La storia non si cancella: fino al 1842, Hong Kong apparteneva alla Cina. Nel 1997 è tornata sotto il controllo di Pechino con uno status speciale. Un modello oggi compromesso dalle rivolte popolari e dal pugno duro della Cina.
Nel 1842, a Nanchino, Gran Bretagna e impero cinese firmarono un accordo che poneva termine alla prima guerra dell’oppio iniziata tre anni innanzi. Londra impose alla Cina l’apertura di porti tramite cui le compagnie vittoriane avrebbero potuto commerciare con l’entroterra e il Pacifico, il pagamento dei danni di guerra, un risarcimento per l’oppio confiscato agli inglesi e, soprattutto, la cessione definitiva e perpetua dell’isola di Hong Kong.
Il trattato di Nanchino fu il primo di una lunga serie di accordi iniqui che, con l’intervento di altre potenze occidentali (coinvolsero anche Giappone e Corea), segnarono l’inizio della dominazione britannica sulla regione di Hong Kong. Nel 1860 la Union Jack sventolò anche su Kowloon (l’area settentrionale), e nel 1898 il Regno Unito ottenne, con la seconda convenzione di Pechino, anche il controllo sui cosiddetti Nuovi Territori, questa volta concessi in affitto a Londra per 99 anni. Solo nel 1984 il premier cinese Zhao Ziyang e il primo ministro britannico Margareth Thatcher si accordarono affinché l’affitto fosse esteso su tutta la colonia. Londra avrebbe quindi rinunciato al possesso dell’intera area di Hong Kong una volta scaduto il contratto (1898-1997). Da parte sua, la Cina promise di concedere a tutti i territori di cui avrebbe ripreso possesso ampia autonomia secondo un modello ideato dal presidente Deng Xiaoping, denominato «un paese, due sistemi». Secondo questa formula, la «regione ad amministrazione speciale di Hong Kong» (Hong Kong special administrative region, Hksar) sarebbe stata sottoposta alla sovranità cinese. Pechino avrebbe controllato la politica militare e estera, mentre il governo locale avrebbe amministrato la regione secondo criteri di autonomia economica, giuridica e istituzionale per cinquant’anni a partire dal 1° luglio 1997, giorno in cui Hong Kong sarebbe stata riconsegnata alla Repubblica popolare cinese.
Un pendolare legge una copia del Apple Daily su un treno di Hong Kong l’11 agosto 2020, il giorno dopo l’arresto di Kong Jimmy Lai, proprietario del quotidiano, magnate dei media e sostenitore dei movimenti pro-democrazia. Due settimana dopo, il 26 agosto, vengono arrestati anche due deputati dell’opposizione. Foto di Isaac Lawrence / AFP.
La «legge di base»
Venne redatta la Hong KongBasic law – legge di base, una sorta di Costituzione -, che avrebbe dovuto garantire ai cittadini dell’ex colonia britannica i diritti concepiti nel 1984. Il governatore avrebbe assicurato il rispetto della legge sotto il controllo di un Consiglio esecutivo e di un apparato giudiziario che operavano in piena indipendenza. Per alcuni versi la Basic law funzionò, seppur a singhiozzo: gli abitanti di Hong Kong godevano di diritti che ai loro concittadini in altre regioni della Cina erano negati o ristretti. Le libertà di stampa e di critica venivano rispettate, compresa la possibilità di manifestare contro le decisioni del governo locale o di ricordare la repressione di Tienanmen avvenuta nel 1989. Pechino, seppur storcendo il naso, sopportava.
Del resto, anche la Hong Kong britannica non era stata un esempio di democrazia: allo sfrenato liberismo economico si contrapponeva una legge coloniale che impediva alla quasi totalità della popolazione di partecipare alle elezioni. Questa segregazione politica venne ereditata e perpetuata da Pechino: nonostante la Basic law preveda che a Hong Kong ci sia il suffragio universale, ancora oggi meno dell’1 % dell’elettorato (circa milleduecento persone) ha diritto a scegliere il governatore tra una rosa di candidati che deve essere preventivamente approvata dal governo centrale. Anche i diciotto consigli distrettuali in cui è divisa la Hksar, che dovrebbero consentire ai cittadini una partecipazione amministrativa, sono visti con sospetto dagli abitanti in quanto vengono considerati alla stregua di tentacoli di Pechino per tenere sotto controllo politico la regione.
Forze di polizia schierate per le strade di Hong Kong per contrastare i manifestanti. Foto di Etan Liam.
La protesta e l’avvento di Xi jinping
Dopo il 1997, a differenza di quanto accadeva nel periodo britannico, i cittadini di Hong Kong iniziarono a interessarsi maggiormente alla politica e a impegnarsi nel controllare l’operato del governatorato.
Il Partito comunista cinese tentò in più modi di entrare a far parte di questo interesse cercando di indirizzare i movimenti giovanili verso la propria ala, ma tutti questi sforzi non produssero risultati.
Nel 2014 le prime proteste del movimento Occupy iniziarono a scuotere la vita sociale di Hong Kong. Il motivo delle contestazioni verteva sulle nuove norme introdotte da Pechino riguardo la candidatura e l’elezione del governatore che, una volta scelto, prima di entrare in carica avrebbe dovuto essere approvato dal governo centrale. Era una chiara violazione della Basic law, ma qualche mese prima, in occasione dell’anniversario delle proteste studentesche del 4 maggio 1919, Xi Jinping, da poco eletto presidente della Repubblica popolare, aveva tenuto un discorso all’Università di Pechino affermando che «Prosperità, democrazia, civiltà e armonia sono i valori richiesti a livello dello stato; libertà, uguaglianza, giustizia e governo della legge sono i valori richiesti a livello della società; patriottismo, dedizione al lavoro, affidabilità e amicizia sono i valori richiesti a livello del cittadino».
Carrie Lam, la controversa governatrice di Hong Kong. Foto di Seb Daly / RISE via Sportsfile
Parlando agli studenti di Pechino, Xi Jinping lanciava un segnale anche ai giovani di Hong Kong: era il primo passo verso quella che sarebbe stata la nuova politica di Pechino verso la Hksar. Separando democrazia, potere legislativo e giudiziario, Xi Jinping poneva le basi per un cambio radicale nei rapporti con l’ex colonia britannica. Al popolo (cittadino) era chiesto solo di essere fedele ai principi di unità (patriottismo), lealtà (affidabilità) e armonia (amicizia). La politica doveva essere lasciata al partito. Non a caso, sempre nello stesso discorso, Xi ricordava le guerre dell’oppio, le stesse che portarono alla cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna, come causa prima della disgrazia nazionale.
I princìpi cinesi dovevano essere rispolverati e rivisti in chiave moderna, così come il confucianesimo, il ruolo del funzionario e del Partito comunista. Il primo (confucianesimo) garantiva le virtù tradizionali su cui la nuova Cina doveva puntellare la propria rinascita, mentre il funzionario, legato indissolubilmente al partito, doveva assumere un ruolo di guida. Un nuovo timoniere.
E Xi Jinping incarnava questa figura di novello timoniere: il 1° ottobre 2019, settantesimo anniversario della proclamazione della Repubblica popolare cinese (1949), si presentò indossando la casacca maoista. Accanto a lui c’era Carrie Lam che, dal 2017, proprio grazie a quella legge contestata dal movimento Occupy, era governatrice di Hong Kong e fedelissima di Xi.
Era il compimento di un percorso iniziato nel 2014, rafforzato nel 2017 quando il XIX Congresso del Pcc aveva ufficializzato il «Pensiero di Xi Jinping», e che nel 2018 aveva trovato la sua apoteosi legale con l’emendamento costituzionale che poneva un uomo solo al comando della nazione.
Xi Jinping si poneva, dunque, come l’anello di congiunzione tra la Cina socialista di Mao Zedong e la Cina prospera ed economicamente forte di Deng Xiaoping. Questa saldatura non poteva che unire anche Hong Kong alla madrepatria ancora più saldamente di quanto fosse stato fino ad allora.
Un gruppo di manifestanti pro-Cina festeggia con bandiere e brindisi l’approvazione della legge cinese sulla sicurezza nazionale (30 giugno 2020). Foto di Anthony Wallace / AFP.
La legge di estradizione
Nel febbraio 2019 Carrie Lam propose una legge sull’estrazione che allargava anche alla Repubblica popolare la possibilità di estradare cittadini colpevoli di reati gravi quali omicidio, violenza sessuale, ma non per reati a sfondo economico e politico.
Gli studenti iniziarono a scendere in piazza temendo che la legge potesse essere usata da Pechino per richiedere l’estradizione di dissidenti politici rifugiatisi a Hong Kong o per limitare i diritti umani e politici dei cittadini della Hksar.
A fine 2015 l’autonomia giuridica e istituzionale di Hong Kong era già stata scossa con la scomparsa di cinque importanti librai della città di cui, in seguito, si seppe erano detenuti in prigioni cinesi, con il divieto di pubblicare vignette satiriche riguardanti il corpo della polizia e l’appello fatto alla televisione locale, la Rthk, di non trasmettere interviste inerenti ai diritti umani. Logico, quindi, che la legge sull’estradizione scalfisse ulteriormente quell’idea di autonomia regionale tanto cara ai suoi abitanti. In più, la governatrice Carrie Lam era vista come l’alter ego di Xi Jinping. Il suo passato politico l’aveva vista confrontarsi duramente con i leaders del movimento Occupy chiudendo ogni forma di dialogo. Già da allora, ancora prima di essere eletta a governatrice, era chiaro che la sua politica era di applicare alla lettera i precetti dell’«Arte della guerra» di Sun Tzu: non battersi mai direttamente contro i nemici lasciando piuttosto che si fiacchino da soli.
La legge venne poi ritirata il 23 ottobre 2019, ma nel frattempo i manifestanti avevano allargato le loro richieste chiedendo le dimissioni di Lam, il suffragio universale per l’elezione del Consiglio legislativo e del governatore, il rilascio dei manifestanti arrestati, un’inchiesta sulle violenze perpetrate dalla polizia.
Ormai, però, il dado era stato tratto: le riforme cinesi erano state avviate e Xi Jinping non aveva intenzione di arrestarle.
La pandemia da Sars-CoV-2 ha dato inaspettatamente una mano ai governi di Pechino e Hong Kong togliendo i manifestanti dalle piazze per poi lasciare via libera al varo – a fine giugno 2020 – della contestatissima «Legge di sicurezza nazionale» e, infine, posticipare di un anno le elezioni legislative previste inizialmente per il 6 settembre.
Joshua Yong, il giovanissimo (è nato nel 1996) leader dei contestatori, mostra la domanda di candidatura alle elezioni; successivamente, queste sono state posticipate dalle autorità di un anno (al 5 settembre 2021) adducendo a motivo il Covid-19. Foto di Anthony Wallace / AFP.
Giugno-agosto 2020: la legge e gli arresti
Proprio la Legge sulla sicurezza nazionale, redatta in tutta segretezza quando il governo centrale aveva capito che le idee del partito comunista non avrebbero potuto attecchire in un substrato culturale arato e fertilizzato da decenni di liberismo economico, ha riavviato le polemiche dell’opposizione dividendo nettamente il mondo politico internazionale. I paesi occidentali, con Regno Unito e Stati Uniti in testa, hanno fortemente criticato la legge, i paesi asiatici, africani e alcuni latinoamericani guidati dalla Russia, l’hanno invece appoggiata.
I 66 articoli della legge, il cui contenuto non era noto neppure a Carrie Lam sino alla sua ufficializzazione, racchiudono punti che puniscono con la prigione a vita reati più gravi come il tentativo di minare l’autorità del governo centrale, il terrorismo (la cui voce comprende anche il danneggiamento dei trasporti pubblici), la cooperazione con forze straniere e la secessione. Tutti coloro che si rendono colpevoli dei crimini ascritti alla legge, potranno essere processati in Cina, e Pechino si riserva anche il diritto di decidere l’interpretazione della legge in caso questa non sia chiara. A Hong Kong si stabilirà un ufficio di sicurezza con personale cinese sotto l’autorità del governo centrale e nella Commissione di sicurezza nazionale di Hong Kong un posto sarà riservato a un consigliere nominato da Pechino.
Queste misure hanno portato molti analisti a definire chiusa la stagione «un paese, due sistemi» e convinto alcuni dei leader della rivolta a sciogliere i loro movimenti. È stato il caso, ad esempio di «Demosistō», fondato il 10 aprile 2016 da Joshua Wong (nato nel 1996) e Agnes Chow (anche lei del 1996), ufficialmente sciolto il 30 giugno 2020.
Da parte sua, la Cina – e con essa Carrie Lam – afferma che nulla è cambiato e cambierà nella legislazione dell’Hksar ammonendo i governi critici verso il suo operato, di non interferire con gli affari interni.
E proprio l’accusa di collaborazionismo con organizzazioni straniere è stata usata per compiere il primo arresto eccellente in ottemperanza alla legge. Il 10 agosto è stato infatti incarcerato Lai Chee-Ying, meglio noto come Jimmy Lai, editore e finanziatore di numerosi gruppi pro democrazia e proprietario della famosa catena di abbigliamento Giordano. Il 26 agosto e il 6 settembre sono stati arrestati molti altri oppositori.
