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Libia: Le macerie della guerra

Viaggio nella città fantasma dei neri di Tripolitania


Una città abitata da discendenti degli schiavi. Una popolazione che durante la guerra si è schierata dalla parte sbagliata. Tawargha ha pagato tutto questo con l’annientamento della sua comunità. Vediamo cosa è successo durante la guerra e che ne è oggi.

Siamo a Misurata, nel luglio 2012. Ciccio è ossessionato dal ricordo del suo chihuahua. Si chiamava Alex: un omaggio al suo idolo calcistico Alessandro Del Piero. Alex è morto nella primavera del 2011, nella fase più calda della guerra civile libica. Terrorizzato dal colpo di un mortaio esploso vicino casa, aveva cercato rifugio in una grondaia nella quale era rimasto incastrato. Ciccio lo ha trovato lì, morto.

«Il cuore di Alex – ricorda Ciccio – non resistette allo stress di quei giorni. A Misurata non faceva altro che piovere piombo».

Ciccio è di Misurata, una delle città che più hanno dato filo da torcere agli uomini di Muammar Gheddafi. La sua famiglia conta ben nove martiri della rivoluzione. La perdita di tutti quei parenti lo aveva scosso, ma non così tanto da indurlo a imbracciare un fucile per vendicarli e liberare la Libia da Shafshufa (Ricciolone), come veniva chiamato sottovoce il Rais. È stata la perdita di Alex a sancire l’inizio del nuovo corso rivoluzionario di Ciccio.

«Vedere il mio Alex morto di crepacuore fece scattare qualcosa in me. Era la creatura più innocente sulla faccia della terra. Montò in me una collera mai provata prima e il giorno seguente ero già un thuwar (rivoluzionario)».

Murad – il vero nome di Ciccio – ha 27 anni. Ciccio è il soprannome che i suoi compagni d’armi gli hanno affibbiato quando si è presentato alla qatiba (brigata) cui appartenevano alcuni dei suoi cari perduti in combattimento. L’ingombrante stazza di Murad, sommata alla diffusione della lingua italiana in Libia, non ha lasciato scampo al ragazzo: il nome di battaglia «Ciccio» è stato un plebiscito.

Ciccio il miliziano

Da oltre un anno Ciccio fa parte della qatiba misuratina Malik Idris, in onore di re Idris, detronizzato nel 1969 a seguito del golpe di Gheddafi.

Il quartier generale della Malik Idris si trova all’ingresso Ovest di Misurata, sullo stradone che collega la città alla capitale Tripoli. L’intero compound è circondato da scheletri di carri armati e pick up andati distrutti durante la guerra.

È luglio inoltrato, il caldo è asfissiante e le prime ombre della sera non portano alcun refrigerio. È finalmente arrivata l’ora della rottura del digiuno del Ramadan. Un’unica scodella con del latte di mandorla viene fatta girare tra i miliziani e il primo a poggiarci le labbra è Ali, il capo della Malik Idris.

Poco più che quarantenne, fisico asciutto e baffi neri, Ali apre la busta di datteri da distribuire ai suoi. «Guai a te se te li mangi tutti come l’ultima volta», intima Ali al povero Ciccio. «È un bravissimo ragazzo, ma ha un chiodo fisso: quel chihuahua. Mi chiedo come possa piacere tanto una bestia del genere».

Incurante, Ciccio caccia dalla tasca dei jeans un Nokia malconcio sul cui display c’è una foto che lo ritrae con Alex in braccio. «Lui è dalla mia parte. Mi porta bene! Se sono sopravvissuto a Shafshufa è anche un po’ merito suo». Bacia lo schermo del cellulare come se fosse una reliquia.

La guerra è ufficialmente finita da quasi un anno. Tutto fa sperare al meglio per la nuova Libia hurra (libera). Ma nessuno vuole abbandonare le armi, e la qatiba Malik Idris non è da meno. Ali e i suoi uomini vogliono dimostrare cosa fanno i rivoluzionari in tempo di pace.

L’appuntamento è per l’indomani all’alba. I thuwar, puntualissimi, si fanno trovare già con i motori accesi a bordo di due pick up tirati a lucido. Saldata sui cassoni, l’immancabile artiglieria contraerea.

Oltre a Ciccio e ad Ali, ci sono Mohamed, cinquantenne capo in seconda; Salam, appena diciottenne; Abdul-Kareem, trentenne; Amir, l’undicenne primogenito di Ali che maneggia il kalashnikov con la destrezza di un veterano. I thuwar, in tre per vettura, sono eccitatissimi. «Si va a caccia di negri a Tawergha», annuncia con un ghigno Ali.

Città fantasma

Tawergha, distante una quarantina di chilometri da Misurata, è stata ridotta a un cumulo di macerie dalla furia della qatiba di Misurata. Prima della rivoluzione del 2011 era abitata dai circa 35mila neri discendenti degli schiavi condotti in Libia nel corso del XVIII secolo. Oggi è deserta.

