodurre vecchie logiche neocoloniali. Anzi, sostiene di meritare il premio Nobel per la pace per aver mediato in diversi teatri di scontro (trascurando però le sue stesse responsabilità nello scatenare o inasprire alcuni conflitti). E nel mentre, pensa tra sé e sé alle tonnellate di minerali congolesi su cui le aziende statunitensi potrebbero mettere le mani nei prossimi anni.

Aurora Guainazzi