Un incredibile alveare d’abitazioni, l’altra faccia della metropoli asiatica. Foto di Philippssal – Pixabay.
La tecnologia contro la galassia del dissenso
A proposito dell’interferenza straniera, i media pro Cina sono andati a nozze quando una sparuta, ma organizzata, minoranza di manifestanti ha invocato l’intervento di Trump-Usa-Gran Bretagna a difesa della democrazia ad Hong Kong sventolando bandiere a stelle e strisce o del Regno Unito. La stampa occidentale ha dato a questi gruppuscoli più peso di quanto ne abbiano avuto localmente, ma in questo modo Pechino ha avuto buon gioco nel presentare l’intero movimento di protesta come diretto e orchestrato dall’esterno.
In realtà, le anime dell’ondata di dissenso che sta ancora oggi agitando le acque del «porto profumato» (questo il significato del nome «Hong Kong») sono molteplici: dagli ultraliberisti agli ultranazionalisti, dai gruppi di «sinistra» ai nostalgici del colonialismo. Non vi è un vero e proprio centro direzionale, una leadership univoca: tutto è atomizzato, un’onda fatta da miriadi di gocce che si infrange contro gli scogli dei due poteri che regnano a Hong Kong: quello centrale di Pechino e quello locale. Non esiste neppure una linea programmatica: tutto si decide tramite Facebook, WeChat, WhatsApp, Line e l’agenda è decisa ora per ora.
«Siamo acqua, siamo hongkongers!», è il motto che unisce la maggior parte dei movimenti. Adattarsi alle situazioni istante per istante per essere pronti a penetrare i più piccoli anfratti e, da lì, proprio a causa di questa estrema mobilità e difficoltà di prevederne le mosse, le autorità hanno predisposto una delle più sofisticate reti di riconoscimento facciale e di tracciatura al mondo, collegandosi al modello già in uso nello Xinjiang e in altre provincie più delicate della Cina. Ecco, dunque, il motivo dell’accanimento dei dimostranti contro le telecamere e le webcam che tutto registrano e tutto controllano ad Hong Kong.
Nel frattempo, un’altra nazione, la cui storia condivide un passato travagliato con la Repubblica popolare, sta guardando con interesse ciò che accade nell’ex colonia britannica: Taiwan. Se davvero – come affermano molti analisti – il modello «un paese, due sistemi» sta fallendo ad Hong Kong, l’unificazione di Taipei con Pechino potrebbe allontanarsi ancor più di quanto sia distante attualmente.
Piergiorgio Pescali
Una spettacolare veduta della Hong Kong notturna. Foto di Skeeze – Pixabay.
Verso la fine (At 20,1-22,21)
testo di Angelo Fracchia |
Luca, negli Atti degli Apostoli, ci ha portati a scoprire che cosa è accaduto nei primi tempi della Chiesa, ma ci ha indicato anche che cosa, dentro quel cammino, era da preferire, e soprattutto ci ha indicato che la guida di quei passi era lo Spirito Santo.
Luca ha poi progressivamente messo al centro della scena Saulo di Tarso, un fariseo che, dopo aver perseguitato i cristiani, era diventato uno di loro e, più tardi, aveva iniziato a farsi chiamare Paolo, insistendo per aprire la porta della Chiesa ai non ebrei.
Ci sono state persecuzioni e intoppi, ma dentro a un cammino globale di crescita.
Da lettori potremmo esserci anche dimenticati che il progetto di testimoniare Gesù fino ai confini della terra (At 1,8) non è ancora realizzato. Ma ci aspetteremmo di essere condotti verso un lieto fine. E invece Luca ha ancora sorprese in serbo.
Non ce lo aveva detto
Il percorso della Chiesa dei primi decenni non è stato trionfale. Certo, un lettore distratto potrebbe vedervi soltanto successi, ma Luca ha lasciato intuire che, nonostante le persecuzioni risolte con liberazioni inattese (At 5,17-40), ci sono anche state vittime (Stefano: At 7,57-60; Giacomo: At 12,2) e profughi (At 8,1). Lo stesso lettore potrebbe vantarsi della condivisione di tutti i beni (At 4,32-35), ma non tutti la rispettavano (At 5,1-10), e alcuni cristiani venivano discriminati persino da altri credenti (At 6,1). In quanto a Paolo, egli è il grande campione dell’annuncio ai non ebrei, ma oltre alle molte persecuzioni da parte di giudei, ha dovuto anche affrontare tensioni importanti all’interno della comunità (At 15,1-2). Su queste ultime, peraltro, Luca glissa.
Nel punto in cui racconta del ritorno di Paolo dal terzo viaggio, però, Luca fa intuire che sta per accadere qualcosa di pesante. Senza le lettere di Paolo, forse non capiremmo fino in fondo che cosa è davvero successo, ma grazie soprattutto alla lettera ai Galati (in particolare Gal 1,6-8; 5,1-14), riusciamo a ricostruire un quadro meno ideale di quello che Luca ci mostra.
La questione dei «Gentili»
In ogni grande società esistono inevitabilmente più anime, che a volte faticano a dialogare e ad andare al nucleo che le ha fondate. È capitato persino nella prima comunità cristiana. Il mondo in cui il cristianesimo è nato, separava nettamente gli ebrei dai «gentili», ossia da tutti gli altri, «le genti». Gli ebrei si distinguevano per il rispetto della legge di Mosè, sintetizzata simbolicamente nella circoncisione.
Una delle prime scelte di fondo che i cristiani si sono trovati a dover prendere, ha proprio riguardato la sorte dei non ebrei: potevano essere inseriti nella comunità cristiana? E a che condizioni? Solo dopo essersi fatti circoncidere?
È il problema affrontato da Luca in Atti 15, quando racconta la decisione presa a Gerusalemme di ammettere nella comunità anche i non circoncisi; salvo che, a quanto pare, quella soluzione non aveva accontentato tutti. E alcuni avevano iniziato a tallonare Paolo nei suoi viaggi apostolici, quasi a correggerne le scelte, spiegando che Gesù era un ebreo, e che per vivere come Gesù bisognava diventare ebrei, rispettando tutta la legge di Mosè.
Paolo aveva intuito che se la decisione divina, accolta dall’uomo, non fosse stata sufficiente in mancanza di un gesto esteriore (come la circoncisione), allora nulla sarebbe mai bastato. Per dirlo con le parole di Paolo, la circoncisione è inutile (Gal 5,2), altrimenti Cristo è morto invano e la sua esistenza è inefficace (Gal 2,21). È chiaro che non si è trattato di piccole dispute di regolamento interno.
Ma è chiaro anche che gli avversari di Paolo non hanno lasciato perdere, e hanno iniziato a denigrarlo, affermando che volesse abbattere la legge di Mosè (At 21,20).
La colletta
Forse per questo Paolo (e qui siamo al punto dove ci siamo lasciati lo scorso numero) torna a Gerusalemme portando una imponente elemosina per i poveri (cristiani) di quella città. Luca, in realtà, ci ha parlato della colletta già prima (At 11,29-30), ma sembra un modo per confonderci. Una delegazione imponente come quella che parte per Gerusalemme (At 20,4: sette persone elencate, più Paolo e probabilmente Luca, che si include nel viaggio dal versetto 5), era costosa, e aveva senso se si doveva portare qualcosa di pesante, come una grande somma di monete, dal momento che gli assegni e i bonifici bancari non esistevano. Più persone garantivano una migliore protezione della somma e solo una somma importante poteva giustificare (e mantenere) una delegazione così numerosa.
Una prova
Luca, peraltro, spiega che a Gerusalemme chiedono a Paolo di finanziare il rito di scioglimento di un voto per quattro persone (At 21,21-24), per (di)mostrarsi un buon ebreo. Perché Luca ci racconta la vicenda in questi termini?
Un buon narratore ha come obiettivo di far capire ai lettori gli avvenimenti e di muovere alle emozioni che ritiene giuste, non necessariamente di riferire solo i particolari storici precisi. Oggi ci è chiaro che non tutte le parabole riportate nei Vangeli sono state dette originariamente da Gesù: se però ci aiutano a capire meglio quello che Gesù diceva, non importa che, materialmente, siano «invenzione» degli evangelisti. Anche un romanzo storico scritto bene può non essere accurato in tutti i particolari, ma farci intuire un contesto e delle vicende storiche persino meglio di opere più precise.
Luca vuole presentarci il quadro ideale di una Chiesa senza tensioni, se non magari occasionali (perché non può certo negarle tutte). Ma se dicesse esplicitamente che Paolo aveva coordinato una colletta così grande, quindi gestita durante lunghi mesi, farebbe intuire che le tensioni andavano avanti da tanto tempo, il che è storicamente molto probabile, rischiando di spaventare o scoraggiare i credenti.
Meglio allora parlare della colletta collocandola in un altro momento della storia e poi inserire Paolo nel rito tradizionale del voto, anche se, in realtà, vi era stato coinvolto per caso solo all’ultimo momento.
Luca, però, sa bene che la situazione è pericolosa e ce lo fa capire chiaramente quando riferisce gli ammonimenti di discepoli e profeti che predicano per Paolo un tempo difficile (At 20,23; 21,4.10-13), e scrivendo uno dei brani più toccanti degli Atti degli Apostoli.
Agli anziani di Efeso (At 20,17-38)
A Efeso, Paolo aveva lavorato per almeno due anni (At 19,10), ma forse di più. Passando per Mileto, diretto a Gerusalemme, l’apostolo convoca gli «anziani» di Efeso, città distante circa 80 km. Sono due particolari curiosi, difficili da inventare. Paolo – nelle sue lettere – non chiama mai «anziani» i responsabili delle sue comunità (è un modo molto ebraico di esprimersi); viene da pensare che, in fondo, anche le sue chiese avessero un consiglio di persone più sagge ed esperte che fungeva da organo di dirigenza, come sarebbe accaduto in seguito e altrove, e come quindi poteva già essere vero anche al tempo di Paolo. Lui convoca solo costoro e li fa venire a Mileto. Evidentemente la nave di Paolo non faceva scalo a Efeso, o forse (o in più) lui temeva che fermarsi in quella città, dove aveva così tante conoscenze, lo avrebbe fatto tardare troppo. Meglio incontrarsi in un luogo neutro.
A questi anziani Paolo rivolge un vero e proprio discorso d’addio, incentrato soprattutto su tre temi.
Intanto, rivendica di aver predicato Gesù in modo trasparente e generoso. È il punto di partenza essenziale e cruciale. Non si mette a fare l’elenco delle proprie imprese o di ciò che ha patito (come fa invece in 2 Cor 11,22-29), ma si concentra sull’essenziale.
Poi, ribadisce di averlo fatto gratuitamente, senza farsi mantenere, senza chiedere nulla. Anche l’evangelizzazione, allora, diventa più chiaramente un dono generoso fatto ad altri, un «soccorrere i deboli» (At 20,33-35).
In mezzo, avvisa che sarebbero arrivate persone (chiamate «lupi rapaci») che avrebbero provato a inquinare l’annuncio del vangelo. Non sarebbero stati, evidentemente, degli estranei, ma dei cristiani. Luca si mostra ancora una volta consapevole che nella chiesa non tutto è bello e buono. Ma le parole di Paolo sono edificanti: di fronte ai «lupi rapaci», c’è semplicemente da stare in guardia, continuando a vivere generosamente per gli altri, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35). Paolo, qui, non invoca maledizioni o punizioni sugli avversari (come fa invece in Gal 5,12), ma affida semplicemente i credenti allo Spirito.
Per chi vuole capire, Luca, a partire dall’esperienza di Paolo, ci ricorda che fallimenti e persecuzioni ci saranno, nell’esperienza dei cristiani, e che potrebbero partire addirittura da dentro. Ma l’unico modo cristiano di reagire è quello di Gesù, ossia confidando nell’opera di Dio e cancellando in sé qualunque desiderio di vendetta. Dio non abbandonerà i suoi, nonostante il quadro non sia senza nubi fosche.
Incompreso
Paolo, quindi, arriva a Gerusalemme. Luca non può nascondere che l’accoglienza degli altri credenti è piuttosto fredda (At 21,20-25). La comunità consiglia a Paolo di mostrarsi osservante della legge per non irritare i fratelli povenienti dal giudaismo, e lo invitano a pagare le spese per lo scioglimento del voto di nazireato di quattro uomini. Il voto consisteva nel non tagliarsi i capelli per un certo tempo per offrirli poi al tempio insieme a un sacrificio. C’erano persone di buona volontà (e portafogli) che pagavano ad altri le spese per questo rito, schierandosi in qualche modo a fianco di chi lo aveva celebrato. Si tratta di una consuetudine antica, molto «ebraica», più tipica degli ambienti tradizionalisti. Paolo si adegua. Evidentemente il suo scopo non è quello di cancellare la tradizione ebraica, ma di contestarla solo quando mettesse in questione la centralità di Gesù. Se si salva l’essenziale, che Gesù è l’unico mediatore per la nostra comunione con Dio, il resto si può accettare.
