Afghanistan. I nuovi Talebani

Sommario

 

 


Ritorno a Kabul

«Maometto è il suo profeta»

Il nostro collaboratore Angelo Calianno è tornato in Afghanistan dopo la riconquista del potere da parte dei Talebani. Questo è il suo racconto.

Kabul. Avevo lasciato l’Afghanistan nel 2018. Avevo lasciato un paese devastato dagli attentati dei Talebani che cercavano di destabilizzare il governo. Avevo lasciato un paese dove i clan dei signori della droga si contendevano il dominio sui campi di oppio.

Kabul era un susseguirsi di checkpoint, andirivieni di elicotteri americani, strutture blindate e soldati armati a guardia di banche, ministeri, alberghi. Nonostante questo, nonostante la corruzione dilagante, il paese aveva fatto molti passi in avanti. Molte Ong e compagnie straniere avevano cominciato a investire, le donne erano finalmente più presenti nella politica e nei media, pur rimanendo, quella afghana, una società estremamente patriarcale.

Atterrando a Kabul oggi, la sensazione è surreale. L’aeroporto è semideserto, a parte la presenza massiccia dei Talebani, schierati in ogni angolo. Capelli e barba lunga, uniforme assemblata con capi d’abbigliamento di diverse nazioni, e armi semiautomatiche americane, sono i Talebani a occupare tutti i checkpoint che, prima di agosto 2021, erano presenziati dall’esercito regolare. La bandiera bianca, con la scritta: «Sono testimone che nessuno merita di essere adorato se non Allah, sono testimone che Maometto è il suo profeta», ha ovunque soppiantato il tricolore nazionale afghano.

Talebani a un check point, a Kandahar. Foto Angelo Calianno.

Quei giovanissimi «soldati di Allah»

Nei primi incontri, quelli per ottenere i permessi giornalistici e nei posti di blocco, i Talebani si mostrano molto cordiali. Mi offrono del tè e mi chiedono di quali temi voglia occuparmi.

«Mi raccomando, parla bene di noi. Scrivi che, da quando siamo tornati al comando, l’Afghanistan è un posto sicuro». È una delle frasi che più sento pronunciare ogni qual volta vengo fermato o mi trovo a intervistare qualcuno delle forze di sicurezza.

Durante un pranzo, dei giovanissimi Talebani, forse appena diciottenni, con un buon inglese e armati fino ai denti si siedono al mio tavolo.

«Da dove vieni?», mi chiedono. «Sai chi siamo noi?». «Conosco il gruppo a cui appartenete», rispondo. «Vi posso chiedere da quanto tempo vi siete uniti ai Talebani? E com’è stato il vostro addestramento?». «Abbiamo iniziato quando avevamo dieci anni, sulle montagne nella provincia di Helmand. L’addestramento è molto duro. Ci insegnano a sparare, combattere, si marcia al freddo e sulle montagne, a volte per mesi», raccontano.

«E se qualcuno non volesse più far parte dei Talebani e non volesse più combattere?». Mi guardano stupiti. Sorridono come se avessi chiesto qualcosa di estremamente stupido. «Siamo soldati di Allah, non smetteremo mai di combattere».

«Siete soddisfatti ora che gli americani sono andati via e ci siete voi al comando del paese?», insisto. «Ora siamo contenti. Gli americani sono il male. Prima di noi c’era solo degrado, la gente si ubriacava, c’era corruzione ovunque. Sei il benvenuto qui, che Allah ti protegga».

In realtà, nessuno di questi ragazzi aveva mai visto Kabul prima di agosto. A loro la capitale era stata descritta come un luogo fuori controllo, fatto di vizi e perdizione. Prima di andare via i due giovani mi chiedono se posso regalare loro del credito telefonico per usare internet. «Le giornate nei posti di blocco sono molto lunghe e ci annoiamo tanto», mi confessano.

Ci metto poco però a capire che la situazione è tutt’altro che migliorata come i Talebani vorrebbero farmi credere. I principali attentatori in passato erano Talebani. Con loro al comando ovviamente gli attentati sono diminuiti. Le esplosioni, che spesso si odono in giro per le città principali, sono quelle causate dagli ordigni piazzati dai miliziani dell’Isis-k (la fazione afghana dello Stato islamico), oggi principali oppositori del regime talebano.

Camminando per Kabul, più di metà di quelli che erano affollatissimi negozi, caffè, sale da tè, ora sono chiusi o deserti. Il numero di chi chiede l’elemosina per strada, soprattutto bambini, è decuplicato. Fuori dalle banche ci sono file dal mattino presto: è possibile prelevare un massimo di 200 dollari al mese, ma solo fino ad esaurimento del contante. Molto spesso quando arriva il proprio turno, non ci sono più banconote. È così da agosto. Le code più lunghe, chilometriche, si trovano fuori dall’ambasciata iraniana e pakistana. Centinaia di persone provano a chiedere un visto per fuggire in uno dei paesi confinanti.

Uomini in preghiera fuori dalla moschea di Shah-e Doh Shamshira, a Kabul. Foto Angelo Calianno.

L’amarezza del professore

Scuole e università sono vuote. In una di queste incontro Mohammed, professore di ricerca ed educazione linguistica all’Università di Kabul. «Fino ad agosto – mi racconta – insegnavo a 160 studenti, di cui il 65% erano donne. Quando sono arrivati i Talebani, non hanno avuto bisogno di vietare nulla. La gente era talmente spaventata che, chi non è fuggito verso l’aeroporto, si è chiuso in casa senza uscire per settimane. Io ho ancora il mio posto di lavoro, anche se, come vedi, agli studenti non è ancora permesso frequentare le lezioni. Abbiamo provato a contattare le autorità talebane, dicendo di essere disposti a dividere le classi tra donne e uomini, anche in giorni diversi. La loro risposta è stata: “Vedremo”. Ma sono già passati vari mesi senza nessuna comunicazione».

