Samuele, modello del «chiamato»


In qualsiasi percorso vocazionale e in tutte le proposte pastorali e catechetiche per ragazzi e giovani prima o poi si deve per forza incontrare la storia del ragazzo Samuele, esempio di disponibilità ad ascoltare la chiamata di Dio anche senza comprenderla
appieno.

L’episodio della chiamata divina nel cuore della notte, rivolta a un ragazzo che non la capisce, e tuttavia dice sì sulla fiducia, è senz’altro impressionante, ed è giustamente apprezzato e utilizzato. Tuttavia è l’intera vita di Samuele che si muove sulla linea della fiducia, dell’ascolto, della disponibilità serena a rimettersi in discussione per continuare a essere un tramite autentico e trasparente dell’intenzione divina.

Se si ricordano i modelli di fiducia in Dio offerti dal Primo Testamento, Samuele non può restarne fuori. Sarà anche per questo che è difficile dire se sia più un profeta o un sacerdote, visto che, normalmente, i due ruoli non coincidono. Forse è anche per questo che ci sono ben due libri biblici che prendono il nome da lui.

Un Dio in ascolto dell’umanità

Sembra peraltro di poter dire, in sintonia con tanti altri personaggi della Bibbia, che anche per Samuele è Dio stesso a mettersi, fin dal principio, in ascolto fiducioso dell’umanità e, soprattutto, dell’umanità più piccola, sofferente e addirittura, secondo i criteri della cultura del tempo, insignificante.

Si narra, infatti, all’inizio del Primo libro di Samuele, che il padre, Elkana, aveva due mogli, una delle quali, Anna, era sterile. L’intera famiglia compiva ogni anno un pellegrinaggio al tempio di Silo, a una quarantina di chilometri a nord di Gerusalemme, costruito ben prima di quello della città santa. Non è difficile capire che la dimensione rituale di quelle occasioni poteva diventare oppressiva e umiliante per chi, come Anna, non era nelle condizioni ideali per il rito.

Il testo di 1 Samuele (1,4-7) ci racconta qualcosa che possiamo integrare con la nostra immaginazione: nel momento del pasto sacro, quando si tratta di dividere l’agnello che è stato offerto in sacrificio, Elkana dà a Peninna, la moglie fertile, la parte che lei deve condividere con i figli e le figlie. Questa, ovviamente, è molto più grande di quella, pur «speciale», riservata ad Anna che, presa in giro dall’altra moglie, si sente ancor più umiliata nella sua infertilità e, quindi, piange e si rifiuta di mangiare.

Elkana, allora, le rivolge le parole più affettuose e tenere che si possano leggere nella Bibbia uscite dalla bocca di un marito: «Perché sei triste? Non sono io forse per te meglio di dieci figli?» (1,8). In una società in cui la donna serve solo a partorire e vale in proporzione al numero dei figli, Anna è sposata a un uomo che la ama così com’è.

Questo però non basta a confortare la donna, che si reca subito al tempio, nell’ora in cui tutti stanno riposandosi per il cibo e per il vino. Lì, nascosto nell’oscurità, c’è solo Eli, il sacerdote capo, che la vede pregare da sola e non a voce alta, ossia con modalità che non erano consuete, e la rimprovera, immaginandola ubriaca (1,12-16). Quando però lei, delicatamente, gli spiega che è solo afflitta, ottiene in cambio l’augurio che il Signore la ascolti (1,17).

Poco dopo Anna resta incinta di Samuele e si impegna, come aveva promesso nella preghiera, a offrirlo non appena svezzato al Signore, perché lo serva nel tempio.

E un’umanità in ascolto di Dio

Ma servire il tempio non significa ancora essere ciò che Samuele diventerà. Il libro biblico fa notare che Dio raramente si fa sentire in quei giorni (1 Sam 3,1). Sono tempi senza una bussola, incerti, come quelli in cui viviamo noi (e come sono la maggior parte dei tempi umani). Per questa ragione, probabilmente, il tempio di Silo non è solo un punto di riferimento religioso ma anche politico.