Una parola per oggi
Ancora una volta, quasi senza averne l’aria, Luca ci offre criteri per vivere la dimensione ecclesiale della fede ancora oggi. Siamo anche noi, infatti, a non sapere ancora bene dove mettere i confini di ciò che «non si può accettare», e continuiamo ad accusarci reciprocamente di essere tradizionalisti o modernisti. Negli Atti degli apostoli non troviamo un’indicazione precisa di ciò che dobbiamo fare o evitare, ma un criterio di fondo: la salvezza, ossia la comunione con Dio, passa da Gesù. Questo è indiscutibile, e siccome ci sono pratiche religiose che implicitamente lo contestano, tali pratiche sono da evitare. Ma su tutto il resto, «mi sono fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22).
Questa attenzione e questo sforzo, però, non sono una garanzia di successo. O meglio, non garantiscono il successo se lo misuriamo con i nostri criteri consueti, di vittorie, conquiste e numeri consolanti.
Da Gerusalemme a Roma
Di fatto Paolo, che ha accettato di scendere a patti con le frange più conservatrici della chiesa ebraico-cristiana, viene accusato ingiustamente di aver profanato il tempio. Come Gesù, anche Paolo viene incolpato di blasfemia sulla base di tradizioni secondarie e discutibili, proprio perché intende invece rendere a Dio la sua piena gloria.
Anche questa accusa e arresto diventano però l’occasione per ampliare la platea degli ascoltatori: stupendo l’uno e gli altri, Paolo parla in greco al centurione (At 21,37-39) e in «ebraico» (in realtà doveva essere aramaico, ma i greci del tempo di Luca, di solito, non coglievano la differenza tra le due lingue) al popolo radunato nel tempio (At 21,40). Di nuovo, Paolo si fa «tutto a tutti», condividendo una volta ancora la propria vicenda (At 22,3-21).
Il punto d’arrivo, su cui, come per Gesù, si invoca la sua morte (22,22) è l’annuncio alle nazioni lontane. Luca ci porterà fin là, anche lungo un percorso più accidentato, faticoso e tormentato di quanto non sia stato fino a questo momento.
Angelo Fracchia (18 – continua)
Panorama di Gerusalemme vista dal Gallicantu, vista su mura e spianata del tempio (foto Benedetto Bellesi)
Côte d’Ivoire, 25 anni di Consolata: In Cammino con la gente
Un quarto di secolo di missione, mai solitaria, ma comunitaria, ecclesiale. In un paese straziato da crisi e guerre civili tra etnie diverse. I missionari della Consolata hanno accettato i rischi e sono rimasti con la gente. Sempre.
L’approssimarsi del 25° anniversario del nostro arrivo in Côte d’Ivoire (23 gennaio 1996) ci offre l’opportunità di raccontarvi la nostra missione in questa stupenda terra, benedetta e martoriata. Nel mio servizio all’Istituto, ho avuto la grazia di accompagnare da vicino il cammino dei nostri missionari, discernendo insieme stile, priorità e sfide della loro testimonianza e del loro servizio. Ho visto crescere il seme gettato dalla fantasia di Dio e dei nostri fratelli, e ne ho potuto contemplare i primi frutti. Anche con queste mie parole, desidero incoraggiare i passi di un percorso in cui il Signore ci chiede audacia per seguirlo e servirlo sui sentieri dell’ad gentes.
In queste pagine faremo memoria grata dei doni ricevuti e accolti in mezzo alle ripetute crisi attraversate, ci soffermeremo sulla passione con cui oggi le nostre comunità sfidano un presente non facile, e faremo nostro lo sguardo di speranza con cui i nostri missionari scrutano l’orizzonte del futuro, dandosi priorità chiare e prospettive coraggiose.
Visitando le missioni del Sud e del Nord della Côte d’Ivoire in questi anni, ho sempre incontrato un gruppo di giovani missionari che non ha mai smesso di sognare una missione «diversa», marcata da semplicità nelle strutture, desiderio di camminare al ritmo della gente e chiarezza nel pensare che la missione non sia mai un’avventura solitaria, ma un’impresa comunitaria, ecclesiale, fraterna. Inoltre – ed è questa una luce che ha rischiarato l’oscurità della recente storia di questo paese – pur essendo stati questi nostri 25 anni di missione in terra ivoriana segnati da una serie interminabile di crisi politico militari, i nostri missionari hanno scelto di non abbandonare mai la loro gente e le loro missioni. Hanno accettato tanti rischi – della ribellione e della guerra prima, dell’instabilità e dell’incertezza croniche poi – pur di restare accanto alle persone, di esserci, di non scappare. Credo che questa eredità preziosa sia un dono all’Istituto e ci indichi con semplicità che la missione è prima di tutto e soprattutto lo stile di una presenza che rende visibile la prossimità di Dio dentro ogni situazione. Buona lettura!
Stefano Camerlengo
Nell’ottobre 1985 il governo ivoriano chiese che il paese fosse conosciuto in ogni lingua come Côte d’Ivoire. Malgrado ciò, purtroppo, continuiamo a tradurlo nelle varie lingue (Ivory Coast, Costa de Marfil, Costa d’Avorio, ecc.). Solo in ambito Onu la Côte d’Ivoire fa applicare con tenacia questa sua volontà: in quella sede il nome non è mai tradotto, neanche in inglese. È per questa ragione che neanche noi lo tradurremo in queste pagine.
Storia di una presenza importante
Un nuovo metodo missionario
I primi tre missionari arrivarono tra fine ‘95 e inizio ‘96. La prima missione fu in una grande bidonville del Sud. Poi ne seguirono altre, e l’apertura al Nord. E le opere di consolazione iniziarono ad arrivare, come frutti di un grande lavoro di semina e concimazione.
Correva l’anno 1993, i missionari della Consolata celebravano il IX Capitolo generale a Roma. L’Istituto era presente in Africa fino dalla sua fondazione, ma le aree alle quali aveva offerto consolazione erano state l’Africa dell’Est, quella australe e quella centrale. Si volevano allargare gli orizzonti.
È così che è stata fatta la scelta di un paese francofono. Si voleva «esprimere la novità nello stile e nelle espressioni dell’azione evangelizzatrice dell’Istituto» (cfr. atti IX Capitolo generale).
Dopo uno studio e svariati viaggi della Direzione generale in Camerun, Repubblica Centrafricana e Côte d’Ivoire, lo Spirito Santo ha indicato quest’ultimo paese. La proposta della chiesa locale era di andare in una diocesi nuova, eretta da sei anni, per contribuire alla formazione della comunità cristiana, in una realtà di bidonville dove provare un metodo di missione nuovo.
La bidonville… per iniziare
Nel territorio della diocesi, i missionari della Consolata hanno scelto la periferia di una grande città sulla costa: San Pedro. Si tratta di una vasta bidonville chiamata Bardot (dal termine in krou «badô», ovvero «venire»). I missionari hanno cercato un luogo per inserirsi in un ambiente povero e urbano, nella semplicità di vita, di mezzi e di strutture, e con una grande prossimità alle condizioni di vita della popolazione.
È stato così che padre Armando Olaya è arrivato il 15 dicembre 1995 ad Abidjan e ha in seguito
accolto, come responsabile del gruppo, i padri Manolo Grau e Andrés García, il 22 gennaio 1996, accompagnati dal padre Richard Larose, consigliere generale. Il giorno dopo tutti e tre sono arrivati al centro Cossé-a-Dio (che vuol dire, la casa di Cossé, uno dei primi missionari della regione), un centro diocesano di accoglienza gestito dalle suore dell’Immacolata concezione di Notre Dame di Lourdes.
Poco tempo dopo l’arrivo dei missionari,
il vescovo di San Pedro, monsignor Barthélémy Djabla ha chiesto loro un impegno nella parrocchia cattedrale e ha nominato padre Armando parroco.
I frutti visibili del servizio dei missionari nel quartiere sono stati la grande sala dove la comunità cristiana della parrocchia cattedrale ha tenuto le sue celebrazioni per oltre 20 anni, fino a oggi, perché la cattedrale di San Pedro è ancora in costruzione.
Un altro frutto è stata la scuola primaria di Watté, un piccolo villaggio dell’interno, difficile da raggiungere durante la stagione delle piogge, e la scuola di Magnéry, altro villaggio. Esse offrono ognuna, ancora oggi, la scolarizzazione a più di 250 bambini. Una terza opera di consolazione è stata la maternità Consolata, vicino al terreno della parrocchia cattedrale, che ha migliorato la salute della popolazione di San Pedro e dintorni.
Tutte queste realizzazioni della missione di Bardot sono ora in gestione alla diocesi, perché la Consolata cerca di essere il lievito della pasta. È stato questo il nuovo stile che abbiamo cercato di incarnare con la nuova apertura nel paese.
Al di là delle infrastrutture, i missionari hanno sviluppato tutto un lavoro di formazione di leaders e agenti pastorali. Hanno messo in piedi le comunità ecclesiali di base che si riuniscono ancora oggi ogni mercoledì nei diversi quartieri del territorio parrocchiale. Hanno organizzato i diversi gruppi parrocchiali, come anche l’evangelizzazione, con delle visite regolari nei villaggi dell’interno nonostante l’impraticabilità delle strade a causa della pioggia.
Babele linguistica
Una delle prime sfide per i missionari è stata l’apprendimento della lingua locale. Essendo un ambiente urbano, San Pedro era (ed è) un crocevia di culture e lingue. All’inizio, i missionari hanno fatto la scelta di imparare ognuno una lingua. Sono state selezionate il baoulé, il krou e il mooré. La prima essendo la lingua dell’etnia più numerosa in Côte d’Ivoire, la seconda è la lingua della popolazione originaria di San Pedro e la terza è la lingua dei mossì, il gruppo etnico del Burkina Faso più numeroso in Côte d’Ivoire e maggioritario nella chiesa cattolica ivoriana. Ma questo impegno, con il tempo, è diventato troppo pesante perché le comunità sono miste, con persone di lingue e origini diverse e occorreva leggere le letture e tradurre l’omelia in quattro lingue affinché tutti potessero capire.
Altri missionari che hanno partecipato attivamente allo sviluppo di questo stile di missione a Bardot sono stati padre Pietro Villa, padre Martín Serna e padre Clovis Audet.
La parrocchia cattedrale è stata riaffidata alla diocesi nel giugno 2002 e la missione chiusa nel 2003.
In mezzo alle piantagioni di palma
Un anno e mezzo dopo l’arrivo dei primi missionari, padre Flavio Pante ha raggiunto il gruppo per aprire con padre Andrés García la missione di Sago (che in godié vuol dire «il riso che abbiamo seminato»), località isolata nella foresta ivoriana, in un territorio dove le piantagioni di palme sono numerose a causa della raffineria situata a Bolo.
Sago è stata la prima parrocchia in quanto tale affidata ai missionari della Consolata in Côte d’Ivoire ed è ancora gestita dall’Istituto. Si tratta di un vasto territorio con strade molto degradate a causa delle piogge ricorrenti. In questa parrocchia la popolazione locale è dell’etnia Godié, ma la maggior parte dei cristiani sono immigrati del Burkina Faso che sono venuti a lavorare nelle piantagioni di palma.
Padre Zachariah King’aru ha completato la comunità di missionari quattro mesi dopo. I tre abitavano in una piccola casa e hanno cominciato la costruzione della missione e della chiesa sotto la direzione del fratello Pietro Menegon, arrivato a questo scopo.
La realtà pastorale di Sago era molto sfidante, perché la popolazione locale, i Godié, frequentava molto poco la chiesa cattolica e gli agenti pastorali più presenti erano burkinabè. Questo creava difficoltà nella continuità del lavoro pastorale, perché gli agenti più impegnati viaggiavano sovente per andare al loro paese di origine. Era complicato programmare le attività della pastorale.
I missionari hanno fatto un lavoro instancabile per arrivare a tutti i villaggi con una certa frequenza e per stabilire una pastorale d’insieme su tutto il territorio della parrocchia, malgrado le difficoltà nelle vie di comunicazione. Il lavoro di formazione dei leaders e l’impegno dei laici sono stati fondamentali per l’evangelizzazione e la formazione della gente del posto.
Altri missionari hanno integrato nel tempo l’équipe di Sago: padre Victor Kota (dal gennaio 2000), padre Joseph Oguok (2001) e p. Killian Muli (settembre 2002). È stato quello un tempo di grande creatività e scoperta pastorale perché l’Africa Occidentale è molto diversa dall’Africa dell’Est nell’espressione della sua religiosità e nella sintesi che è stata fatta con le religioni tradizionali.
Sul bordo del mare
Nel 1999 monsignor Djabla ha chiesto ai missionari la loro disponibilità a gestire la parrocchia Notre Dame de la Mer di Grand-Béréby. Questa parrocchia era stata fondata dai missionari Sma (Società missioni africane) che l’avevano resa alla diocesi. Ma il vescovo non aveva preti diocesani da inviare. Si trattava di una parrocchia immensa con molte sfide per la missione.
Dopo un discernimento, e come servizio alla chiesa locale, l’Istituto ha accettato la richiesta del vescovo, mettendo come condizione che dopo un certo tempo la parrocchia sarebbe tornata nuovamente alla diocesi.