«Cosa pensi di tutte le persone che sono fuggite? Tu vorresti andare via?». «Non posso biasimare chi è scappato – risponde il professore -. Le persone, soprattutto i giovani, vogliono un futuro che qui non si vede più. Non si gioca con il futuro. Mi rattrista molto che, soprattutto le menti più brillanti, i giovani più istruiti, siano fuggiti. Io personalmente non andrei mai via per due ragioni: la prima è che non ho più l’età per farlo. Trasferirsi in un paese straniero, ricominciare la propria vita da zero, è una cosa che puoi fare solo se hai molti anni da vivere davanti a te. La seconda è che io amo l’Afghanistan, non voglio lasciare i miei studenti, se me ne andassi io, chi ci sarebbe per loro? Che punto di riferimento avrebbero?».

Gli chiedo se sia possibile un futuro senza Talebani. «Arrivati a questo punto, non so come potrebbero andare via. Molto probabilmente per sovvertirli ci vorrebbe un altro conflitto ma questo paese ha già sofferto abbastanza, generazioni sono cresciute vedendo solo guerra e occupazione».

«Che soluzione potrebbe esserci allora?», insisto. «Io penso che l’unico scenario possibile sia quello in cui le forze internazionali facciano pressione sui Talebani affinché includano nel governo, tutte le minoranze attualmente escluse: Sciiti, Hazara, Uzbeki, Tagiki. L’altro aspetto fondamentale da tenere vivo è quello dell’istruzione. Senza scuola, se non ci sono fondi e soldi per gli insegnanti, non c’è possibilità di cambiare le cose. Una persona istruita può avere un effetto positivo anche sui Talebani. Io ho constatato personalmente molta differenza tra quelli che sono da qualche mese a Kabul e quelli che sono ancora nelle zone rurali. Il contatto con la società, con persone che hanno un’istruzione, potrebbe farli ragionare e, magari, aprire nuove possibilità».

Una vista dall’alto di Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Foto Angelo Calianno.

Verso l’Iran, l’Uzbekistan o il Pakistan

Non tutti però riescono ad accettare la realtà di oggi, l’obiettivo principale di quasi tutti gli afghani che incontro rimane quello di andare via. Ci sono pochi voli disponibili in uscita, circa due a settimana, al momento operati solo da due compagnie aree (Qam air e Ariana) e solo per due destinazioni: Islamabad in Pakistan e Dubai negli Emirati arabi. I costi, poi, sono esorbitanti per chi vive qui con uno stipendio di settanta dollari al mese. Un biglietto aereo, di sola andata, costa attorno ai mille dollari, sempre che si possegga un visto o un permesso valido per il paese di destinazione. Per molti, quindi, l’unica soluzione è uscire dal paese via terra. Legalmente, oggi ci sono tre possibilità: l’Iran, l’Uzbekistan (che, però, apre e chiude continuamente il valico per ragioni di sicurezza) e il Pakistan.

In questi giorni, il passaggio uzbeko è nuovamente chiuso. Quindi, decido di andare verso l’unico valico possibile per me: il corridoio di Torkaham verso il Pakistan.

Partendo da Kabul con un taxi condiviso, attraverso Jalalabad proseguendo verso Est. L’atmosfera e l’approccio nei miei confronti, da parte dei Talebani, cambia totalmente rispetto a Kabul.

In queste zone molti di loro sono nati e cresciuti tra le montagne, non sanno leggere o scrivere, non parlano altra lingua che non sia il pashtun (la lingua ufficiale in Afghanistan è il daari), e sono estremamente sospettosi e aggressivi.

La zona a Est di Jalalabad, ovvero la provincia del Nangarhar, è conosciuta per molti motivi. Luogo nevralgico per tutti gli scambi commerciali in entrata e uscita (incluso l’oppio) verso Est, in passato è stato la regione di provenienza della maggior parte dei seguaci di Bin Laden e, prima ancora, di molti mujaheddin che combatterono contro i russi negli anni Ottanta. Per anni, il Nangarhar è stato teatro di scontro tra le forze armate governative e i Talebani. Oggi, nuovamente, è uno dei principali campi di battaglia tra Talebani e Isis-k. Già una dozzina di chilometri prima del valico, è possibile vedere una coda di centinaia di camion: sono fermi lì da un mese aspettando il permesso di poter passare. Gli autisti vivono tra la cabina del loro mezzo e l’asfalto, stendendosi su un tappeto per mangiare e riposare.

Talebani in uno dei check point di Kandahar. Foto Angelo Calianno.

In coda al confine, in balia delle guardie

Visto che, con gli stranieri, i Talebani si comportano diversamente per dimostrare che sono «cambiati», decido di fingermi tagiko per testimoniare cosa accade su questo confine alle persone «comuni». Cominciando l’attraversamento del corridoio di uscita, nessuno mi chiede documenti (probabilmente perché nessuno di questi Talebani sa leggere). Siamo migliaia, divisi in due file indiane di cui non si vede la fine. Le famiglie affittano delle grandi carriole di legno per appoggiarvi i bagagli, i bambini, o far riposare gli anziani.

Parlo con alcuni ragazzi in coda con me: «Ci vogliono giorni per percorrere questi due chilometri che ci separano dal Pakistan. Molto spesso arrivati quasi al cancello, ci rimandano indietro perché non abbiamo i documenti in regola, così c’è gente che è in coda da una settimana».

