Vieni e vedi

La comunicazione è un’esperienza d’incontro che coinvolge chi la vive, crea relazioni, cambia la vita. «Per poter raccontare la verità della vita è necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto». Queste parole di papa Francesco, all’inizio del suo messaggio «Vieni e vedi» per la 55ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che celebriamo il 16 maggio, domenica dell’Ascensione, ci provocano. Il papa invita noi comunicatori a «consumare le suole delle scarpe» per non «fare dei giornali fotocopia» e a «incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni».

Mi ha intrigato il fatto che per parlare del complesso mondo della comunicazione il papa abbia usato le parole che Filippo ha rivolto a Natanaele per portarlo a incontrare Gesù (Gv 1,46). «Vieni e vedi» è «l’invito che accompagna i primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli, è anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana». L’invito a «vedere» non è casuale, dato che nel linguaggio biblico ci sono molti modi di vedere: da quello fisico e basilare con gli occhi, al vedere con la mente, quindi approfondire e teorizzare, al vedere intenso che diventa contemplazione e adesione di fede e quindi relazione viva, per arrivare, infine, alla visione mistica.

Oggi la comunicazione è molto centrata sul vedere: grazie a un complesso e diffuso sistema multimediale, possiamo vedere gioie e dolori, bellezze e orrori di ogni angolo del mondo, uno spettacolo senza fine che accompagna i nostri pasti, riempie la nostra noia, rende lieve la nostra solitudine, allarga illusoriamente gli orizzonti della nostra stanza. Vediamo fisicamente, spesso senza coinvolgimento, se non superficiale. Inoltre, sovente, vediamo solo quelle cose che ci confermano nelle nostre idee, senza metterci in discussione. I mezzi che usiamo, poi, ci travolgono come un fiume in piena: da un’immagine a un video a un post a una pubblicità, in modo martellante. Così che non pensiamo, ma, appena ne abbiamo la possibilità, compriamo anche se non abbiamo davvero bisogno. Vedere sì, tanto e in fretta, come dai finestrini di un treno.

Certo, non mancano i contenuti eccellenti che permettono di passare dal vedere al pensare e dal pensare all’agire, ma quanta fatica e determinazione richiedono.

Il «vedere» di cui parla papa Francesco ha un altro spessore. È il vedere che diventa coinvolgimento, immedesimazione, incontro. È un vedere che ti fa uscire verso una realtà che ti interpella. Che domanda il tuo tempo, la tua mente, il tuo cuore. Un vedere che stimola ad approfondire per capire. Se poi capisci, non puoi restare neutrale e indifferente. Il vedere diventa allora «conversione» e azione, il «consumare le scarpe». «Vedere, giudicare e agire», un trinomio inseparabile.

A servizio di questo modo di «vedere» si pone MC, insieme a tutte le altre riviste missionarie che, ostinatamente, continuano a presentare una visione del mondo non conforme alle logiche della comunicazione dominante. Nella povertà dei nostri mezzi, abbiamo un vantaggio: quello di avere tanti «giornalisti» su terreno, persone che si «consumano le scarpe e sporcano le mani» e condividono «l’odore delle pecore». Corrispondenti sui generis, naturalmente, perché non sono iscritti all’ordine dei giornalisti, ma che vivono di comunicazione e che spingono noi, che invece cerchiamo di metterci la nostra professionalità, a scrivere con amore e verità dei popoli del mondo, con rispetto e partecipazione, soprattutto verso i poveri, i perseguitati, gli emarginati, esiliati e profughi. Per dare voce a chi non ha voce.

Ringraziamo tutti coloro che con noi condividono queste scelte sia continuando a sostenerci e a leggere queste nostre pagine fitte fitte che vanno digerite pian piano, sia continuando ad aiutare, spiritualmente e materialmente, i nostri missionari sul campo.

«Venite e vedete», vogliamo portarvi a incontrare i volti dei grandi e dei piccoli del mondo, nella realtà bella e dura della vita. La nostra, è una scelta di parte. Lo ammettiamo, abbiamo una preferenza: i poveri e gli ultimi.

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