Quella di Grand-Béréby (che significa in Krou «l’imbarco di Bébé») era una missione paradisiaca. Era costruita in cima a una collina, mentre il villaggio era ai piedi della stessa. In fondo, il mare si apriva verso l’infinito. Quando si stava seduti sulla terrazza della missione, il cuore era pieno di pace e di speranza per la costruzione del Regno di Dio.
Sono stati i padri Pietro Villa e Willy Ipan con il fratello Rombaut Ngaba che hanno cominciato il lavoro in questa missione. Si sono spesi per arricchire la pastorale con un servizio di consolazione concreto, cosa che caratterizza i missionari della Consolata. Così, fratel Rombaut che è infermiere, ha realizzato un dispensario, che ha portato molta consolazione alle popolazioni di Grand-Béréby.
Malgrado la vastità della parrocchia e la difficoltà legata alle vie di comunicazione per arrivare a tutte le cappelle, i missionari sono riusciti a costruire insieme alla gente la chiesa di Adjaméné, dedicata al beato Giuseppe Allamano, che resta un punto di riferimento ancora oggi.
I missionari hanno anche costruito una scuola primaria nel villaggio di Ménéké. È così che poco alla volta ha preso forma la caratteristica fondamentale dei missionari della Consolata in questo paese: le opere di consolazione in zone isolate, sempre ascoltando i bisogni della popolazione. La parrocchia è stata resa alla diocesi nel 2006.
Apertura a Nord
Nel febbraio 2001, i missionari della Consolata in Côte d’Ivoire hanno tenuto la loro prima conferenza, nella quale hanno deciso di passare da Gruppo a Delegazione, un passaggio importante che esprime la stabilità della presenza nel paese. L’hanno messa sotto la protezione del beato
Giuseppe Allamano e hanno fatto questo passaggio in presenza del consigliere generale, padre Norberto Louro. Durante quella stessa conferenza, i missionari hanno deciso che era il momento di rispondere affermativamente a una lettera mandata loro dal nunzio in Côte d’Ivoire nel 1997. Essa chiedeva la presenza della Consolata in una nuova diocesi che era stata eretta il 19 dicembre 1994 nel Nord del paese. Ma in quel momento la Consolata era appena arrivata e non aveva del personale per fare quel passo. Ora però, dei nuovi missionari erano appena arrivati: i padri Michael Wmunyu e il sottoscritto Ramón Lázaro Esnaola.
I criteri che hanno motivato la scelta, al di là della richiesta del nunzio, sono stati: la ricerca di un dialogo interreligioso concreto e nella vita quotidiana (il Nord è a prevalenza musulmana); una realtà culturale più uniforme che permettesse l’apprendimento e l’utilizzo di una lingua e uno sforzo significativo d’inculturazione; un servizio alla chiesa locale, in quanto all’arrivo dei missionari nella diocesi, non c’era neppure un prete diocesano.
La prima sfida è stata quella dell’apprendimento della lingua, così i due missionari sono andati a Korhogo, nel Nord, per imparare il tchébaara presso i missionari d’Africa, che erano gli unici a celebrare nell’idioma locale. Non esisteva né un dizionario, né una grammatica. L’unico aiuto era un sillabario e molto entusiasmo e amore per la missione ad gentes. Solo il Nuovo Testamento e i Salmi erano tradotti.
Alla fine di maggio 2001, i due missionari sono arrivati a Dianra («leone» in tchébaara) per fondare la nuova missione, la parrocchia Saint Paul. Due mesi dopo si è unito loro padre Flavio Pante, che era in missione a Sago, per contribuire con la sua esperienza e saggezza missionaria in questo nuovo contesto.
I primi cristiani erano arrivati a Dianra nel 1980, non c’era ancora una seconda generazione di cristiani, quindi si trattava di una missione di prima evangelizzazione.
I missionari hanno cominciato un lavoro immenso di conoscenza della lingua, delle strade, dei villaggi, dei responsabili dei villaggi. Il territorio della missione era scarsamente popolato in confronto a quello di Bardot, Sago e Grand-Béréby, ma era più esteso. C’erano delle comunità a 75 km a Sud e a 95 km a Nord della missione. La prima strada asfaltata era a 100 km. Le popolazioni locali erano molto legate alle loro tradizioni, come ad esempio il «poro» (iniziazione tradizionale delle popolazioni senoufo che dura sette anni). Le sfide erano tutte nuove ma con un’intensa vita di fraternità e un forte lavoro di équipe, i nostri hanno saputo rispondere. Hanno subito realizzato una scuola di alfabetizzazione per i bisogni più urgenti, e hanno iniziato a tradurre i testi liturgici e catechetici in tchébaara per avvicinare la parola di Dio alla gente. Sono arrivati a celebrare l’eucarestia in questa lingua come anche tutti i canti liturgici.
Alla frontiera della Mecca
Un anno dopo l’apertura di Dianra, i missionari hanno aperto una nuova missione in quell’area, situata a 80 km Sud Est. Si trattava di Marandallah (in koro significa «alla frontiera della Mecca»). Questa missione era in territorio Koro, una delle etnie Mandé caratterizzate dal fatto di essere tutti musulmani. La popolazione cristiana che abitava in questo territorio, una minoranza, apparteneva a diverse etnie del gruppo Senoufo, quindi si poteva utilizzare la lingua tchébaara che i missionari conoscevano.
Gli inizi della parrocchia Saint Jean Baptiste di Marandallah non sono stati per nulla facili, perché una parte della popolazione locale vedeva con diffidenza l’installazione di una missione cattolica sul suo territorio. Pensavano che i missionari venissero per convertire i musulmani e sconvolgere l’equilibrio del villaggio.
È stato padre Flavio a cominciare questa missione insieme a padre Martin Serna. A un certo momento la popolazione si è resa conto che i missionari venivano per condividere la loro fede e migliorare la qualità di vita della popolazione attraverso la salute, l’ascolto, l’alfabetizzazione dei bambini.
In entrambe le missioni del Nord, il Vangelo era arrivato recentemente e la diocesi si stava formando, per cui le iniziative erano lasciate alla creatività e alle forze di ogni parrocchia. Anche le visite erano complicate, e occorreva almeno una giornata di viaggio per arrivare dalla sede dell’episcopato a Dianra o Marandallah, quando la pista era praticabile.
Oltre ad alfabetizzazione e salute, le opere di consolazione sono state mettere in piedi un programma di microcredito per le donne che ha molto aiutato a migliorare l’economia famigliare. Nato nel 2005, continua tutt’oggi.
Tutte queste iniziative hanno reso più naturale il dialogo interreligioso in questo contesto del Nord della Côte d’Ivoire. Questo dialogo è compreso nella chiesa a quattro livelli: il dialogo nella vita, il dialogo per la pace e la giustizia, il dialogo teologico e il dialogo spirituale. I missionari della Consolata hanno cominciato nel Nord con i primi due livelli e ci sono stati momenti in cui hanno messo in pratica il quarto livello.
La crisi politica
Un fatto ha condizionato la storia dei missionari della Consolata in Côte d’Ivoire: la guerra civile scoppiata il 19 settembre 2002, che ha diviso il paese in due durante otto lunghi anni (cfr. MC ottobre 2003 e MC agosto 2004). I ribelli hanno preso il controllo della metà Nord del paese, mentre l’esercito fedele al governo controllava la metà Sud. La missione delle Nazioni unite, l’Onuci, insieme al contingente francese Licorne, ha occupato la «zona di fiducia» che si interponeva tra i belligeranti, impedendo così gli scontri.
Il conflitto ha tagliato in due anche la presenza della Consolata nel paese. Sia nel Nord come nel Sud, i missionari hanno fatto la scelta di rimanere con la popolazione. Questa scelta ha marcato la loro presenza in quanto hanno vissuto le stesse privazioni della gente. Ha inoltre dato valore e autorevolezza ai missionari, non solo al Sud, ma anche al Nord, dove rappresentavano una minoranza. L’inserimento, che era stato uno stile voluto dalla Consolata all’inizio, è stato vissuto nuovamente, in particolare nelle due missioni del Nord. In quel momento non c’erano infermieri né medici, né rete telefonica o internet, nessuna banca era aperta nel Nord del paese e non c’erano che rari trasporti pubblici per spostarsi. È stato grazie ai missionari che sono rimasti al Sud, che quelli del Nord hanno potuto restare al servizio della popolazione.
I padri Michael Wamunyu e il sottoscritto sono rimasti isolati dall’esterno per quattro mesi a Dianra. È stato a metà febbraio del 2003 che il padre Zachariah King’aru, superiore della Delegazione in quel momento, ha accompagnato nel Nord i padri Pante, di ritorno dall’Italia, e Serna, che doveva inserirsi a Marandallah, e ha portato un telefono satellitare con il quale è stato possibile comunicare con l’estero per i restanti sette anni di crisi. Una volta alla settimana i quattro missionari rimasti al Nord chiamavano il superiore al Sud per dargli notizie.
Nel viaggio di ritorno padre King’aru è stato bloccato dai ribelli prima della zona di «fiducia» e arrestato per una notte. La sua auto è poi stata confiscata.
È importante notare che le due missioni della Consolata al Nord sono state le sole missioni cattoliche in quella parte del paese a non essere state saccheggiate dai ribelli in quegli anni. Quando, diversi anni dopo, i missionari hanno fatto delle ricerche presso la popolazione locale, hanno saputo che le autorità tradizionali li avevano protetti dicendo ai ribelli che «toccare i missionari sarebbe stato come toccare le loro famiglie». Nel momento del conflitto, i nostri si erano messi nelle mani della Provvidenza.
Il direttore del collegio pubblico di Dianra, dopo il conflitto, ha chiesto ai missionari di aiutarlo per la ripresa dei corsi. Così i padri hanno dato corsi di spagnolo, il che ha permesso loro di entrare in contatto con molte famiglie che non erano cristiane.
A Sud i missionari hanno vissuto momenti molto difficili, perché la popolazione accusava gli immigrati (come i burkinabè) di essere responsabili della ribellione, e dato che la maggior parte dei cristiani è del Burkina Faso, ci sono stati molti massacri nei villaggi della missione di Sago. I missionari, in seguito, hanno fatto un lavoro di riconciliazione che si è dimostrato molto complicato a causa delle ferite profonde rimaste nella popolazione.
Grand-Zattry
La missione, comunque, non si è fermata e la Consolata ha continuato il discernimento per definire la propria presenza nel paese. La missione di Bardot era stata chiusa nel 2003 e il vescovo chiedeva ai missionari la gestione di una nuova parrocchia. Si trattava di Saint Joseph Travailleur di Grand-Zattry, situata a circa 160 km a Nord di San Pedro. Era l’ultima parrocchia nella parte Nord della diocesi, con una grande estensione e con zone per le quali era necessaria la piroga per raggiungere tutte le comunità.
Il padre Michael Miano è andato a formare la comunità di Grand-Zattry con il padre Victor Kota. I due missionari hanno realizzato una pastorale di prossimità in un contesto in cui il gruppo etnico proprietario della terra, i Bété, era una minoranza nelle comunità cristiane che, anche qui, erano caratterizzate da una forte presenza dei Mossì del Burkina Faso. Anche qui la sfida di avere molte lingue sullo stesso territorio era presente. La formazione dei laici e la realizzazione di una pastorale coerente sono state le priorità.
Alla morte prematura del vescovo, monsignor Paulin Kouabenan (2008), al padre Victor Kota è stato chiesto di assicurare l’interim come vicario generale, fino all’arrivo del nuovo vescovo monsignor Jean-Jaques Koffi Oi Koffi.
Ritorno a San Pedro
Con l’arrivo di nuovi missionari nel 2010, nuove sfide si sono aperte. In particolare si è visto possibile il ritorno alla città di San Pedro, dove si voleva creare la sede della Delegazione e un Centro di animazione missionaria e vocazionale. Nel 2007 i missionari avevano comprato un terreno, quando padre Willy Ipan era superiore, ma non si era avuta la possibilità di costruire e di trovare il personale.
Quando la Direzione generale ha approvato il progetto, nel 2011 i missionari della Consolata hanno inaugurato la «Maison Joseph Allamano» di loro proprietà, sede della Delegazione, casa di accoglienza e Centro di animazione. Questa casa è situata al centro di un quartiere di San Pedro, Château, in continuità con lo spirito di inserimento che aveva caratterizzato l’apertura della Consolata in questo paese.
I padri Villa, Miano, Baiso, Boniface Sambu-Sambu e il sottoscritto hanno marcato l’identità di questa casa che è aperta alla realtà multi religiosa del quartiere. Inoltre hanno tessuto il dialogo interreligioso attraverso attività trasversali che toccano tutta la popolazione, come la scolarizzazione, la pace, la salute, la pulizia, il rispetto della natura.
Ramón Lázaro Esnaola
La Côte d’Ivoire in date: Cronologia essenziale
1960, 7 agosto – La Francia concede l’indipendenza al paese, ma mantiene un sistema di controllo neocoloniale, applicando il modello economico di produzione di materie prime per l’esportazione (caffè, cacao, cotone, ecc.) che ha l’effetto di impoverire la popolazione rurale. Vengono attratti 4,5 milioni di lavoratori stranieri per lavorare nelle piantagioni.