I Talebani qui sono molto violenti, prendono a bastonate chiunque si sporga fuori dalla fila, o provi a scavalcare un paio di posizioni. Un ragazzo tira fuori un telefono, una guardia dei talebani lo prende, controlla alcune foto sullo schermo e comincia a picchiarlo con pugni sulla testa. Il ragazzo cade e viene trascinato fuori dalla fila, lasciato poi a lato del marciapiede.

Passano 15 ore solo per fare i primi 500 metri. Quando i Talebani aprono il cancello tra un settore e l’altro, ci picchiano con i bastoni dietro le ginocchia. La gente corre, cade, viene calpestata dagli altri. I bambini perdono la mano dei genitori e piangono sommersi dalla folla. Arrivati al cancello successivo, ci si ferma di nuovo.

Una donna si registra per ricevere un sacco di farina al centro distribuzione del World food program, a Kandahar. Foto Angelo Calianno.

Botte per tutti (ma in nome di Allah)

Una donna viene rispedita indietro, le vengono lanciati via i bagagli, i suoi figli piangono. Prova a protestare contro una delle guardie, questa la colpisce con il calcio del fucile. La donna prova rialzarsi ma cade a terra e viene trascinata via. Alcuni dei Talebani, per tenere a bada la folla, sparano in aria. Tutti ci sediamo per terra e, dopo pochi minuti, queste scene ricominciano daccapo, così per ore.

Un ragazzo accanto a me dice: «I Talebani prendono la nostra voglia di andare via come un tradimento. Pensavano che, arrivati loro al comando, le persone li avrebbero osannati, che a pochi sarebbe venuto in mente di scappare perché scappare è come rinnegare la loro autorità. Loro sono davvero convinti di essere nel giusto, di agire in nome di Allah e, quindi, noi che cerchiamo un futuro senza di loro siamo come dei disertori di un esercito. Ecco perché agiscono così, perché ci prendono a bastonate e a calci».

L’attesa continua. La notte fa molto freddo, siamo a metà percorso ora, in un tunnel fatto di lamiera e rete metallica. C’è ghiaccio ovunque, impossibile dormire, ci stringiamo l’uno all’altro avvolgendoci con coperte di lana. Alcuni ragazzini passano vendendo tè caldo e qualcosa da mangiare. Sono passate 24 ore dall’inizio della mia fila. Approfittando del buio e di alcuni buchi nella recinzione, dalle colline intorno arrivano uomini e ragazzi che provano a passare illegalmente. La gente è solidale con loro, fanno spazio serrando le fila. Qualcuno non è abbastanza veloce e viene visto, picchiato e trascinato via, ributtato al di là della rete.

Un gruppo di giovani Talebani di pattuglia al centro di Kabul. Foto Angelo Calianno.

Stanchezza, fame, freddo, sonno

Dopo 33 ore, raggiungo l’ultimo cancello. Qui devo mostrare la mia identità. Tiro fuori il passaporto e il permesso giornalistico, ma il Talebano di guardia non riconosce i documenti: comincia a urlare. Provo a spiegare di essere un reporter, ma lui parla solo pashtun, allora comincia a picchiarmi con un bastone. Provo a proteggermi, cado. Un altro soldato mi riporta all’inizio della fila per motivi che non comprendo.

Passano altre tre ore, io e altre centinaia di afghani siamo bloccati a un passo dal Pakistan. La gente è agitata, è stanca, ha freddo, sonno, fame. Comincia una calca che le due guardie al cancello non riescono a contenere: sfondiamo l’ultimo blocco passandogli sopra. Cadiamo, ci rialziamo, in una delle cadute un ragazzo su una sedia a rotelle mi passa sopra una caviglia. La gente corre verso l’ultimo cancello, esausta.

Ci vuole ancora qualche ora per sbrigare le pratiche di ingresso in Pakistan. Rivestiti i panni del cittadino europeo, le mie sono abbastanza veloci. In totale ho impiegato 40 ore per attraversare il confine, senza dormire, senza bagni, con quel poco cibo venduto per strada. Per migliaia di afghani, invece, la tortura continua in Pakistan. Molti arrivano con documenti non validi e vengono rispediti dall’altra parte del confine dove, per giorni, continueranno a provare il passaggio. Ancora e ancora.

Donne nella sala d’aspetto dell’Ospedale di Kandahar. Foto Angelo Calianno.

Coperte, bicchieri e il sogno di tornare

Le persone conosciute e con cui ho parlato durante le interminabili ore dell’uscita verso il Pakistan sono state tante.

Cosa si porta con sé quando si va via per sempre? Alcuni avevano solo le proprie coperte, bellissime coperte afghane di lana cucite a mano. Altri una confezione di bicchieri di vetro, altri un piccolo zainetto con un cambio, i bambini un giocattolo a testa.

A un uomo, in fila con la sua famiglia accanto a me, quando gli ho chiesto cosa avesse deciso di portare, mi ha risposto: «Nulla, se non il necessario per sopravvivere in questi giorni di attraversamento. Dentro di me porto la bellezza dell’Afghanistan, i suoi colori. I miei figli sono troppo piccoli e non ricorderanno cosa stanno lasciando. Io sono troppo vecchio e non penso riuscirò mai a tornare, ma loro sì, sono sicuro che lo faranno. Ecco perché non sto portando niente se non un tasbih (il rosario musulmano), il Corano con la parola di Allah, ma soprattutto l’amore per il mio paese che cercherò di raccontare ai miei figli. Possano loro tornare qui, in un paese finalmente in pace».