A guidarlo è lo stesso Eli, sacerdote ormai anziano che, come intuiamo dal racconto biblico, immagina di passare ai propri figli non solo il proprio ruolo spirituale ma anche di potere politico, benché essi non siano proprio degli stinchi di santo.

Samuele è al suo servizio nel tempio, luogo nel quale vive e dorme. Una notte sente una voce che lo chiama. Si alza e va subito da Eli, che lo rimanda a dormire. Quando però il ragazzo va da lui una seconda e una terza volta («Eccomi: mi hai chiamato?»), Eli intuisce che sta succedendo qualcosa che lui, sacerdote, non aveva previsto e forse neppure desiderava.

Pur sorpreso, indica a Samuele la strada da percorrere in docilità e attenzione: «Se succederà ancora, risponderai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1 Sam 3,10). Anche Eli, stimolato dall’atteggiamento di Samuele, si mette in ascolto e accoglie la novità, pur intuendo che questa comporterà poi l’estromissione della sua famiglia dal tempio. Si mette a disposizione di un progetto che non lo coinvolge più (3,17-18).

Eli è il «vecchio» che deve essere superato, e, anziché abbarbicarsi al suo potere, sa fare spazio a ciò che sta crescendo. Intorno al fiducioso Samuele cresce la fiducia.

Il gioco dell’affidarsi

In effetti il ruolo che Eli ha ricoperto e che sognava di trasmettere ai figli viene invece assunto da Samuele: è come se il bambino che non sarebbe dovuto neppure venire alla luce fosse chiamato a diventare la nuova, definitiva guida di un popolo ancora piccolo, riprendendo l’antica tradizione di essere un «giudice», ossia un capo politico con motivazioni religiose, come all’inizio della storia di Israele in Canaan (1 Sam 7).

Dio, in seguito, prenderà di nuovo per mano Samuele e lo porterà su strade che non’immagina, invitandolo a fidarsi e a guidare un processo che non conosce ancora e che non sa dove condurrà, e che in fondo non condivide.

Anche Samuele, infatti, come Eli, è tentato dall’idea di lasciare in eredità ai propri figli il proprio ruolo di giudice e guida (1 Sam 8,1-3). I suoi due figli, però, non si comportano come lui, e mettono il loro interesse personale, non quello di Dio, al centro.

Se si guida a nome di Dio un popolo, non lo si fa per diritto ereditario, ma perché si è scoperto e si vive il rapporto con Lui.

Per reazione, il popolo che Samuele sta gestendo decide di diventare come gli altri dotandosi di un re e facendosi «un nome tra le genti» (8,4-5). Israele sceglie di non farsi più guidare da Dio, con l’incertezza di un capo nominato di volta in volta, e preferisce la sicurezza di un re con una linea dinastica. Un re che, quindi, lo condurrà in guerra, lo tasserà, lo sottometterà alle sue angherie. Israele preferisce essere servo di un uomo piuttosto che affidarsi a Dio (1 Sam 8,11-18).

Non è un caso che Samuele tenti di ostacolare questo progetto, che vede come un tradimento del Signore da parte del suo popolo.

Di nuovo, però, egli viene preso per mano da Dio, che lo convince a cedere: «Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro. […] Ascolta pure la loro richiesta, però ammoniscili chiaramente e annuncia loro il diritto del re che regnerà su di loro» (1 Sam 8,7-9).

Dio entra nello stesso gioco di ascolto e di fiducia a cui egli stesso ha chiamato Eli e Samuele. Nonostante il popolo non ascolti il suo ammonimento e continui a domandare un re, il Signore non si tira fuori, e incarica Samuele di gestire la situazione ungendo come sovrano, quindi con la ratifica divina, chi sostituirà Samuele stesso, il giudice-sacerdote, nel suo ruolo di guida politica.