1960, 27 novembre – Félix Houphouët-Boigny, uomo legato alla Francia, viene eletto presidente. Verrà rieletto per sette mandanti consecutivi, rimanendo presidente fino alla morte, nel 1993.
1980, 10-12 maggio – Visita di papa Giovanni Paolo II, che tornerà nel paese nel 1985 e nel 1990 (quando consacra la basilica di Yamoussoukro).
1983, 21 marzo – Yamoussoukro diventa la capitale politica e amministrativa del paese.
1988, 8 maggio – Ritorno nel paese di Laurent Gbagbo, che è stato in esilio per sei anni dopo le manifestazioni studentesche del 1982.
1989, 5 maggio – Instaurazione ufficiale del multipartitismo, su stimolo della Francia. Fino a questo momento il partito unico Pdci ha favorito l’etnia baulé (di Boigny) ma lasciato autonomia ai capi locali, fatto regalie ed eliminato gli oppositori più ostici. Intanto dilaga la corruzione e il nepotismo nella classe politica. Sul mercato mondiale crollano i prezzi di caffè, cacao e cotone. Il debito estero è quadruplicato e il paese accetta le politiche di aggiustamento strutturale della Banca mondiale. La crisi economica costringe molte etnie del Nord (in maggioranza musulmani) a migrare al Sud. Nascono attriti con la popolazione locale.
1993, 7 dicembre – Muore Félix Houphouët-Boigny e assume la presidenza Henri Konan Bedié, anche lui baulé, presidente dell’Assemblea nazionale.
1994, 8 dicembre – Nuovo codice elettorale che prevede regole stringenti sull’ascendenza ivoriana dei candidati. È l’inizio dell’«ivoirité».
1995, 22 ottobre – Bedié vince le elezioni presidienziali, cavalcando il malcontento delle etnie del Sud. Grazie all’ivoirité, Bedié mette fuori gioco Alassane Ouattara, già primo ministro di Boigny, che ha un genitore burkinabè.
1999, 24 dicembre – Colpo di stato del generale Robert Gueï.
2000, 23 luglio – Adozione di una nuova Costituzione e un nuovo Codice elettorale.
2000, 22 ottobre – Elezioni presidenziali: vince Laurent Gbagbo, ma il generale Gueï si dichiara vincitore. Scoppiano disordini tra i sostenitori di Gbagbo e quelli di Alassane Ouattara, il cui partito Rdr, aveva boicottato lo scrutinio a causa dell’ivoirté. Inizia una stagione di discriminazioni e persecuzioni ai danni degli ivoriani del Nord e degli stranieri. Gbagbo organizza un forum per la riconciliaizone (dicembre 2001) ma non metterà mai in pratica le proposte dei delegati.
2002, 19 settembre – Scoppia una rivolta di militari fedeli a Gueï, che il governo vuole smobilitare. È il pretesto per il Movimento patriottico della Côte d’Ivoire (Mpci), parte dell’esercito che controlla il Nord del paese, per tentare un colpo di stato. Gueï viene ucciso, Ouattara si rifugia in ambasciata. Scatta la repressione per chiunque sia del Nord o di origini straniere. Molti immigrati lasciano il paese. Ad Ovest si formano altri due gruppi ribelli che si alleano con l’Mpci creando le Forces Nouvelles con a capo Guillaume Soro. Gbabgo, contrappone le Fanci e impiega mercenari sudafricani. La Francia mobilita i suoi militari con l’operazione Licorne, blocca l’avanzata dei ribelli da Nord e il paese rimane diviso in due.
2003, gennaio – La Francia tenta una mediazione e coinvolgendo Cedeao e Nazioni unite. Si firmano gli accordi di Marcussis, che però sono disattesi da Gbabgo. Gli accordi prevedono il dispiegamento di una forza militare dell’Onu, l’Onuci. La guerra civile continua tra governi di coalizione, impossibilitati a lavorare e massacri con tanto di fosse comuni. L’Onu parla di un milione di sfollati interni. Le elezioni del 2005 non si riescono a tenere, Gbagbo si mantiene al potere.
2007, 4 marzo – Firma degli accordi di Ouagadougou tra Gbagbo e Soro. Quest’ultimo diventa primo ministro. Nel luglio una cerimonia sancisce la fine ufficiale della guerra. Un anno dopo si inizia il disarmo dei ribelli e un censimento elettorale.
2010, novembre – Elezioni presidenziali che contrappongono Ouattara a Gbagbo. Secondo la Commissione elettorale e l’Onu è il primo a vincere, ma per il Consiglio costituzionale è Gbagbo il vincitore. Si apre una crisi post elettorale, con violenti scontri tra i sostenitori dei due politici, nei quarieri di Abidjan e in altre città, che porterà a circa 3mila morti. I massacri termineranno con la fine della battaglia di Abidjan, nel maggio 2011.
2011, marzo – L’Unione africana riconosce Ouattara presidente. Nell’aprile Laurent Gbagbo e la moglie Simone sono arrestati. Saranno processati dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Arrestato anche Charles Blé Goudé, il capo della milizia pro Gbagbo. Ouattara è rieletto nel 2015 per il secondo mandato.
2016, ottobre – Promulgata la nuova Costituzione. È la fine dell’ivoirité. Ma.Bel.
La Consolata oggi in Côte D’ivoire
Interculturalità e riconciliazione
La presenza della Consolata nel paese è oggi consolidata, con 4 comunità al Sud e 2 al Nord. Una casa di formazione e un percorso che sta portando ad avere missionari ivoriani nell’Istituto. Intanto le priorità per il futuro sono chiare e lo stile di missione è sempre la vicinanza alla gente e la semplicità di vita.
La nostra missione e presenza in Côte d’Ivoire oggi è costituita da sei comunità missionarie: quattro al Sud e due al Nord. Partendo dal Sud, dalla capitale economica Abidjan, abbiamo la nostra casa di formazione Bienheureuse Irene Stefani. L’impegno nell’ambito dell’accompagnamento vocazionale dei giovani è stato sancito dalla terza conferenza della Delegazione, nel 2012. Da allora, un numero crescente di giovani – che già da tempo bussavano alla porta del nostro carisma – è stato accolto nelle nostre comunità per un tempo di conoscenza, approfondimento e discernimento. Questo cammino ci ha progressivamente orientati dapprima a iniziare l’esperienza dell’anno propedeutico e, in un secondo momento, ad avviare la comunità del nostro seminario filosofico: comunità che ha effettivamente preceduto la casa che l’accoglie. Questa è stata inaugurata il 31 ottobre 2016, giorno della festa della beata Irene Stefani, di cui porta il nome. Attualmente, insieme ai padri formatori John Baptist Ominde Odunga (keniano) e Legowa André Nekpala (congolese), ci vivono tre giovani che frequentano l’anno propedeutico e quattro studenti di filosofia. Di questo percorso al servizio delle nuove vocazioni il frutto più maturo è Léon Gomé Dékry che attualmente, dopo l’anno di noviziato in Kenya, sta preparandosi a iniziare la teologia in Italia: Léon è il primo ivoriano missionario della Consolata.
Una casa aperta
Le altre tre comunità del Sud sono tutte situate nella diocesi di San Pedro, la prima in cui, come missionari della Consolata, abbiamo iniziato il nostro lavoro e la nostra evangelizzazione.
Una di queste comunità è situata in uno dei quartieri più popolari di San Pedro, il quartiere Château, che si congiunge e perde nel Bardot, la bidonville dove nel 1996 si è inserita la nostra prima comunità. Qui, a poche centinaia di metri dal Château (e cioè dall’acquedotto), abbiamo la sede della nostra Delegazione ed il Centro di animazione missionaria. I due missionari che attualmente qui condividono vita e testimonianza sono l’amministratore della Delegazione, padre Daniel Yoseph Baiso, etiope, e il responsabile dell’animazione missionaria vocazionale, padre Boniface Sambu-Sambu, originario della Rdc.
Sorgendo nel territorio della parrocchia della cattedrale, questa nostra presenza si inserisce in modo particolare nel tessuto pastorale della comunità locale, ma si pone anche al servizio delle altre parrocchie della grande città portuale di San Pedro. I nostri missionari offrono un contributo prezioso alla chiesa locale nell’ambito della pastorale delle comunità di base e della pastorale del mare, di cui sono i referenti diocesani. Ciononostante, il servizio più significativo che questa comunità offre al quartiere e alla chiesa di San Pedro si situa ad un altro livello, più proprio del nostro carisma ad gentes. Infatti, la nostra casa è un luogo aperto e accogliente, dove i giovani di ogni credo ed etnia (allogena o straniera) trovano la «loro» casa. I nostri locali sono aperti (malgrado i rischi di furti che ogni tanto si verificano) per chi volesse trovare spazi illuminati e raccolti per lo studio personale come anche per chi decidesse di iscriversi ai corsi di alfabetizzazione serale. Quest’attenzione a un’apertura costante e senza stretti vincoli ci ha permesso di essere accolti senza pregiudizi da parte delle varie componenti umane del quartiere e, anche attraverso iniziative mirate (proiezione di film e cartoni animati dopo cena, settimane di giochi per i bambini vissute e programmate con gli stessi giovani del quartiere, giornate a tema per la formazione dei giovani sulle tematiche più attuali e diverse, ecc.), sta crescendo il raggio d’influenza della nostra discreta presenza di servizio gratuito e consolazione.
Negli ultimi anni è anche sorto un gruppo di Amici della Consolata che si sta progressivamente aprendo al nostro carisma e al nostro stile di vivere il Vangelo di Cristo che è vita e consolazione per tutti. In questo senso, la comunità di San Pedro sta studiando la modalità di dar forma a una struttura capace di accogliere meglio e moltiplicare queste iniziative di animazione, formazione ed «evangelizzazione di prossimità».
Sago e Grand-Zattry
Le altre due presenze sono due parrocchie: una a Sago, nel cuore della foresta pluviale tropicale, tra i Godié, e l’altra a Grand-Zattry, in pieno paese Krou, tra i Bété (l’etnia dell’ex presidente Laurent Gbagbo).
Attualmente a Sago vivono tre padri: Michael Mwatha Miano, originario del Kenya, Celestino Marandu e Gregory Cyprian Mduda, entrambi tanzaniani. Questa missione, iniziata il 14 novembre 1997, si caratterizza per essere la prima presenza fuori da San Pedro, dopo quasi due anni dall’arrivo dei primi tre missionari della Consolata nel Bardot. La sua vastità impressiona: comprende infatti 41 cappelle suddivise in ben sei zone pastorali. Nonostante i numerosi cambiamenti e l’innegabile processo di miglioramento delle infrastrutture di quest’ultima decade, Sago resta ai margini delle principali vie di comunicazione e gli oltre 20 km di pista, spesso quasi impraticabile, la isolano ancor di più. I servizi di base (acqua, corrente, presidi sanitari, scuole di qualità) restano un miraggio per la maggior parte della sua popolazione, che vive prevalentemente di agricoltura (piantagioni di cacao, palma da olio e caucciù, oltre che di prodotti alimentari di consumo domestica) e di piccolo commercio.
In questo contesto, i missionari hanno accompagnato l’evangelizzazione con uno stile di vicinanza e di attenzione ai bisogni concreti della gente, promuovendo in particolare l’educazione dei più piccoli. In tal senso, dal 2005 è nata la scuola elementare «Consolata», che oggi è un’eccellenza educativa del distretto e della regione. Nel solo anno scolastico 2018-2019 la scuola ha avuto 261 studenti, di cui 123 bambine. Dei 50 che si sono presentati all’esame per passare alla scuola secondaria, nessuno è stato bocciato: tutti (26 ragazzi e 24 ragazze) hanno ottenuto il loro diploma di Cepe (Certificat d’études primaires élémentaires). Si pensi che il tasso nazionale di riuscita al Cepe nel 2019 è stato dell’84,48%. La nostra scuola elementare «Consolata», oltre a garantire un’istruzione di qualità per tutti, a partire dai più poveri (i missionari, attraverso una rete di solidarietà internazionale, riescono a trovare borse di studio per chi è economicamente più svantaggiato), è un autentico laboratorio di incontro e dialogo tra piccoli (e famiglie) di credo, tradizioni ed etnie differenti.
Il mosaico etnico di Grand-Zattry
Un mosaico di gruppi etnici costituisce anche il sottofondo socio culturale della missione di Grand-Zattry. Eretta nell’aprile del 2004, conta oggi 25 cappelle in un territorio di circa 1.750 km2 e 120mila abitanti. I musulmani rappresentano il 35% della popolazione, mentre i cristiani circa il 40%. Di questi ultimi, solo il 2% sono cattolici. Oltre il 20% della popolazione segue la religione tradizionale africana. Attualmente la missione è animata da una comunità di due padri: James Mwangi Gichane, keniano, e Fidelis Francis Massawe, tanzaniano. Fino al mese di agosto, vi operava anche il missionario italiano padre Silvio Gullino, rientrato in patria per salute dopo ben 17 anni vissuti nel paese, di cui i primi 14 a Sago e gli ultimi 3 proprio a Grand-Zattry.
Una delle sfide maggiori di questa nostra presenza è quella dell’inculturazione del Vangelo nella grande famiglia del popolo Krou (e dei suoi sottogruppi). La maggior parte dei cristiani proviene infatti da altre latitudini del paese o è addirittura di origine straniera (del Burkina Faso in particolare). La chiesa rischia di essere dunque una comunità estranea al contesto autoctono.