Angelo Calianno

Donne sedute per strada in attesa di ricevere un sacco di farina e legumi, a Kandahar. Foto Angelo Calianno.


Gli invisibili

Hazara e profughi, un futuro oscuro

Oltre alla storica minoranza sciita degli Hazara, altri gruppi della popolazione afghana non sono considerati dai Talebani. Come i rifugiati interni (Idp), residenti in villaggi senza nome.

Kabul. L’Afghanistan, soprattutto nella sua storia recente, è stato luogo di continui stravolgimenti politici e sociali: invasioni, guerre interne, regimi estremisti, missioni militari e, per ultimo, un ulteriore ritorno dei Talebani. In tutti questi cambi sono quasi sempre le stesse categorie di persone ad avere la peggio, fettei della popolazione totalmente tagliate fuori da qualsiasi scenario, anche dall’ultimo, quello nato nell’agosto 2021.

Le minoranze etniche come gli Hazara, musulmani sciiti, già bersaglio storico dei Talebani, vivono oggi ai margini della società, venendo arrestati con i pretesti più assurdi e sperimentando una situazione di costante terrore.

Gli Hazara sono vittime di un vero e proprio genocidio già dal 1880, quando è cominciato il dominio delle tribù pashtun. Per anni i massacri si sono susseguiti fino a portare il loro numero dall’80% al 20% della popolazione del paese. Uno dei capitoli più tristi nella storia di questa minoranza sciita, è stato scritto proprio con i Talebani al comando nel 2001, quando decine di Hazara sono stati giustiziati per le strade di Bamiyan. Nel momento in cui i Talebani sono tornati al potere, a Kabul il quartiere sciita si è chiuso su se stesso per settimane. Ricordando le stragi del passato, gli Hazara si sono nascosti nelle proprie case chiudendo mercati, negozi e qualsiasi attività pubblica.

Bambini e uomini per le strade del villaggio numero 52. Foto Angelo Calianno.

Un afghano non è soltanto afghano

Nel quartiere sciita incontro Hassan (nome di fantasia), che è uscito da poco di prigione. I Talebani lo hanno arrestato semplicemente perché stava facendo un filmato con il telefonino a una fila in banca. È stato picchiato e lasciato senza cibo per tre giorni.

«Io gestivo un hotel a Bamiyan, al Nord. Gli affari andavano abbastanza bene fino all’arrivo dei Talebani. Con una ruspa essi hanno abbattuto le colonne d’entrata e il muro circostante, chiudendo poi l’hotel. Il pretesto è stato che l’albergo aveva un nome inglese sull’insegna. Quindi, mi hanno accusato di gestire una discoteca o una casa d’appuntamenti per infedeli. Ovviamente sapevano benissimo che non era così, ma contro gli Hazara, usano qualsiasi scusa».

Chiedo ad Hassan: «La vostra etnia è stata sempre la più perseguitata in Afghanistan. Credi che possano ricominciare stragi come quelle di venti anni fa?». «Non lo sappiamo ancora – risponde -. Non riusciamo a capire cosa davvero abbiano in mente. Io penso che stiano cambiando modo di agire, sono sicuro ci odino ancora in quanto sciiti e hazara, questo non cambia. Forse però hanno capito che sterminarci, ucciderci per strada, attira troppa attenzione mediatica. Per noi è impossibile però dimenticare che, soltanto fino allo scorso agosto, i Talebani facevano saltare in aria le nostre scuole, moschee, mercati. Siamo stati sempre il loro bersaglio principale, la notte spesso si aggirano qui per queste strade con la scusa di pattugliare e cercare sovversivi. Con loro al comando siamo tutti terrorizzati».

«Si stanno organizzando soccorsi e mobilitazioni internazionali sia per provare a fare arrivare degli aiuti, sia per far uscire e offrire asilo a chi è in pericolo. Qual è la situazione della vostra etnia?». «Per molti – spiega Hassan -, in Occidente, un afghano è un afghano e basta. Non capiscono quanto qui la situazione sia divisa tra etnie, religioni, clan. A noi non arriva nulla. Molto spesso gli aiuti che vengono dai paesi occidentali devono avere il nullaosta dei Talebani per essere distribuiti. Quindi, noi non abbiamo diritto a nulla. Come ti ho detto, forse hanno cambiato metodo, ma i Talebani che vedi per le strade, sono gli stessi che fino ad agosto volevano cancellarci dalla faccia della terra».

Peraltro, i Talebani non sono l’unica fonte di preoccupazione, nel quartiere sciita di Kabul. Anche l’Isis-k, la fazione afghana dello Stato islamico, rivale dei Talebani, essendo sunnita ha giurato guerra agli Hazara, mettendo a segno i principali attentati degli ultimi mesi.

Sherin Safi (al centro, vestito di scuro), il capo del villaggio «numero 52» degli Idp, posa insieme ad alcuni dei suoi abitanti. Foto Angelo Calianno.

Villaggio «numero 52»

Oltre agli Hazara, ci sono altri gruppi relegati ai margini del nuovo ordine che i Talebani hanno promesso di costruire. Migliaia sono infatti gli afghani isolati nelle zone rurali e gli Idp (Internal displaced people), i rifugiati interni. Gli Idp sono profughi nel proprio paese, persone che hanno dovuto abbandonare le loro case, spesso perché nel mezzo dei conflitti o perché in aree al centro delle lotte per il controllo dei campi di oppio. Oggi, in Afghanistan gli Idp sono 250mila. Vivono in villaggi di fortuna nelle periferie di città più grandi. Le abitazioni sono fatte con mura di fango e tetti in lamiera. Già prima di agosto queste comunità sopravvivevano a stento e solo grazie al lavoro di alcuni di loro e all’aiuto di alcune Ong. Con la fuga della maggior parte delle organizzazioni internazionali e l’economia pressoché ferma, questa gente rischia di essere decimata, soprattutto in inverno, quando nevica e la temperatura, di notte, scende anche a dieci sotto zero. Si pensi che questi villaggi non hanno nemmeno un nome: vengono contrassegnati con un numero.

