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I prossimi cinque anni, nell’Assemblea nazionale burundese siederà un solo partito, il Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia (Cndd-Fdd), movimento che guida il Burundi dalla fine della guerra civile nel 2005 e di cui fa parte l’attuale capo di Stato, Evariste Ndayishimiye.
Infatti, secondo quanto comunicato l’11 giugno dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), dopo le legislative del 5 giugno, il Cndd-Fdd si è aggiudicato il 96,5% dei consensi. Mentre nessun altro partito o coalizione è riuscito a superare la soglia del 2% necessaria per entrare in Parlamento.
Repressione pre elettorale
Fin da subito, sono arrivate da più parti accuse di brogli e manipolazione dei risultati. D’altronde, che il voto non sarebbe stato trasparente era evidente già da mesi.
Ad aprile 2024, il Parlamento aveva adottato un nuovo Codice elettorale. Oltre a innalzare la tassa da pagare per potersi candidare, il testo introduceva anche l’obbligo, per coloro che abbandonavano un partito, di attendere almeno due anni prima di presentarsi con un’altra forza politica. Una mossa chiaramente diretta a escludere Aghaton Rwasa – grande rivale di Ndayishimiye e appena fuoriuscito dal Congresso nazionale per la libertà (Cnl) – dalle imminenti legislative.
Qualche mese dopo, a dicembre, la Ceni ha respinto diverse candidature dell’opposizione, sostenendo che le liste non rispettassero i requisiti etnici (60% di hutu e 40% di tutsi) e di genere (30% di donne). Alcuni – come Rwasa – erano membri della coalizione Burundi bwa bose (Burundi per tutti, in kirundi), nata nel 2024 e formata da diversi oppositori di spicco. Altri facevano parte del Cnl, il maggior partito di opposizione.
Ad aprile, inoltre, il presidente della Commissione nazionale indipendente per i diritti umani, Sixte Vigny Nimuraba, è fuggito dal Paese, dopo che la sua abitazione era stata perquisita dall’intelligence in circostanze poco chiare. Era la ritorsione del governo per l’ultimo rapporto della commissione che documentava centinaia di violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie.
Nel frattempo, la popolazione era costretta con la forza dalle autorità e dagli Imbonerakure (la milizia giovanile del Cndd-Fdd) a registrarsi per il voto.
Elezioni manipolate
Dopo una campagna elettorale dominata dal partito di governo e dove all’opposizione sono stati lasciati ben poco spazio e risorse, il risultato ufficiale ha confermato la svolta sempre più autoritaria del Burundi: oltre a controllare l’intera Assemblea nazionale, il Cndd-Fdd, ufficialmente, ha vinto pressoché ovunque anche alle comunali.
Il risultato è frutto di una campagna – documentata da Human rights watch (Hrw), organizzazione per la difesa dei diritti umani – di intimidazioni, minacce e torture nei confronti della popolazione. Fuori da ogni seggio, gli Imbonerakure intimavano ai cittadini di votare per il Cndd-Fdd. Un membro della milizia, addirittura, ha raccontato a Hrw: «Ci è stato detto di fare tutto il necessario per essere certi che le persone votassero solo per il Cndd-Fdd».
Il personale al lavoro nei seggi apparteneva solo al partito di governo. Ai rappresentanti dell’opposizione, ai giornalisti indipendenti e agli osservatori – tra cui quelli della Chiesa cattolica, fortemente critica nei confronti del governo – è stato impedito di accedere ai seggi, soprattutto durante lo spoglio. E così, in molti comuni, è stato facile riportare un numero di voti espressi superiore agli elettori realmente registrati.
La copertura delle elezioni è avvenuta a reti unificate, sotto lo stretto controllo del ministero della Comunicazione. Solo alcuni giornalisti selezionati dal governo hanno potuto occuparsene e i loro contenuti sono stati sottoposti al vaglio di una commissione deputata a censurare tutto ciò che non si allineava con la narrativa ufficiale.
Nessuna libertà
Per Hrw, quindi, «le elezioni legislative e locali in Burundi si sono svolte in un contesto dove libertà di parola e spazio politico sono stati fortemente limitati». Un’affermazione che stride fortemente con quanto dichiarato dagli osservatori dell’Unione africana, che hanno elogiato lo svolgimento «pacifico» del voto, l’elevata affluenza, il «clima di libertà e trasparenza» e l’ampia copertura mediatica.
Ma l’obiettivo – neanche nascosto – del Cndd-Fdd e di Ndayishimiye era assicurarsi un controllo totale del sistema politico burundese. Il tutto ignorando la frustrazione della popolazione, sulla quale gravano un tasso di inflazione annuo del 40%, la mancanza cronica di beni essenziali e il taglio degli aiuti internazionali. Ma anche l’escalation del conflitto nella vicina Repubblica democratica del Congo che, nei primi mesi del 2025, ha provocato la fuga di circa 70mila congolesi in Burundi, impattando su un sistema di accoglienza già fragile.
Aurora Guainazzi