La convivenza tra locali, allogeni e stranieri – soprattutto a partire dagli anni Novanta e dalla disputa sull’ivoirité – è divenuta molto complessa. Le sue cause socio economiche sfidano in profondità la nostra testimonianza evangelica e ci provocano a una sempre maggiore immersione nell’intricato ed incandescente mondo interculturale che ci accoglie.
Negli ultimi anni, l’impegno di promozione umana ha visto la comunità crescere nella lettura della realtà educativa e sanitaria, impegnandosi in un sostegno puntuale e mirato ad alcune strutture pubbliche (scuole primarie e dispensari), migliorando in tal senso il servizio offerto alla popolazione sia attraverso la creazione di infrastrutture di appoggio come nell’impegno di mediazione per l’arrivo di fondi per la lotta alla malnutrizione.
Missione tra gli islamici
Jarden de l’Amitié a Marandallah
Nel Nord della Côte d’Ivoire siamo stati accolti nel 2001 nella diocesi di Odienné. Attualmente siamo presenti a Dianra e Marandallah.
Alla comunità di Marandallah – composta dai padri Alexander Ashivaka Likono, Zachariah King’aru entrambi keniani, e Wema Meta Duwanghe, tanzaniano – è affidata una parrocchia in cui i cattolici sono circa 700 e rappresentano poco più dell’1% della popolazione. Le piccole comunità cristiane sono circa 25, di cui soltanto 10 possono radunarsi in una chiesetta, e sono sparse in una superficie di 4.427 km2, estensione che corrisponde al territorio della nostra immensa missione. Nel Nord del paese la popolazione è prevalentemente musulmana: ad esempio a Marandallah, lo sono ben l’80% degli abitanti. I missionari, inseriti in un contesto in cui i cristiani sono degli allogeni senufò ospiti dei Korò (un sottogruppo dell’etnia malinké), si ritrovano spesso a mediare e accompagnare un clima di non facile convivenza interetnica e intercomunitaria. Ciononostante, le differenti fedi non sono mai state sorgenti di conflitto, ma piuttosto di fraternità cordiale, stima reciproca ed amicizia. Un segno eloquente di questo rispetto tra differenti fedi è il «Giardino dell’amicizia», realizzato dai missionari in un terreno donato loro dai notabili musulmani e che ospita uno spazio di preghiera con al centro Nostra Signora di Fatima, oltre che un percorso ludico e ricreativo nel verde della savana erbosa. Infine i padri amministrano il centro sanitario Nostra Signora della Consolata che, nato nel 2007, è il primo presidio sanitario della prefettura. Eccellenza nel distretto sanitario per la qualità dei vari servizi offerti, è anche il centro di riferimento per le trasfusioni di sangue, l’accompagnamento dei malati di Aids e la lotta alla malnutrizione.
Parola d’ordine: «interculturalità»
A Dianra la fraternità missionaria è fortemente segnata dall’interculturalità in quanto è composta da tre padri di tre nazionalità e tre continenti diversi: Ariel Osvaldo Tosoni, argentino, Raphael Njoroge Ndirangu, keniano, e il sottoscritto Matteo Pettinari, italiano. Questa diversità si fa comunione nel servizio alla missione nella realtà concreta delle comunità cristiane di Dianra e Dianra Village. Anche qui i cattolici sono una minoranza che si aggira intorno al 4% e sono disseminati in 50 villaggi (dove talvolta sono soli o in piccoli nuclei di meno di 5 persone) e sono sparsi su 3.009 km2. A Dianra Village i missionari amministrano un’opera di consolazione, il centro sanitario Giuseppe Allamano. I passi dell’ad gentes percorrono anche qui i sentieri del dialogo interreligioso, fatto di fraternità feriale e semplice con il mondo «altro» che ci circonda. Ogni progetto e iniziativa di consolazione (microcredito per donne, alfabetizzazione serale, impegno nel mondo della salute, sensibilizzazioni di vario tipo nei villaggi…) si colora di attenzione verso l’altro e la sua tradizione spirituale. In vari di questi ambiti, fratelli e sorelle musulmani non sono soltanto destinatari delle iniziative della missione, ma anche corresponsabili e partecipi della loro ideazione e realizzazione. In un quotidiano semplicemente condiviso e nel servizio alla vita, le barriere e gli steccati cadono con naturalezza e lasciano posto alla spontaneità della fiducia e della prossimità concreta.
Per un futuro di speranza
Da quanto condiviso, emerge che quattro sono le priorità e prospettive della nostra attuale presenza missionaria. L’ultima conferenza della Delegazione (2018) e la riflessione avviata per il venticinquesimo della nostra presenza, ci stanno permettendo di riscoprire in esse innanzitutto uno stile di presenza e di missione che ci contraddistingue come missionari della Consolata in Côte d’Ivoire. Questo stile – che raccoglie come eredità preziosa una memoria condivisa – ci proietta nel futuro ed è fatto di prossimità e vicinanza alla gente, in semplicità di vita e fraternità apostolica. Questa prossimità non è mai venuta meno nei tanti momenti di crisi che hanno costellato i primi 25 anni della nostra presenza in questo paese ed è stata capace di attraversare innumerevoli difficoltà, ostacoli e contraddizioni.
Scrutando l’orizzonte della missione, con questo stile ci sentiamo dunque di continuare a percorrere i quattro sentieri del nostro ad gentes in Côte d’Ivoire:
la prima evangelizzazione, e cioè l’essere presenti come una comunità che vive la diversità e pffre testimonianza evangelica in un contesto prevalentemente non cristiano;
la consolazione, che per noi è l’altro nome della promozione umana, attraverso progetti e opere concrete, nell’ambito educativo e sanitario in modo particolare;
il dialogo interreligioso, inteso soprattutto come fraternità interreligiosa intessuta intorno al servizio della vita;
infine, ma non ultima, l’animazione missionaria della chiesa locale: una chiesa giovane e ricca di potenzialità, che desideriamo servire ed aprire agli orizzonti sconfinati della missione di Cristo. Gli orizzonti, appunto, della missione.
Matteo Pettinari
La via della bellezza
Il perché della missione coincide con il desiderio infinito del Padre di rigenerare umanità, creazione e storia in Cristo e nel suo amore tenero e fedele. Il suo come varia attraverso epoche, contesti e coordinate di vario tipo (antropologiche, socio economiche, psico sociali, ecc.). Eppure, se «la bellezza è lo splendore della verità» e se «Dio è Amore» (1Gv 4, 16), la concretezza dei gesti della carità e lo stupore che genera la bellezza, saranno sempre e ovunque i sentieri attraverso i quali il Vangelo potrà fecondare cuori e culture. Forti di questa convinzione, nel 2012 abbiamo intrapreso un lungo cammino che ci ha condotti alla dedicazione della nuova chiesa San Giuseppe Mukasa di Dianra Village il 3 marzo 2019. Questo progetto è nato e si è sviluppato innanzitutto nel cuore della comunità di Dianra Village che, nascendo come nuova parrocchia e avendo un importante numero di fedeli, non aveva però ancora una chiesa come sede e centro della nuova comunità parrocchiale.
Questo desiderio è stato accolto dal vescovo diocesano e fatto proprio dai missionari. In realtà, i padri ne hanno approfittato per mettere tutta la comunità in «stato di cantiere», e hanno trasformato il cantiere stesso in laboratorio di catechesi, fede e lavoro condiviso. E così la liturgia e la catechesi si sono sposate con l’architettura, mentre la Parola si faceva di nuovo visibile attraverso la bellezza dei colori e delle forme. Ora lo stupore prende la mano di chi si avvicina ed entra nella chiesa, mentre la comunione colorata dei santi e della Gerusalemme celeste sembra scendere nel cuore della savana, trasfigurando materiali, forme e stili culturali tradizionali che sono a loro volta integrati nella storia della salvezza. Sottolineiamo inoltre che tutto ciò ha potuto realizzarsi grazie alla comunione di amicizia con tanti che ci hanno appoggiato spiritualmente, tecnicamente e finanziariamente. Tutta questa storia ci parla di un percorso bello, lungo e faticoso, fatto di slanci e piccoli passi, di Provvidenza e incontri inaspettati, di sorprese e gratuità… in una parola, del mistero di comunione missionaria che è la Chiesa, segno vivente dell’inizio del Regno nel cuore del mondo. Un segno di cui questa chiesa è un’ulteriore testimonianza fatta architettura e arte, capace di parlare della bellezza di Dio e della vita nuova in Cristo a chiunque la contempli.
Matteo Pettinari
La Cote d’Ivoire verso le elezioni presidenziali
Gli spettri del passato
In questo mese gli ivoriani saranno chiamati a eleggere il presidente della repubblica. In momenti storici recenti, le elezioni sono state foriere di scontri, uccisioni e di una guerra civile. Oggi si ripresentano i politici del passato. Sullo sfondo una riconciliazione mai avvenuta del tutto. Vediamo cosa può succedere.
Il 24 agosto scorso il presidente Alassane Dramane Ouattara ha depositato la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 31 ottobre prossimo. Nulla di nuovo, sembrerebbe, se non fosse che Ado (come viene chiamato dai connazionali) si candida per la terza volta al posto di capo dello stato, quando la nuova Costituzione prevede un limite di due mandati.
In effetti Ouattara, presidente dal 2011, vincitore delle elezioni del novembre 2010, che avevano precipitato il paese in violenti disordini, è stato rieletto senza problemi per un secondo mandato nel 2015. Nel novembre dell’anno successivo è stata promulgata la nuova Costituzione, in quanto la vecchia aveva diversi articoli controversi, che erano stati strumentalizzati e avevano portato a una guerra civile durata quasi otto anni (2000-2008).
Dostenitori di «Ado» / Foto di Issouf SANOGO / AFP)
Parola di politico
Nonostante l’abitudine africana di mantenersi al potere, Ouattara, solo nel marzo scorso, aveva solennemente promesso di fronte ai parlamentari in seduta unificata, che non si sarebbe ricandidato alla sua successione, con l’obiettivo di passare il testimone alle «nuove generazioni». Allora cosa è successo? Il suo partito al potere, l’Rhdp (Raggruppamento dei houphouëtistes per la democrazia e la pace), aveva indicato come candidato il primo ministro Amadou Gon Coulibaly, che però è morto improvvisamente, in seguito a un infarto, lo scorso 8 luglio. A quel punto il partito ha chiesto ad Ado di tornare in pista, ma lui ha preferito attendere alcune settimane prima di dare l’ok.
«I partiti di opposizione sono contrari alla ricandidatura di Ouattara, e la vedono come una violazione della Costituzione», ci racconta il giornalista Innocent Beugré, raggiunto telefonicamente ad Abidjan. L’opposizione ha lanciato l’appello a manifestare in tutto il paese, e giovedì 13 agosto c’è stata una prima violenta manifestazione: «Ha avuto come effetto la distruzione di molti beni pubblici ed edifici. Un commissariato è stato distrutto, diversi autobus incendiati e si contano quattro morti e oltre un centinaio feriti.
I rischi di ulteriori disordini sono reali, perché l’opposizione non vuole mollare».
I partigiani di Ouattara non stanno a guardare e, scesi pure loro in piazza, hanno dato origine a veri scontri con gli oppositori di diverse città della Côte d’Ivoire.
Ma vediamo come è composta l’opposizione politica.
Alassane Ouattara. presidente della Côte d’Ivoire / Foto di Issouf SANOGO / AFP
Dinosauro africano
Candidato del Pdci (Partito democratico della Côte d’Ivoire) ritroviamo l’ottantaseienne Henri Konan Bedié. Già presidente dell’Assemblea nazionale dal 1980 e primo presidente della Repubblica dal 1993 dopo la morte di Félix Houphouët-Boigny, il padre della patria. Fu poi destituito dal golpe di Robert Guëi alla vigilia di Natale del 1999. Ha sempre calcato la scena politica ivoriana.
Ci dice ancora Beugré: «Bedié si è candidato, il suo partito lo sostiene e la Costituzione all’articolo 55 lo autorizza a competere. Lui si sente pronto, inoltre non è solo, è alla testa del Pdci, che è un grande partito che ha molti quadri e candidati potenziali. Inoltre è sostenuto da molti ivoriani e sta facendo alleanze. Adesso è alleato con la fazione di Laurent Gbagbo. Il Pdci ha la sua parola da dire e Bedié candidato peserà nella competizione e sui risultati finali».
Il grande sconfitto del 2010
L’altro grande assente-presente è Laurent Gbagbo. Presidente dal 2000 al 2010, ha perso le elezioni del novembre 2010 contro Ouattara, ma non ha voluto farsi da parte, così ha scatenato sanguinosi disordini, finiti nel marzo del 2011 (anche grazie all’intervento dei caschi blu dell’Onuci e dell’operazione Licorne francese) con il suo arresto e quello della moglie Simone Gbagbo. Incarcerato all’Aia è stato processato per crimini contro l’umanità. Assolto, è oggi in libertà condizionata, in attesa di un secondo grado di giudizio e non può lasciare Bruxelles. Gbagbo, però vuole tornare in Côte d’Ivoire e correre per le presidenziali, e ha fatto richiesta di un passaporto, senza – ad oggi (mentre scriviamo) – ottenerlo. Gbagbo è stato pure processato e condannato a 20 anni di prigione dalla giustizia del suo paese per furto alla banca Bceao (Banca degli stati dell’Africa dell’Ovest). Il suo partito, l’Fpi (Fronte patriottico ivoriano) si è scisso all’indomani dei disordini post elettorali del 2011, in due fazioni: una la sua e l’altra, che gli si oppone, ha candidato Pascal Affi N’Guessam, già ministro, per le presidenziali di ottobre.