Il villaggio in cui mi trovo porta il numero 52. Ad accogliermi c’è Sherin Shafi. «Da quanto sei il capo del villaggio? Chi ti ha eletto?», gli chiedo. «Occupo questo posto ormai da 13 anni. Vengo eletto dagli abitanti, sono loro che scelgono da chi farsi rappresentare».

Sommergo Sherin con le mie domande. E lui, con pazienza, risponde: «Siamo circa 300 persone. Come vedi, queste sono le condizioni in cui viviamo. Ci siamo sempre arrangiati, abbiamo un pozzo per l’acqua, generatori per l’elettricità, ma continuiamo a vivere in tende e case di fango. Ora, visto il raddoppio del prezzo di tutto, compreso il gas, non so come potremo riscaldarci. Qui il freddo è un grande nemico. Fino a poco tempo fa alcuni di noi lavoravano in città, ma ora è quasi tutto fermo. Al momento non riceviamo nessun aiuto, e anche i Talebani, qui non si sono mai visti».

Sherin Shafi mi guida attraverso le viuzze del villaggio, stradine che non hanno asfalto ma solo terra battuta e fango. Tra questi vicoli ci sono anche delle scuole: piccole strutture con insegnanti volontari che insegnano a ragazzi dai 6 ai 14 anni le materie principali. Le classi sono divise tra uomini e donne in orari diversi.

È qui che incontro Sayed, uno dei maestri: «Ho studiato in Pakistan quando ero giovane. Lì ho imparato anche un po’ di inglese. Insegno quasi a titolo gratuito. Fino all’arrivo dei Talebani, le famiglie mi davano quel che potevano, spesso mi pagavano con del cibo. Adesso, nessuno più lavora, questa gente è abbandonata. Pochissimi si interessavano a loro già prima dei Talebani, ora che anche quasi tutte le organizzazioni umanitarie sono andate via, non so che futuro potranno avere. Io continuerò a insegnare. L’istruzione, il sapere, la conoscenza, sono tra le poche cose che non ti possono togliere, le uniche che possono dare una speranza. Per questo continuo a insegnare, e lo faccio con ragazzi di tutte le età, con chiunque voglia imparare, come vedi in questa classe».

Reparto pediatrico dell’Ospedale centrale di Kandahar. Foto Angelo Calianno.

A Kandahar, in fila per la farina e i legumi

Sono ancora tanti gli «invisibili», quelli che non sono rientrati nei piani di evacuazione di agosto e che non potranno, comunque, mai permettersi il denaro per poter andare via. In alcuni luoghi in particolare, come a Kandahar, la situazione è drammatica.

Kandahar è – e lo era anche prima del ritorno dei Talebani – una delle province più conservatrici dell’Afghanistan. Qui è quasi impossibile vedere una donna adulta che non abbia il viso coperto dal burqa. Anche a Kandahar per muoversi e intervistare qualcuno, ho bisogno di permessi speciali rilasciati dal capo locale dei Talebani che, pure qui, si dimostra particolarmente cordiale nei miei confronti, raccomandandomi di fargli fare «bella figura» quando scriverò.

Come a Kabul, anche a Kandahar la percezione che si ha per le strade non suggerisce una situazione tranquilla. Decine di checkpoint con guardie armate, centinaia di persone in coda ad aspettare gli aiuti: un sacco di farina, un sacchetto di legumi. Le Ong internazionali rimaste qui, a lavorare sono pochissime. Sono ancora presenti la Croce Rossa internazionale e il World food program. Altre organizzazioni come Emergency e Medici senza frontiere cercano di inviare aiuti direttamente negli ospedali ancora funzionanti.

Mi reco al centro di distribuzione del World food program dove una dozzina di uomini scaricano grandi sacchi di farina destinati ai bisognosi.

Abdullah, il responsabile, racconta: «Lavoro qui come volontario da sei anni, ma non ho mai visto così tanta gente aver bisogno di cibo come in questo momento. Le donne che vedi fanno la fila per ricevere un aiuto. Noi le registriamo in modo che nessuno prenda il cibo due volte o prima del proprio turno. Possiamo distribuire un sacco di farina per 250-300 persone al giorno. Al mese sono migliaia, ma continua a non bastare. Sono felice di fare questo lavoro, sto aiutando il mio paese e ne sono orgoglioso, mi chiedo però, senza aiuti come questo del World food program, cosa avrebbe da mangiare questa gente. E, in ogni caso, la sola farina non basta: molti ormai mangiano quasi sempre e solo pane. Vai all’ospedale centrale, lì potrai farti un’idea della gravità della situazione».

Un bambino recita il Corano in una scuola coranica di Kandahar. Foto Angelo Calianno.

Fame e malnutrizione

L’ospedale principale di Kandahar è pieno come mai prima d’ora, chiedo il perché al direttore,

Mirawais: «Prima del ritorno del regime, le strade che collegavano Kandahar a molti villaggi, erano impossibili da praticare perché teatro di scontri tra il governo e i Talebani, o tra Talebani e Isis. Ora queste strade sono riaperte, quindi, tutte quelle persone che non riuscivano a raggiungerci fino a poco tempo fa, ora si riversano qui di continuo, tanto che non abbiamo, come hai visto, più posti letto. Uno dei problemi principali lo abbiamo nel reparto pediatrico, tutti i bambini che vedrai sono ricoverati per problemi dovuti alla malnutrizione. Questa gente non mangia. I genitori hanno cominciato a razionare il cibo, quasi sempre derivati della farina, ma mancano proteine e vitamine».