Gheddafi aveva piazzato ad hoc molti tawergha (pure il nome degli abitanti, ndr) agli alti ranghi dell’esercito e della pubblica amministrazione. Durante la guerra, Tawergha era stata anche la base di lancio dei missili governativi Grad che avevano messo in ginocchio Misurata.

«Odiamo i negri tawergha – afferma senza giri di parole Mohamed – perché stuprarono le donne misuratine durante la guerra. Per questo ci siamo scatenati contro di loro».

Mohamed, Salam e Ciccio, l’equipaggio del pick up che fa da apripista, giurano di non avere in famiglia casi di donne violentate.

Difficile arrivare a un numero approssimativo delle presunte violenze sessuali perpetrate dai tawergha. L’Onu non dispone di dati attendibili. A Misurata c’è chi sostiene di avere visto i video degli stupri scovati nei cellulari confiscati ai prigionieri tawergha, ma sono immagini che con ogni probabilità non verranno mai utilizzate come prova davanti a un tribunale, soprattutto per la reticenza dei familiari delle vittime.

Tawergha è una città fantasma. Mohamed ha una mano sul volante e l’altra sul kalashnikov. Appena scorge in lontananza un cagnone nero che rovista tra i rifiuti in cerca di cibo, lo punta, si scaglia contro di lui a tutta velocità, caccia fuori dal finestrino del pick up l’arma e fa fuoco con la mano sinistra, non la sua preferita. «Sarà appartenuto a un tawergha e quindi è un cane tawergha», urla e digrigna i denti. Manca di parecchio il bersaglio. A tutta velocità i pick up percorrono quella grande groviera che è diventata la città. Inchiodano davanti a una villetta danneggiata esternamente dal fuoco e disabitata. «È questa qui. Dai, rapidi», urla Ali.

Ha inizio lo spettacolo: Ali fa fuori due caricatori contro la credenza della cucina e un frigorifero malandato; Mohamed mette in fila delle bottiglie, e questa volta centra ogni bersaglio al primo colpo; con una spranga di ferro Abdul-Kareem si scaraventa contro le pale di un ventilatore da soffitto; Salam sfonda a calci le ante di un armadio nella camera da letto dei bambini; il piccolo Amir raggruppa dei giornali ingialliti e gli dà fuoco senza riuscire ad appiccare un incendio: «La benzina! Dovevo portare la benzina!»; Ciccio urina sulle foto di famiglia trovate in un ripostiglio.

Il tutto dura più di mezz’ora. Ali prende una mappa di Tawergha e con un pennarello fa una croce sul punto dove è segnata la villetta. «Ogni volta che visitiamo una casa – sorride il capo – la segniamo qui. Ci manca poco per passare al setaccio tutta la città».

I tesori dei Tawergha

Ciccio sussurra qualcosa all’orecchio di Ali. «Ok ma fa presto. E se trovi qualcosa voglio la mia parte», gli risponde il comandante. Ciccio afferra una pala dal cassone del pick up e comincia a scavare davanti l’uscio della villetta vandalizzata. Secondo una recente leggenda, durante la guerra, al momento della fuga dalla città, i tawergha avrebbero scavato delle buche all’ingresso di casa seppellendo oggetti preziosi per non farli finire nelle mani dei thuwar. E, vuole sempre la leggenda, i tawergha approfitterebbero delle tenebre per recuperare i loro tesori.

Ciccio raggiunge il gruppo a mani vuote e tutto sporco di terra. Il goffo miliziano emana una puzza di sudore acido che fa subito scattare le battute impietose dei suoi compagni. Ripone la pala nel cassone e sbuffa sonoramente. È tempo di ripartire. Per i 250 chilometri che dividono Tawergha da Tripoli, disseminati di posti di blocco delle milizie, quasi non viene proferita parola. La sete e la fame del Ramadan si fanno sentire.

Essere nero in Libia

La tappa successiva è il campo per sfollati di Fellah, alle porte della capitale. Prima della guerra questo era il cantiere di una clinica privata. Oggi sono rimasti solo una quindicina di container utilizzati per ospitare i tawergha scappati dalla loro città. L’Onu presta una modestissima assistenza a circa mille sfollati della città fantasma che non hanno potuto trovare una soluzione più dignitosa, magari all’estero. La «sicurezza» è gestita dai thuwar. Non è un’impresa semplice convincere Ali e la sua truppa a rimanere al di fuori della recinzione. Vogliono assistere ai colloqui con gli sfollati. «Quei negri – sbotta Mohamed – raccontano un sacco di balle. Sono delle serpi, negano di avere violentato le figlie di Misurata». Ma alla fine desistono e optano per un riposino all’ombra di una palma.