«I partigiani di Gbagbo, che sono ancora molto attivi sul terreno, aspettano che lui rientri nel paese, ed è chiaro che [qualcuno] gli impedisce di rientrare perché peserebbe sulla bilancia. Se rientrasse si moltiplicherebbero le forze di opposizione. Quindi per il potere in carica, Gbagbo non deve rientrare, al contrario l’opposizione vuole averlo nel paese», sostiene il giornalista.
Una fonte della società civile, legata a un’associazione che opera per la riconciliazione, ci dice: «La questione del ritorno di Gbagbo è spinosa, ma la sua presenza in Côte d’Ivoire contribuirebbe alla ricostruzione del tessuto sociale, alla ricostruzione nazionale. Molti partiti preferirebbero che tornasse, dopo aver fatto l’esperienza della prigione all’Aia. C’è il desiderio di raggruppare tutti i figli della Côte d’Ivoire, senza condannare uno o l’altro.
Ogni partito è per sé, ma i sostenitori della fazione di Gbagbo, se lui non torna, non potranno contribuire alla riconciliazione. Occorre che tutti i leader possano ritrovarsi e discutere insieme. Mentre dal punto di vista giuridico si può impedire il suo rientro».
Sostenitori dell’ ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, / foto di SIA KAMBOU / AFP
L’ex ribelle
Un altro candidato famoso, attualmente in esilio, è Guillaume Soro. Già capo dei ribelli durante la guerra civile degli anni 2000, poi primo ministro grazie agli accordi di Ouagadougou (2007-2012) e presidente dell’Assemblea Nazionale (2012-2019) durante la prima presidenza Ouattara, è oggi in Francia, in quanto condannato a 20 anni nel suo paese per appropriazione di denaro pubblico (aprile 2020) durante un processo, giudicato da alcuni un processo «politico». Successivamente è stato inquisito per crimini di guerra per fatti durante la guerra civile e anche durante la crisi post elettorale del 2011.
Ci dice ancora Innocent Baugré: «Guillaume Soro è in esilio, è incriminato per attentato alla sicurezza dello stato, lo aspettano qui per processarlo. Ci sono dei deputati a lui vicini che sono stati arrestati, durante le manifestazioni la presidente delle sezione femminile del suo partito è stata arrestata con alcuni dei suoi membri. I suoi partigiani vogliono il suo ritorno e lui dice che tornerà, ma il potere è pronto ad accoglierlo? Può essere che aspetti il momento opportuno. Occorrerebbe che a livello politico togliessero l’accusa, soprattutto perché è candidato alle elezioni presidenziali».
Anche Soro ha i suoi sostenitori che non esitano a manifestare in piazza.
Completano la rosa dei candidati due dissidenti del Rhdp, Marcel Amon Tanoh e Albert Mabri Toikeusse, un’ex miss Cote d’Ivoire, Marie Carine Blandi, e Danièle Boni Claverie, giornalista e già ministra della donna e della comunicazione.
Arresto di un dimostrante anti Quattara ad Abidjan 13/08/2020 / Foto di SIA KAMBOU / AFP
Il rischio di violenze
Il dibattito politico in queste settimane è monopolizzato sulla candidature di Ado. Secondo Innocent Beudré: «Sarebbe bastato che Ouattara rispettasse la Costituzione e anche la parola data, perché Ouattara ha detto che non si sarebbe candidato, e il presidente francese Emmanuel Marcon gli ha fatto i complimenti. E adesso si candida. La gente non capisce: perché la morte di Coulibaly può portare il presidente a violare la Costituzione? C’è poi il valore della parola data. Anche il ministro della giustizia, sotto di lui, aveva detto che non è candidabile. C’è l’onore. Questo gli ivoriani non lo accettano».
La nostra interlocutrice della società civile, che preferisce mantenere l’anonimato è dell’idea che: «Sembra che quando si cambia la Costituzione inizia una nuova Repubblica, questa è la III Repubblica in Côte d’Ivoire. I sostenitori di Ado dicono che si presenta come primo mandato della terza repubblica. L’opposizione dice che il contatore dei mandati non va a zero».
I costituzionalisti sono divisi, ma la cosa più grave è il reale rischio di deriva violenta delle manifestazioni, a causa degli scontri tra sostenitori delle due fazioni. Contrapposizioni che in Côte d’Ivoire sono spesso strumentalizzate dai politici e possono assumere una connotazione inter etnica o inter comunitaria.
Ricorda l’attivista: «La Côte d’Ivoire è stata resa fragile dalla varie crisi, a partire dal 1999, e una vera riconciliazione è ancora da fare. La divisione Nord Sud resta una realtà, così come la divisione tra i diversi partiti. L’associazione Arusia (Associazione per la ricerca dell’unità, la solidarietà e l’unità africana), di cui faccio parte, lavora per contribuire a raccogliere i diversi “pezzi” e scongiurare lo scoppio di una nuova situazione di violenza. Occorre ricordare che Ado ha iniziato diversi progetti di riconciliazione, che porteranno a dei risultati. Ogni ivoriano o organizzazione deve contribuire a saldare la struttura sociale».
I fantasmi del passato
Innocent Baugré ci ricorda la delicata situazione dei media ivoriani, già indicati, negli anni 2000, come veri «media dell’odio»: «I media in Côte d’Ivoire sono radicalizzati, ognuno secondo la sua linea editoriale, niente è cambiato. La Rti (Radiotelevisione nazionale, ndr) è controllata dal partito al potere. Ci sono altri canali Tv, più recenti, che hanno creato un dibattito con contraddittorio nei loro programmi e questo è un elemento nuovo.
A livello della stampa scritta invece è come in passato: ci sono giornali vicini al partito al potere, e altri vicini all’opposizione, e mostrano i muscoli. C’è una cristallizzazione dell’ambiente. Ci sono 2-3 giornali indipendenti che tengono però per l’opposizione. La stampa contribuisce ad accentuare le cose, a rendere il dibattito più duro. Non accusiamo i giornalisti, perché riportano quello che i politici dicono, ma ognuno le riporta secondo la sua parrocchia».
«Quello che fa paura è che si ritorna un po’ sul cammino del 2010. È lo stesso comportamento che ha portato agli avvenimenti di quell’epoca: la stampa, i politici, le dichiarazioni incendiarie, gli appelli a manifestare, la repressione. Oggi gli ivoriani hanno paura, noi tutti vogliamo evitare questo».
Il 31 agosto, il cardinale Jean-Pierre Kutwa, arcivescovo di Abidjan, ha lanciato un appello al rispetto della Costituzione, di fatto negando l’appoggio alla candidatura di Ouattara.
Marco Bello
Violenta represssione poliziesca contro i dimostranti ad Abidjan il 6/08/2020 / Foto di SIA KAMBOU / AFP
Hanno firmato questo dossier
Stefano Camerlengo
Superiore generale dei missionari della Consolata.
Ramón Lázaro Esnaola
Spagnolo, missionario della Consolata in Côte d’Ivoire dal 2001, dal 2020 nella nuova missione in Messico.
Matteo Pettinari
Italiano, missionario della Consolata a Dianra dal 2011.
Ariel Tosoni
Argentino, missionario della Consolata a Dianra dal ‘07. Sono sue le foto del dossier.
Marco Bello
Giornalista redazione MC.
I missionari in Côte D’ivoire
San Pedro: Daniel Yoseph Baiso, Boniface Sambu-Smabu.
Abidjan: André Legowa Nekpala, John Baptist Ominde Odunga.
testi di Federica Bello, cardinal Luis Antonio Tagle, Anto nio Pompili e Camilla Ceraso
foto di Gigi Anataloni, quando non specificato diversamente |
L’ordinazione episcopale di padre Giorgio Marengo, primo missionario della Consolata nel paese asiatico, prefetto apostolico di Ulan Bator. «È la terra che il Signore ha pensato per me».
Nella sacrestia del santuario
Con gli sguardi rivolti all’effigie della Consolata, cuore del santuario torinese dedicato alla Vergine, mentre si diffondeva l’audio di un canto a Maria in lingua mongola, musicato nelle steppe. Si è conclusa così, la mattina dell’otto agosto scorso, a testimoniare quel profondo legame di «cuore e Vangelo» tra la Chiesa torinese e quella mongola (che ha seguito la diretta web), la consacrazione episcopale di padre Giorgio Marengo, primo missionario della Consolata nel paese asiatico, che lo scorso aprile papa Francesco ha nominato prefetto apostolico di Ulan Bator (o Ulaanbaatar), dal nome della capitale.
La consacrazione è avvenuta per le mani del cardinale Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Coconsacranti Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, e il cardinale Severino Poletto, arcivescovo emerito della città, che nel 2001 ordinò sacerdote padre Marengo. Concelebranti numerosi vescovi del Piemonte, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, rappresentante della Santa Sede all’Onu, il superiore dei missionari della Consolata, padre Stefano Camerlengo, confratelli dell’Istituto missionario e preti diocesani. Stretti intorno alla famiglia – la mamma Laura e la sorella Mariachiara -, anche tutto il consiglio delle missionarie della Consolata. Palpabile la gioia per la consacrazione di un sacerdote molto amato ovunque ha operato.
Chi è Giorgio Marengo?
Vescovo titolare di Castra Severiana (antica diocesi dell’Algeria), padre Marengo, cuneese di nascita (7 giugno 1974) è cresciuto a Torino dove è stato scout e ha frequentato le parrocchie di sant’Alfonso e Maria Regina delle Missioni. Entrato nel seminario dei missionari della Consolata a Rivoli (To) nel settembre 1993, ha studiato filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (1993-95). Dopo un anno di noviziato a Vittorio Veneto (Tv) ha emesso i primi voti il 25 agosto 1996. Trasferito nel seminario di Bravetta (Roma), ha completato gli studi di teologia nella Pontificia Università Gregoriana (1996-99). Ha poi compiuto ulteriori studi presso la Pontificia Università Urbaniana, conseguendo licenza (2002) e dottorato in missiologia (2016).
Ordinato sacerdote a Torino da mons. Severino Poletto il 26 maggio 2001, dal 2003 ha svolto il suo ministero pastorale in Mongolia, dove è stato uno dei primi due missionari della Consolata a entrare nel paese. Dal 2016 ha avuto il compito di coordinare i gruppo dei missionari in Mongolia ed essere membro del consiglio della Regione Asia, che include anche i missionari presenti in Corea del Sud e in Taiwan.
La consacrazione episcopale sarebbe dovuta avvenire a Ulaanbaatar, ma per la pandemia la scelta è caduta su Torino, in quel santuario «dove mi piace pensare che il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata, oggi si unisca a noi – ha ricordato il rettore, monsignor Giacomo Martinacci – non dal coretto a lato dell’altare, dove sostava per invocare la Consolata, ma dal cielo per assicurare a padre Giorgio la sua preghiera».
La grande prostrazione mentre si invoca lo Spirito
Vantarsi solo dell’Amore
Una preghiera segnata dalla commozione in tanti momenti della celebrazione a partire dalle parole che il cardinale Tagle ha rivolto a padre Marengo: un invito a sperimentare nel suo ministero «l’amore rassicurante di Dio che dà la capacità di essere profeti e l’umiltà di chi non è padrone ma custode del gregge». «Un vescovo – ha aggiunto – può solo vantarsi dell’amore compassionevole di Gesù».
E poi l’augurio: «Lascia che il tuo cuore, che i tuoi scritti, le tue parole, i tuoi sorrisi sussurrino Gesù alla gente, ai poveri, ai sofferenti, alla steppa, ai fiumi, agli eterni cieli blu della Mongolia. Sussurra Gesù con la fiducia e la condivisione del tuo cuore e così nelle tue conversazioni, nei momenti di convivenza e nelle tue serate silenziose in Mongolia lo Spirito Santo porterà il tuo umile sussurro anche alle terre e ai cuori a te inaccessibili».
La grande prostrazione mentre si invoca lo Spirito
Giorno di luce
Un desiderio di annuncio e di «condivisione del cuore per il popolo mongolo» che emerge anche dai simboli scelti per lo stemma episcopale di Marengo: oltre alla Consolata, una croce nestoriana e un calice come quelli in uso in Mongolia. Un cammino segnato dal motto Respicite ad eum et illuminamini («Guardate a lui e sarete raggianti»), perché non c’è annuncio senza gioia, come testimoniato dal volto sorridente mostrato anche nelle prime parole da vescovo (in italiano e in mongolo): «Oggi è intensa la luce del mistero celebrato, oggi è un condensato di grazia che posso accogliere solo con grande riconoscenza. La Trasfigurazione è luce per confortare i discepoli. Questo giorno luminoso è luce a cui dovrò sempre ricorrere per seguire il Signore che mi manda in Mongolia, nella terra che ha pensato per me al servizio di chi ancora non lo conosce e allora oggi solo il grazie può risuonare».