Entro nel reparto pediatrico accompagnato da un’infermiera. La ragazza batte due colpi alla porta per avvertire le mamme dei bambini di coprirsi testa e volto. I letti sono pochi, alcuni bambini devono dividerlo con altri piccoli pazienti e le loro mamme. Alcuni sono piccolissimi, causa la malnutrizione. Alla nascita sono sviluppati pochissimo. L’odore è tremendo, è sangue rappreso: «Un bambino ha avuto una forte emorragia. Siamo così in emergenza che non abbiamo nemmeno il tempo di pulire», mi confessa un’infermiera.

Secondo il World food program, una persona su tre in Afghanistan soffre la fame e due milioni di bambini vivono in un pericoloso stato di malnutrizione.

Angelo Calianno

Ragazzini nella scuola del villaggio degli Idp, il «villaggio numero 52», fuori Kabul. Foto Angelo Calianno.


Le donne

La forza e il coraggio delle escluse

Le donne afghane sono le più colpite dal ritorno dei Talebani al potere. A parte la questione del burqa, alla maggior parte di loro non è più permesso lavorare.

Kabul. La data del 15 agosto 2021 ha cambiato la vita di molte persone in Afghanistan. Tra le persone a cui è stata totalmente stravolta, ci sono sicuramente le donne. Ricordando quello che accadeva con il regime talebano venti anni fa, ovvero l’obbligo del burqa, le esecuzioni pubbliche, le lapidazioni, le donne sono state le prime ad essere terrorizzate dal ritorno degli estremisti. Molte sono le donne e ragazze, soprattutto attiviste, che hanno trovato rifugio nei paesi europei, Stati Uniti e Canada, ma tante altre sono ancora qui con la voglia di lottare e la paura per la propria vita.

A quasi nessuna di loro è più permesso lavorare: insegnanti, avvocatesse, parlamentari, giornaliste. Di recente, i Talebani hanno dato il via libera (ma soltanto per necessità) al reintegro di alcune di loro in alcuni campi: medici e infermiere nei reparti femminili e pediatrici, ai cancelli di sicurezza per la perquisizione delle donne. Ad altre, come ad esempio negli uffici ministeriali, è permesso entrare solo indossando il burqa (che, almeno per ora, non è obbligatorio sempre e comunque).

Che il cambiamento dei Talebani del 2022 sia falso lo si è visto lo scorso 23 marzo quando le ragazze delle scuole superiori sono state rimandate a casa, producendo sconcerto e lacrime tra le studentesse.

Arzo Amiri, fisioterapista e giocatrice di pallacanestro, al lavoro presso il Centro di riabilitazione della Croce rossa internazionale a Kabul. Fot Angelo Calianno.

Il divieto della pratica sportiva

Ho intervistato diverse donne, ma l’ho sempre dovuto fare in segreto, fingendomi un amico di famiglia che andava a trovarle nelle loro case, spesso accompagnato da altri uomini, ad esempio i fratelli.

Prima del ritorno del regime talebano, le donne afghane eccellevano anche negli sport. In particolare, la squadra femminile di pallacanestro su sedia a rotelle, aveva ottenuto moltissime vittorie nei campionati asiatici. Lo sport aveva dato una seconda occasione a queste ragazze, donne e disabili in un contesto patriarcale. Il successo nello sport, i viaggi per raggiungere i tornei, rappresentavano una grandissima occasione di riscatto. Ora, come per tante altre attività, alle donne non è più permesso praticare sport. Arzo Amiri ha 24 anni. Arzo ha perso una gamba quando era piccola a causa della polio. Oggi è una fisioterapista presso il centro di riabilitazione della Croce Rossa internazionale e, inoltre, una delle migliori giocatrici della squadra di pallacanestro in carrozzina.

«Arzo, fortunatamente tu puoi continuare a lavorare. Essendo la Croce Rossa un’organizzazione internazionale, non devi sottostare alle regole dei Talebani». Arzo conferma: «Sì, è vero. Mi ritengo molto fortunata, soprattutto in questo momento di profonda crisi dove la gente non ha da mangiare, avere ancora un posto di lavoro è un dono». Le chiedo della pratica sportiva che è stata vietata alle donne. «Sono molto triste di non poter praticare più la pallacanestro. Lo sport mi faceva dimenticare di essere disabile. Lì sul campo, tutte su una sedia a rotelle, siamo tutte uguali. E poi, la nostra squadra era molto forte, abbiamo vinto molto e viaggiato per tutta l’Asia».

Arzo e la sua famiglia mi invitano a entrare in casa. Abitano in una parte estremamente povera di Kabul, dove fa molto freddo e i vicoli sono pieni d fango, ghiaccio e neve. Ci sono solo due stanze, una di queste viene usata per tutto: come sala da pranzo, sala da tè e, la notte, con le coperte sul tappeto, diventa una delle camere da letto. Non c’è riscaldamento e spesso manca la corrente. La stanza è illuminata da una lampada a kerosene che funge anche da stufa.