Gli anziani tawergha sono tutti riuniti sotto un tendone. «Non abbiamo nulla da perdere, ci ammazzassero pure quei cani. Questa non è più vita per noi», esordisce Houssein, 73 anni, maestro di scuola elementare in pensione, che durante la guerra ha perso sette dei suoi undici figli. «Essere nero in Libia oggi vuol dire essere un uomo morto. È vero, Tawergha è rimasta fedele a Gheddafi fino alla fine. Ma che potevamo fare?».

«Siamo cittadini libici – interviene Omar, 68 anni, che a Tawergha aveva un piccolo ristorante – e abbiamo dei diritti che vengono calpestati di continuo. Gli stupri delle donne ci sono stati da una parte e dall’altra. E poi, dato che siamo neri, ci associano ai mercenari africani assoldati da Gheddafi».

Una donna spinge la sedia a rotelle di Samir, 27 anni. L’uomo è in queste condizioni da quasi un anno. Fuggiva da Tawergha insieme al fratello maggiore Yoosuf. I due sono incappati in una qatiba misuratina. I miliziani hanno pestato a sangue i due fratelli fino a spaccare loro le ossa di braccia e gambe. L’ultimo colpo in testa, sferrato con una mazza di legno, è stato letale per Yoosuf. Samir ha visto un solo dottore dopo settimane dall’aggressione, troppo tardi per ricomporre le fratture riportate.

Il tempo a disposizione al campo di Fellah è terminato. È Ciccio a comunicarlo, indicando col dito l’orologio al polso. Una volta varcata l’uscita, senza dire nulla, Ciccio corre indietro verso gli anziani tawergha. Visto da lontano, il miliziano sembra usare modi gentili nei loro confronti. Ma la cortesia dura ben poco: Ciccio comincia a imprecare contro di loro, arrivando a puntargli contro il kalashnikov. «Non mi hanno voluto dire dove hanno sepolto i loro tesori. Gli ho pure proposto che avremmo potuto fare a metà, che l’oro l’avrei recuperato io. Sono furbi quei negri, vogliono tenersi tutto per loro».

Aprile 2021

Dopo nove anni dal nostro viaggio, ci domandiamo come sia la situazione della città di Tawerga oggi, se continua a essere una città fantasma o meno. Riusciamo a contattare due tawergha. Non è stato facile. Hanno accettato di parlare a patto di rimanere nel più assoluto anonimato. Sono due cugini di Tawergha, dal 2011 residenti a Tripoli.

Raggiunti via Skype, si mostrano in video con delle sciarpe che coprono la parte inferiore del volto. Hanno gli occhi scavati e una profonda stempiatura. Sembrano avere più anni di quelli dichiarati, 33 e 36. Si percepisce subito che i due uomini sono molto affiatati: uno termina le frasi dell’altro.

Spiegano che la tregua stipulata nel 2019 tra Misurata e Tawergha sembra tenere, e che da allora circa 4mila persone hanno fatto ritorno alla città fantasma. «Noi abbiamo deciso di vivere in capitale ma abbiamo alcuni parenti che hanno preferito riappropriarsi delle loro case. Non è un’impresa facile rimettere in piedi una montagna di macerie, specialmente quando i fondi a disposizione sono scarsissimi».

Il governo di Fayez al-Serraj ha stanziato circa 100 milioni di dinari (circa 18 milioni di euro) per la ricostruzione di Tawergha e i risarcimenti ai familiari delle vittime di Misurata morte in battaglia contro i tawergha. «Non è chiara la distribuzione di questo denaro e se realmente è arrivato a destinazione», si fanno eco i due cugini.

Le uniche attività commerciali che hanno riaperto a Tawergha sono negozi di alimentari e qualche ferramenta. «Per qualsiasi altro prodotto bisogna mettersi in macchina e raggiungere Misurata, con il rischio di essere presi a schiaffi solo per il colore della pelle, oppure andare a Tripoli. Che razza di vita può mai essere questa?».

Il neo governo di Mohamed al-Menfi (in carica dal 15 marzo scorso, ndr) si è detto interessato alla rinascita di Tawergha. «È giusto dargli il tempo di lavorare, ma non vogliamo farci troppe illusioni. Tutti sanno ciò che ha dovuto subire la nostra gente, peggio di come siamo stati trattati dalla cacciata di Gheddafi non può certo andarci».

Dalla fine della guerra, la maggior parte dei tawergha si è stabilmente stanziata a Tripoli e Bengasi. Persone che sono riuscite, tra mille difficoltà, a ricostruirsi una parvenza di vita normale grazie a lavori umili. Gli stessi due cugini, ai bei tempi di Tawergha geometra e titolare di una ditta di spedizioni, attualmente sono impiegati come netturbini con una paga da fame.

«Quelli che sono tornati non vogliono parlare, temono rappresaglie. Non crediamo che Tawergha si ripopolerà più come una volta. Ormai quello è un luogo di dolore, non è rimasto nulla di buono lì. Neanche i tesori di cui tanto hanno parlato i thuwar di Misurata».

Luca Salvatore Pistone