Il Dio di Israele, sapendo che la scelta del suo popolo è sbagliata, si lascia tuttavia incatenare alle scelte dei suoi amati, e continua a guidarli, pur avendo minacciato il contrario (lo ammetterà in 1 Sam 12,13-14).

Instabile o fedele?

A essere scelto da Dio come re richiesto dal popolo è Saul, della tribù di Beniamino, la più piccola delle tribù d’Israele. È interessante la scena dell’incontro tra il futuro re e Samuele. Il testo racconta che Saul non sta minimamente pensando al regno, e lo presenta mentre vaga alla ricerca delle asine del padre, smarrite mentre erano al pascolo (1 Sam 9). Nel suo vagare arriva dove si trova «il veggente» e decide di chiedere a lui un’indicazione. Il «veggente», però, lo invita a fermarsi, lo rassicura sulle asine e il giorno dopo lo unge re, prima di fargli intuire che lui pure, nuovo re, dovrà fidarsi e lasciarsi condurre, anche a «fare il profeta» insieme ad altri profeti (1 Sam 10,5-6).

Saul inizia a guidare gli israeliti in battaglia, principalmente contro i Filistei, con esiti altalenanti, ma la scelta divina, si scopre, non è ancora definitiva. Dio volta le spalle a Saul, colpevole di confidare soprattutto nei propri mezzi, e invita di nuovo Samuele ad adeguarsi alla sua volontà e ad andare a ungere un altro re.

E questo nuovo re è tanto improbabile che, quando Samuele si presenta alla casa di Iesse (1 Sam 16) per sceglierlo tra i suoi figli, perfino Iesse si dimentica di lui. Quando infatti Samuele dichiara che non si metterà a tavola a mangiare finché non saranno passati davanti a lui tutti i suoi figli per benedirli e scoprire chi tra essi è stato scelto da Dio, Iesse li presenta al profeta uno dopo l’altro, scordandosi del più piccolo, Davide, che in quel momento è fuori casa al pascolo.

Il secondo re di Israele diventerà tanto importante che nella futura storia del suo popolo fungerà da modello per qualunque regalità e che verrà ricordato come colui che donerà un suo discendente che regnerà per sempre.

Ma tutto questo Samuele non lo vedrà con i suoi occhi, perché morirà lasciando nella sua terra due re, entrambi unti da lui, che combattono tra loro. Morirà senza avere la certezza di aver compiuto le scelte giuste, di aver ascoltato correttamente la parola di Dio.

L’insegnamento di Samuele

Se vogliamo tirare le fila di ciò che abbiamo incontrato, troviamo una costante che rintracciamo in tutte le storie di fede nel Primo e anche nel Nuovo Testamento, e forse una sorpresa non indispensabile, dunque ancora più interessante.

Samuele entra in un gioco di dialogo con Dio, ne viene sorpreso, lo difende, viene invitato a maggiore elasticità, viene condotto su scelte e strade che non avrebbe fatto sue. Il tutto sempre in una condizione di ascolto profondo tra lui e Dio. La fede, insomma, non è tanto questione di obbedienza alle regole, ma di relazione. Una relazione che richiede ascolto e fiducia, soprattutto quando muove a compiere scelte non condivise, o addirittura nuove scelte che appaiono diverse o contrarie a quelle precedenti.

La sorpresa è che tutto ciò parte da una donna sterile che entra con Dio proprio in una relazione di fiducia di questo tipo, nella quale si sente libera di sfogarsi in modo autentico.

La ciliegina sulla torta è che i genitori del più grande sacerdote e giudice della storia d’Israele sono due persone che, contro le aspettative della loro cultura, si amano davvero, al punto che Elkana si affligge per la sofferenza di colei che, secondo le convenzioni del suo tempo, non stava facendo il proprio dovere (dargli cioè dei figli).

Là dove trova umanità autentica, vera, che ama, Dio entra più volentieri.

Angelo Fracchia
(Camminatori 07 – continua)