«Ci sono dei momenti in cui mi sento molto depressa – confessa Arzo -. Vivo con i miei genitori, sorelle e fratelli, siamo in dodici. In questo momento sono l’unica a guadagnare qualcosa, dall’arrivo dei Talebani tutti nella mia famiglia hanno perso il lavoro». «Che futuro vedi per te e per i tuoi familiari? Vorresti andare via?», le chiedo. «L’Afghanistan è un paese bellissimo, io però vorrei andare via se ne avessi la possibilità. Non vedo futuro qui e, soprattutto, per me lo sport è una parte fondamentale della mia esistenza e senza il quale non riesco a immaginare la mia vita».

Donna e bambino in attesa di alimenti al centro di distribuzione del Wfp, a Kandahar. Foto Angelo Calianno.

L’esempio di Mahbouba Seraj

Sicuramente in Afghanistan una delle voci femminili più potenti è quella di Mahbouba Seraj, principale attivista per i diritti delle donne afghane e, secondo il settimanale Time, una delle cento donne più influenti al mondo.

Nata a Kabul nel 1948 e nipote del re Khan, Mahbouba Seraj e suo marito vengono arrestati nel 1978, quando la Russia invade il paese. Fugge così negli Stati Uniti, nazione che le dà asilo. Nel 2003, a due anni dalla caduta del regime talebano, decide di tornare in Afghanistan per fondare il primo rifugio dedicato a donne e bambini vittime di violenza. Prima del suo ritorno, la violenza domestica non era nemmeno considerata reato. Incontro Mahbouba Seraj a casa sua.

«Mahbouba, lei era rifugiata negli Stati Uniti, ha un passaporto Usa, cosa l’ha spinta a tornare qui nel 2003?». «Ricordo esattamente il momento in cui ho preso la decisione di tornare. Ci sono state due scene in televisione: una quella della distruzione dei grandi Buddha di Bamiyan. La seconda, atroce, quella di una donna, giustiziata in strada con un colpo di pistola alla testa. Dopo quelle scene, non potevo più rimanere negli Stati Uniti. Appena ho potuto, sono quindi tornata Kabul come donna che voleva proteggere le donne afghane».

«Mahbouba, si sarebbe mai aspettata che i Talebani potessero riprendere il paese così in fretta?». «Debbo essere sincera: no, assolutamente non me lo aspettavo. Per me è stato incredibile. Non sono riuscita a realizzare subito quello che davvero stava accadendo». Le chiedo se abbia intenzione di rimanere qui. «Sì, rimarrò qui. Ora più che mai ci sono tantissime persone che hanno bisogno di me, di organizzazioni come la mia». Domando se si senta in pericolo, se abbia ricevuto delle minacce. «No – risponde -, non mi sento in pericolo e non ho ricevuto alcuna minaccia. Penso di essere ormai un nome troppo conosciuto fuori del paese. Danneggiare me vorrebbe dire attirare troppa attenzione mediatica, soprattutto ora che i Talebani vogliono dare al mondo un’immagine diversa di sé».

«Lei crede che siano davvero cambiati?». «È difficile dirlo. Come si può dimenticare che, chi è al comando ora, è lo stesso gruppo che, fino ad agosto scorso, uccideva migliaia di civili con i suoi attentati? Io non penso che siano cambiati, ma sicuramente sono cambiate le cose. Ora il mondo ha gli occhi su di noi: internet, reporter, social media, fin quando sarà così, per i Talebani sarà impossibile tornare a fare quello che facevano 20 anni fa».

Un bambino paraplegico durante la riabilitazione nel centro della Croce rossa internazionale, a Kabul. Foto Angelo Calianno.

Joe Biden e Ashraf Ghani, delusioni presidenziali

«Torniamo un attimo ai giorni della riconquista talebana. Cosa è accaduto qui, come si è sentita?». «Sono stati giorni folli, soprattutto le prime 48 ore. La gente correva verso l’aeroporto calpestandosi. Sembravano polli a cui avevano tagliato la testa: impazziti. Per me è stato tremendo, soprattutto sentire le parole di Biden, è stato come uno schiaffo in faccia. In una delle sue conferenze stampa, Biden ha detto che il suo istinto gli suggeriva che lasciare l’Afghanistan era la cosa giusta da fare. Quindi, noi ci stiamo giocando la vita e il futuro per il suo “istinto”? È una cosa assurda. Un’altra cosa vorrei aggiungere, prendendomene la responsabilità: il nostro presidente Ashraf Ghani si è comportato da codardo, fuggendo e mettendosi da parte immediatamente. È una cosa che non gli perdonerò mai».

Domando a Mahbouba cosa pensi lei delle migliaia di persone scappate dal paese. «Non la trovo una cosa giusta, è come arrendersi e consegnare il paese nelle mani del regime. Ognuno però è responsabile per la propria vita, non sta a me giudicare quanta paura si può provare in quei momenti. Quello che mi consola – e di cui sono sicura – è che tante persone fuggite non hanno dimenticato l’Afghanistan e anche a distanza, stanno facendo e faranno tanto per aiutare chi è rimasto qui».

«Qual è la situazione delle donne ora e come procede il suo lavoro di attivista dopo questi mesi caotici?». «Purtroppo, al momento non c’è nessun lavoro sul fronte dell’attivismo, nel senso che le priorità sono altre. La gente non ha da mangiare, non ha vestiti per l’inverno, dobbiamo prima di tutto pensare a questi beni essenziali. Io al momento ospito 120 persone nelle mie case rifugio e con il mio team cerchiamo di consegnare cibo e qualcosa di caldo a chi è rimasto nelle zone rurali».