Consegna del Pastorale del venerabile mons. Pinardi, “affezionato discepolo dell’Allamano”
Gratitudine a cui si è aggiunta quella di mons. Nosiglia: «Questo è un bel segno di gioia e speranza per la nostra Chiesa». Con l’augurio dal cardinale Poletto: «Oggi lo affido di cuore alla Consolata che lo accompagni sempre».
Federica Bello*
* Adattato dall’articolo che l’autrice, giornalista de «La Voce e il tempo» di Torino e compagna di scuola e di parrocchia di padre Giorgio, ha pubblicato su Avvenire il 9 agosto 2020.
Dall’omelia del cardinal Tagle
Sussurra Gesù
L’imposizione della mani ad opera del card Tagle e poi dei vari vesvovi presenti
Miei cari fratelli e sorelle in Cristo, ringraziamo il Signore per averci riunito, come una comunità di fede, in occasione di questa consacrazione episcopale. Chiamando monsignor Giorgio Marengo da Torino e dai missionari della Consolata a diventare vescovo in Mongolia e nella Chiesa Universale, Dio ha manifestato il Suo amore fedele verso il Suo popolo in tutte le parti del mondo. Noi ringraziamo mons. Giorgio per aver risposto a quella chiamata e per essere qui oggi! Avevo paura che sarebbe scappato! Chi non tremerebbe e non si tirerebbe indietro di fronte al peso del ministero episcopale? Che cosa si aspetta il Popolo di Dio da un vescovo? Permettetemi di condividere con voi alcuni degli insegnamenti del Concilio Vaticano II sul ministero e sulla vita di un vescovo.
[…] In Christus Dominus, il concilio esorta i vescovi ad insegnare il valore della persona umana e della famiglia (CD 12), a preoccuparsi dell’insegnamento del catechismo (14), a promuovere la santità del clero, dei religiosi e dei laici (15), ad incoraggiare varie forme di apostolato e a mostrare un particolare interessamento per gli emigranti, gli esuli, i profughi (18).
Questi sono solo alcuni dei molti nobili ministeri del vescovo. Sono sicuro che avete visto vescovi svolgere il proprio ministero fedelmente, instancabilmente, e in maniera perfino eroica. È una benedizione averli visti portare avanti così i compiti loro assegnati. Ma c’è qualcosa che non vediamo? Cosa succede nel cuore di un vescovo? Come si forma il cuore di un vescovo?
Molte volte, nel corso del suo ministero, un vescovo si chiede «Come posso fare ciò che ci si aspetta da me? Come posso veramente onorare il ministero episcopale?». La risposta è semplice: come esseri umani, non possiamo farlo. Ecco perché abbiamo bisogno di un sacramento, perché è solo attraverso la grazia e la presenza di Dio che un povero peccatore può rispondere ad una chiamata che oltrepassa le sue capacità umane. […] Dopo la Risurrezione, Gesù incontra un Pietro più umile, non affannato a dare prova di sé, ma capace di amare e servire Gesù e il gregge di Gesù. Un vescovo non deve dare prova di sé, perché non ha comunque nulla di cui dare prova. Come Pietro, un vescovo può solo vantarsi dell’amore compassionevole di Gesù, che affida ad un povero peccatore la cura del Suo gregge. […] Come Paolo, un vescovo non dovrebbe formare i fedeli a sua immagine e somiglianza, ma sull’immagine di Cristo. Come Pietro, un vescovo non diventa il padrone del gregge, ma ne è sempre un custode. Esso resta il gregge di Gesù: «Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore».
Foto di gruppo con i vescovi concelebranti
Monsignor Giorgio, il «dramma interiore» che hanno sperimentato Geremìa, Pietro e Paolo sarà il dramma invisibile del tuo episcopato ogni giorno. Il tuo ministero attivo e visibile deve essere accompagnato dalla tua invisibilità, che ha origine dall’umile ammissione delle limitazioni e delle debolezze, dalla dipendenza dalla Parola di Dio, dalla sua presenza e dalla sua protezione, dalla cura del gregge di Gesù come custode. La tua gioia è vedere il gregge crescere nella conoscenza, nell’amore e nel servizio a Gesù, il suo vero Pastore.
Com’è misterioso il nostro ministero: la sua visibilità è alimentata dalla nostra invisibilità. Quest’arte delicata è un dono di Dio, ma tu puoi alimentarla se guarderai sempre a Gesù, così da irradiare la Sua luce, come affermato nel tuo motto episcopale, Respicite ad eum et illuminamini (Guardate a lui e sarete raggianti, Salmo 34,6).
Come Maria, nostra Madre della Consolata, tieni Gesù nel tuo cuore, anche quando non sempre Lo comprendi, e lascia che la Sua consolazione dia forza agli altri. Lascia che il tuo cuore, i tuoi occhi, il tuo volto, i tuoi sorrisi, i tuoi canti e i tuoi scritti sussurrino Gesù, la Buona Novella vivente alla gente, ai poveri, ai sofferenti, alla steppa, ai fiumi, alle colline e agli eterni cieli blu della Mongolia! Sussurra Gesù con la fiducia e la convinzione del tuo cuore, nelle tue conversazioni, nei momenti di convivenza e nelle serate silenziose con i tuoi amici in Mongolia. Lo Spirito Santo porterà il tuo umile sussurro anche alle terre e ai cuori a te inaccessibili. Amen.
cardinal Luis Antonio Tagle
Uno stemma, un programma
Guadate a Lui e sarete raggianti
Lo stemma di un vescovo non è un ornamento, ma esprime la sintesi di un programma di vita, indica lo stile di un cammino, l’anima di una missione.
Il campo principale dello scudo è d’argento metallo che in araldica, per la sua candida lucentezza ben si adatta ad accompagnare la figura della Vergine Maria richiamando la sua purezza. La figura della Vergine è rappresentata secondo le fattezze della Madonna Consolata, patrona dell’arcidiocesi di Torino, venerata dai missionari che da Lei prendono nome e dai quali proviene il titolare dello stemma. I missionari della Consolata furono fondati dal beato Giuseppe Allamano, nipote del Cafasso e rettore del Santuario mariano torinese per 46 anni. I missionari, avendo la Consolata come ispiratrice e Madre, proprio come la Vergine, vogliono portare al mondo la vera Consolazione, che è Gesù, il vangelo, e insieme: la vicinanza agli emarginati, il conforto agli afflitti, la cura dei malati, la elevazione umana, la difesa dei diritti umani, la promozione della giustizia e della pace. L’immagine araldica ripropone quella del quadro della Madonna Consolata venerato oggi nel santuario del capoluogo piemontese. Dono del cardinale Della Rovere (che fu il costruttore del Duomo di Torino), è attribuito ad Antoniazzo Romano. Opera della fine del XV secolo si ispira alla Madonna del Popolo di Roma.
Nelle due campiture superiori troviamo su un campo azzurro, colore tipicamente mariano, due figure scelte per il loro alto valore simbolico, ma anche a motivo della loro particolare fattezza, in riferimento alla Mongolia, territorio nel quale già da quasi venti anni prima della sua nomina vescovile mons. Marengo si è impegnato nella sua opera missionaria.
Pietra tombale di Liu Yiyong del 1324 con croce nestoriana (BabelStone / Wikimedia)
Ritroviamo infatti innanzitutto una croce nestoriana. La croce, segno per eccellenza della redenzione operata da Cristo e primo e più importante distintivo dei cristiani di tutti i tempi e di ogni luogo della terra, ha qui la caratteristica forma patente e fioronata con cui veniva usata nella chiesa nestoriana. Con tale aspetto la croce si ritrova presente nei territori asiatici in cui questa chiesa è stata o è tuttora presente. Spesso accompagnata dalla figura della colomba (simbolo dello Spirito Santo) e del fiore di loto, si presenta di fatto come una croce trionfante, con i bracci che si allargano alle estremità quasi a significare la vita del Crocifisso Risorto che si estende verso il mondo intero.
Tazza d’argento dei nomadi della Mongolia (mongolianstore.com)
L’altra figura è invece un calice per la celebrazione della santa messa nella forma caratteristica di quelli in uso in Mongolia. Il simbolismo eucaristico è chiarito dalla presenza dell’ostia che sormonta il vaso sacro. L’Eucaristia, fonte e culmine della vita della Chiesa, è anche la forza dello slancio missionario. D’altra parte l’azione missionaria della Chiesa è orientata ad accompagnare gli uomini alla piena comunione con Cristo che proprio nella celebrazione eucaristica trova la sua attuazione sacramentale.
Don Antonio Pompili socio ordinario dell’Istituto araldico genealogico italiano
La Chiesa cattolica in Mongolia
Oggi la Chiesa cattolica in Mongolia conta circa mille e 300 fedeli su una popolazione di poco più di 3 milioni, in un paese grande 5 volte l’Italia.
L’evangelizzazione moderna della Mongolia è cominciata ufficialmente il 14 marzo 1922 quando venne eretta la Missione sui iuris. I missionari però poterono entrare nel territorio solo nel 1992. È stata elevata a Prefettura apostolica di Ulaanbaatar nel 2002 con primo vescovo il missionario di Scheut mons. Wenceslao Selga Padilla dalle Filippine. Contava allora 114 cristiani, tra cui 2 sacerdoti, 7 religiosi e 17 suore.
Nel 2020, oltre alla cattedrale dedicata ai santi Pietro e Paolo, ci sono 7 parrocchie e due cappelle (San Tommaso e Dio Misericordioso), oltre al Mandak Karan Centre gestito insieme dalle missionarie e missionari della Consolata, i quali risiedono in un appartamento dentro un palazzo di Ulaanbaatar e curano la parrocchia della Madre della Misericordia ad Arvaiheer dove sono arrivati nel 2006.
I missionari presenti sono:
missionari di Scheut
salesiani di Don Bosco
missionari della Consolata
due fidei donum dalla
Corea e dalla Francia.
Le suore missionarie sono:
le missionarie del Cuore
Immacolato di Maria (ICM)
suore di s. Paolo di Chartres
missionarie della Carità
di Madre Teresa
missionarie della Consolata
Inbo sisters della Corea
suore della Congregatio Jesu
Un servizio di vicinanza
Il 12 agosto, pochi giorni dopo la sua consacrazione espiscopale, padre Giorgio è stato ricevuto in udienza da papa Francesco. In un’intervista presenta le priorità del suo ministero episcopale.
«Abbiamo vissuto un momento molto cordiale e molto bello in cui ho chiesto al Santo Padre proprio una parola di incoraggiamento che mi ha dato e che porto nel cuore. Lui è molto interessato alla realtà della Chiesa in Mongolia, del popolo mongolo in generale. Sappiamo quanto al papa stia a cuore tutta la realtà della Chiesa anche laddove non ci sono grandi numeri anzi proprio laddove la Chiesa è più in minoranza, lì il cuore del papa è sempre molto vibrante, e questo è bello». Questo il commento di padre Giorgio dopo l’udienza parlando con Gabriella Ceraso di Vaticannews.
La giornalista lo ha incarzato: «C’è qualcosa nel magistero del papa che, dopo questo colloquio, si sente di voler vivere in particolare nella terra in cui appunto ritornerà, in Mongolia?».
Ecco la risposta del nuovo vescovo. «Il punto principale è la vicinanza alla comunità cattolica della Mongolia che è piccola ed è in minoranza assoluta rispetto alla società. Per questo ha bisogno di sentire che, chi è stato chiamato a guidarla, è vicino. Quindi vicinanza in termini di visite alle comunità, di celebrazioni insieme, di tempo riservato all’ascolto delle persone, della loro storia, delle loro situazioni, ovviamente insieme ai missionari e alle missionarie che animano queste comunità. Questa è una priorità per me.
Proprio perché la comunità cattolica è così sparuta, è anche importante curare che le relazioni con le autorità civili siano il più possibile positive. Occorre continuare sulla linea della collaborazione e dell’aiuto reciproco che esiste già, perché anche il mio predecessore è stato molto forte in questo.
Poi serve un’attenzione particolare al dialogo interreligioso, visto che la Mongolia è un paese che ha dei punti di riferimento religiosi soprattutto nel Buddismo e nello Sciamanesimo: quindi continuare questo ponte di relazioni di fraternità con persone che hanno altre fedi.
Dunque il dialogo interreligioso, la vicinanza ai poveri, ai piccoli, alle persone sofferenti in una società che è in rapido cambiamento; e anche un’attenzione a tutto ciò che è approfondimento direi sia culturale – cioè storia e tradizioni, identità culturale dei mongoli che hanno molto da dire e da dare al resto dell’umanità – e sia spirituale. Cioè una cura alla spiritualità: le persone mongole hanno una grande sensibilità e hanno bisogno – coloro che già l’hanno abbracciata – di approfondire la loro fede, di farla sempre più propria.
Quindi un discorso di profondità, di autenticità nel camminare nella fede, una scuola di preghiera continua per aiutare le persone a poter camminare sulla loro strada con facilità e serenità».