Le chiedo come si possa aiutare l’Afghanistan per provare a cambiare le cose. «Quello che si può fare e continuare a chiedere, ognuno al proprio governo, di monitorare l’Afghanistan e di avere una propria rappresentanza qui: diplomatici, giornalisti, Ong. In questo momento, questa è l’unica speranza che abbiamo per poter arrivare a qualche cambiamento».

«Mahbouba, come vede il futuro della donna afghana?». «È difficile dire che futuro abbiano le donne, soprattutto adesso che a molte di loro è vietato lavorare. Di una cosa però sono sicura: le donne rimaste in Afghanistan e anche le afghane che sono andate via, sono istruite, competenti e coraggiose. Sono certa che, per questo paese, il prossimo cambiamento, la prossima rivoluzione partirà proprio da loro».

Angelo Calianno

Primo piano di Raziya Masumi, afghana rifugiata in Olanda. Foto archivio Raziya Masumi.


Dall’Olanda, Raziya Masumi

Il burqa è la cancellazione dell’identità

Sono tante le donne afghane che vivono all’estero e che si stanno battendo per aiutare le afghane rimaste in patria. Raziya Masumi è una di queste. Avvocatessa, Raziya è andata via da Kabul per studiare, tre anni fa. Oggi vive all’Aia, dove si occupa dei diritti delle donne e soprattutto, in questo momento, di dare sostegno e aiuto a chi non è potuto scappare. Contatto Raziya tramite internet.

Raziya, in questi giorni si è parlato molto dello sport femminile. Ho parlato con alcune sportive a cui non è permesso più praticarlo. Quali sono le motivazioni secondo te?

«Il contesto afghano è molto maschilista. A parte i Talebani, è una società dove il ruolo della donna è sempre stato secondario. I Talebani, così come molti uomini, estremizzano una condizione già esistente. Per loro, come accade per molti lavori, lo sport deve essere un campo esclusivamente maschile. Quindi, vedono la donna come qualcuno che cerca di invaderlo. Negli ultimi 20 anni c’era stata una grande ripresa. Il numero delle donne che studiava è stato crescente di anno in anno. Oggi, di nuovo, sembra che i Talebani vogliano cancellare quasi l’identità della donna afghana. Il burqa, ad esempio: forzare qualcuno a coprire interamente il volto è un tentativo di omologare tutte le donne nello stesso ruolo, senza alcuna distinzione, individualità o identità».

Purtroppo, molte persone sono scappate. Cosa hai pensato quando hai visto, dall’estero, tutta quella gente che correva per salire su un aereo. Pensi che un giorno, una parte di quelle persone vorrà o potrà tornare?

«Le immagini di quei giorni di agosto a Kabul, rimarranno per sempre nella memoria di tutti. È stato un evento tragicamente storico. Ti assicuro però che nessuna di quelle persone avrebbe voluto lasciare l’Afghanistan, noi amiamo il nostro paese. Tutta quella gente si è sentita costretta a scappare per disperazione, per paura. Quelle persone in quel momento non hanno visto nessuna alternativa. Sono sicura che, con le condizioni giuste, quindi se ci fosse la pace e le basi per costruire un futuro, tutti torneremmo in Afghanistan».

L’altra grande migrazione dall’Afghanistan si è avuta durante l’invasione da parte dei russi. Che differenze trovi tra oggi e quei tempi?

«Sono casi molto diversi. Molti di quelli che sono fuggiti 40 anni fa, non avevano nessuna istruzione. Oggi dall’Afghanistan fuggono ingegneri, professori, attivisti, giornalisti. Un altro aspetto importante rispetto a 40 anni fa è l’accesso alle comunicazioni: con i social media e internet oggi tutti possono raccontare la propria storia, mentre sappiamo pochissimo delle persone che sono fuggite in passato».

Sei molto impegnata per la causa delle donne afghane. Come le stai aiutando nel concreto?

«Ricevo decine e decine di telefonate ogni giorno. Cercare di fare qualcosa oggi è molto complicato, anche perché i canali classici di aiuto, come i bonifici bancari o la presenza di Ong sul campo, sono tutti sospesi. Ho creato un podcast che sto trasmettendo qui in Olanda. Ho raccolto la voce di alcune donne che mi raccontano la propria storia. Pian piano, con il mio gruppo, stiamo traducendo queste registrazioni in modo da poterle trasmettere ovunque in Europa, almeno per cominciare. In maniera più immediata poi, stiamo creando una campagna di raccolta fondi online. I fondi raccolti serviranno prima di tutto per beni di prima necessità, in secondo luogo vorremmo supportare gli insegnanti e poter offrire loro uno stipendio e materiale scolastico per gli studenti. I soldi, anche se in maniera lenta, possono adesso essere ricevuti in Afghanistan con Western Union, MoneyGram, ecc. In loco poi abbiamo diversi volontari che si occuperanno della distribuzione».

An.Ca.

Quadro dimostrativo delle varie componenti di una protesi presso il Centro di riabilitazione della Croce rossa internazionale, a Kabul. Foto Angelo Calianno.


 

Ha firmato questo dossier

Angelo Calianno – Laureato in storia antica, è reporter e fotografo freelance. Ha viaggiato in America Latina, Africa, Asia e Medio Oriente, specializzandosi in conflitti riguardanti l’estremismo islamista. Collabora con molte riviste italiane tra cui Missioni Consolata. All’estero lavora soprattutto per Byline Times. Il suo sito è: www.senzacodice.com.

Dossier a cura di Paolo Moiola.

Un gruppo di uomini si riposa dopo aver scaricato centinaia di sacchi di farina destinati ai bisognosi presso il centro di distribuzione del Wfp. Foto Angelo Calianno.

La bandiera ufficiale dei Talebani, tornati al potere in Afghanistan.